Oggettivazione

Il fatto che con lo sviluppo delle capacità produttive del lavoro le condizioni oggettive del lavoro, ossia che il lavoro oggettivato debba aumentare in rapporto al lavoro vivo – una proposizione a rigore tautologica, giacché cos’altro vuol dire crescente produttività [<=] del lavoro se non che si richiede meno lavoro im­mediato per creare un prodotto maggiore, e che dunque la ricchezza sociale si esprime sempre di più nelle condizioni del lavoro create dal lavoro stesso – questo fatto assume, dal punto di vista del capitale, questo aspetto: che non è uno dei momenti dell’attività sociale – ossia il lavoro oggettivato – che diven­ta corpo sempre più potente dell’altro momento, del lavoro vivo, soggettivo, bensì sono le condizioni oggettive del lavoro che assumono rispetto al lavoro vivo un’autonomia sempre più colossale che si manifesta attraverso la loro stessa estensione, e la ricchezza sociale si contrappone al lavoro in dimensio­ni sempre più imponenti come un potere dominante ed estraneo. L’accento cade non sul fatto che l’enorme potere oggettivo, che il lavoro sociale stesso si è contrapposto come uno dei suoi momenti, sia oggettivato, ma sul fatto che esso sia alienato, espropriato, estraneato, che appartenga non al lavorato­re, ma alle condizioni di produzione personificate, ossia al capitale. Finché, al livello del capitale e del lavoro salariato la creazione di questo corpo oggetti­vo dell’attività avviene in antitesi alla forza-lavoro [<=] immediata – e questo pro­cesso di oggettivazione si presenta di fatto come processo di espropriazione dal punto di vista del lavoro o di appropriazione di lavoro altrui dal punto di vista del capitale – finché ciò accade questa distorsione e inversione sono ef­fettive, non sono una mera opinione, non esistono cioè soltanto nella rappre­sentazione dei lavoratori e dei capitalisti.

Ma evidentemente questo processo di inversione è una necessità meramente storica, è una necessità soltanto per lo sviluppo delle forze produttive da un determinato punto di partenza storico, o da una determinata base storica; non è quindi affatto una necessità assoluta della produzione; anzi è una necessità transitoria, e il risultato e lo scopo (immanente) di questo processo è di sop­primere questa base stessa così come questa forma del processo. Gli economisti borghesi sono a tal punto prigionieri degli schemi di un deter­minato livello di sviluppo storico della società, che la necessità dell’oggetti­vazione delle forze sociali del lavoro si presenta loro inscindibile dalla neces­sità della alienazione di queste stesse forze in opposizione al lavoro vivo. Ma con la soppressione del carattere immediato del lavoro vivo come lavoro sola­mente singolo, o solo interiormente, o solo esteriormente generale, con l’attri­buzione all’attività degli individui di un carattere immediatamente generale o sociale, questa forma dell’alienazione viene cancellata dai momenti oggettivi della produzione; con ciò essi vengono posti come proprietà, come corpo or­ganico sociale in cui gli individui si riproducono come singoli, ma come sin­goli sociali. Le condizioni di questo modo di riprodurre la loro vita, di questo tipo di processo vitale produttivo, sono state poste dallo stesso processo storico-economico: sia le condizioni oggettive, sia quelle soggettive, che sono soltanto le due distinte forme delle medesime condizioni.

La mancanza di proprietà [<=] del lavoratore e la proprietà del lavoro oggettivato su quello vivo, o l’appropriazione di lavoro altrui mediante il capitale – le due cose non esprimono che i due poli opposti di un medesimo rapporto – sono condizioni fondamentali del modo di produzione borghese, non suoi accidenti indifferenti. Questi modi di distribuzione sono i rapporti di produzione stessi solamente sub specie distributionis. È perciò oltremodo assurdo quanto dice per esempio J. St. Mill (Principles of Political Economy): “Le leggi e le con­dizioni della produzione della ricchezza partecipano del carattere delle verità fisiche ... Non così la distribuzione della ricchezza. Questa è puramente mate­ria delle istituzioni umane”. Le “leggi e condizioni” della produzione della ricchezza e le leggi della “distribuzione della ricchezza” sono le medesime leggi sotto diversa forma, e sia le une che le altre mutano, soggiacciono al medesimo processo storico; non sono altro che momenti di un processo stori­co.

Non occorre un acume particolare per comprendere che, partendo per esem­pio dal lavoro libero, o lavoro salariato, scaturito dalla dissoluzione della ser­vitù della gleba, le macchine [<=] possono nascere solamente in antitesi al lavoro vivo, in quanto proprietà altrui e potere ostile ad esso contrapposti; ossia che esse gli si devono contrapporre come capitale. Ma è altrettanto facile capire che le macchine non cesseranno di essere agenti della produzione sociale quando per esempio diventeranno proprietà dei lavoratori associati. Nel primo caso però la loro distribuzione, il fatto cioè che esse non appartengono al la­voratore, è altresì una condizione del modo di produzione fondato sul lavoro salariato. Nel secondo caso una distribuzione modificata partirebbe da una base di produzione modificata, nuova, sorta soltanto dal processo storico.  

[k.m.]

(da Lineamenti fondamentali, V.44)

 

 

Operai

Con lo sviluppo storico, fino alla forma capitalistica, si sono sovrapposti in modo confuso concetti e termini relativi al lavoro (come mezzo), rispetto all’attività libera, praxis (come fine). Ciò si deve all’interessata esaltazione del lavoro, da parte della borghesia, che presuppone il comando sul lavoro al­trui, senza dichiararne l’appropriazione che ne deriva, anzi evitandone la visi­bilità. Dal disprezzo antico per il “lavoro” asservito alla necessità, quale ab­brutimento della vita materiale, nell’ideologia borghese si passa alla mistifi­cazione nobilitante del concetto stesso di lavoro. Esso viene presentato, anche sul piano del linguaggio [<=], come momento di una attività naturale dell’uomo (hu­mus, terra, e humanus, hanno la stessa radice): ma nelle società capitalistiche, con questa specifica proprietà privata delle condizioni della produzione, tale “naturalità” e “umanità” recede fino ad andare perduta. Si pensi all’uso cap­zioso della locuzione capitale umano. Sicché, in quasi tutte le lingue occidentali oggi si tende a confondere, a uso di sinonimi, termini con radici di significato molto diverso, cosa che a volte con­sente di capovolgerne la stessa origine significante. Così si hanno coppie am­bigue, come: lavoro - opera, labor - work, travail - oeuvre, trabajo - obra, arbeit - werk, ecc. La seconda serie di termini deriva da ergon o da opus, im­plicanti sempre il concetto dell’“ope­rare” come attività creativa libera. Vice­versa, è la prima serie di termini quella che più presuppone il “lavo­ro” come costrizione, sostanzialmente inscritto in condizioni di illibertà. Alla base di questo vocabolo si trovano ponos e labor, con i corrispondenti concetti di sforzo, fatica, pena.

Il greco ponos ha la stessa radice di penìa, pena; il latino labor, da labare, evoca il vacillare sotto un carico; così come è da tripalium, tortura, che pro­vengono i termini francese, travail, e spagnolo, trabajo; anche la terminologia dialettale italiana è significativa: trabacare, fatigare; il tedesco arbeit ha radi­ce germanica in arbum, negletto, abbandonato, che è la medesima di armut, che nel medioevo significava anche tribolazione, persecuzione, avversità, ma­le. I moderni giapponesi, integratisi nel capitalismo, mentre continuano a chiamare shigoto il lavoro nel senso nobile e antico del termine, leale e a vita ancorché salariato, hanno deformato il tedesco definendo arubaito il lavoro mercenario più infimo. La doppia serie dei termini originariamente traduceva la separazione tra co­strizione e libertà [<=], la divisione tra lavoro fisico e mentale, ossia rinviava alla contrapposizione tra le classi [<=] sociali. Ciò che appariva chiaro in forme econo­miche in cui i rapporti sociali erano esplicitamente di dominio, giuridicamen­te ineguali, appare oggi formalmente confuso ed equiparabile nel modo di produzione capitalistico: tale confusione concettuale e terminologica corri­sponde poi all’analoga ambigua espressione dell’ideologica uguaglianza giu­ridica tra cittadini, in quanto è e permane del tutto assente sul piano reale de­terminato dai rapporti di proprietà.

Non sembri stravagante, allora, la circostanza per cui codesta confusione, fino all’inversione dei termini, sia stata fatta propria e veicolata soprattutto da una “sinistra letteraria” essa stessa assai confusa. Ciò avviene principalmente in Italia, dove la radice linguistica di “opera” ha significati d’uso corrente va­stissimi: dalla fatica all’arte, dalla manovalanza al lavoro che richiede parti­colare sapienza abilità, dalla stesura di opere letterarie e dell’ingegno, alla musica, alle grandi costruzioni, alla morale e alla religione (a coronamento del tutto, la banca vaticana è intitolata alle ... “opere di religione”!). Perciò nulla ci sarebbe di male se, alla maniera tardo ottocentesca, si fosse continua­to a impiegare tale termine, e il suo derivato operaio, in un significato assai lato e generale. Viceversa, è prevalsa, unitamente ai rapporti di forza [<=], una tendenza pernicio­sa: in nome del mito preso a prestito dal socialismo dell’“operaio duro e pu­ro”, si è dapprima colpevolizzato moralisticamente il proletariato improdutti­vo [<=], come “parassita”; si è giunti poi alla frammentazione ulteriore degli stessi lavoratori produttivi [<=], separando dagli altri gli “operai”; tra questi si è giunti perfino a inventare la sottoclasse sociologica del cosiddetto “operaio-massa” (per non dir di quello “diffuso”, ecc.).

Senonché, sparita quest’ultima sotto­classe per mancanza di consistenza concettuale, gli operaisti doc e i loro sup­porti teorici liberali, si sono visti costretti a dichiarare la fine della classe [<=] stes­sa, che risultava a loro dire inadeguata alla divisione internazionale del lavoro del nuovo ordine mondiale. D’altra parte, i nostalgici della fabbrica sono ri­masti abbarbicati a un concetto di classe che, anziché spaziare sull’intero fronte sparpagliato del salariato quale carattere del proletariato moderno, si è rattrappito nei “residui” delle tute blu. Questa scelta, assai spesso con fonda­mento solo nominalistico, è settaria e controproducente per la forza reale del proletariato, e per la coscienza [<=] della propria forza, rischiando anche di spez­zettare “operai­sticamente” l’intera classe lavoratrice. Parrebbe strano che i protagonisti della mitologia “operaia” abbiano (o abbia­no avuto) come riferimento il marxismo. Evidentemente, non bastava loro la giusta dizione marxiana di arbeiter per lavoratore in generale e lohnarbeit per lavoro salariato. Marx era consapevole dei tranelli linguistici e ha usato sem­pre e unicamente i due termini qui riportati, che solo gli italici “traduttor de’ traduttor d’Omero” si sono permessi di rendere spesso, e alternativamente, con “operai”, “classe operaia”, ecc. Il che, se fosse accezione generale, non guasterebbe. Ma non lo è.

[c.f.- gf.p.]

 

 

Oro

(moneta mondiale)

La massa di mezzi di circolazione [<=] richiesta per il processo di circolazione del mondo delle merci [<=] è già determinata dalla somma dei prezzi delle merci. Di fatto il denaro non fa che rappresentare realmente la somma d’oro già rappresentata idealmen­te nella somma dei prezzi delle merci.

S’è visto che la sfera della circolazio­ne ha una apertura, attraverso la quale entra in essa, come merce di valore dato, l’oro. Questo valore è presupposto nella funzione del denaro come misura del valore, quindi nella determinazione del prezzo. Dal­la funzione di denaro come mezzo di circolazione sorge la sua figura di moneta. La parte di peso d’oro rappresentata nel prezzo [<=], ossia nel nome in denaro delle merci, deve presentarsi di contro ad esse, nella circolazione, come pezzo d’oro di identico nome, ossia moneta.

Nelle differenti uniformi nazionali che oro e argento portano – dice Marx – quan­­do sono moneta, ma che poi tornano a svestire nel mercato mondiale, si fa luce la distinzione fra le sfere interne o nazionali della circolazione delle merci e la loro sfera generale, il mercato mondiale [<=].

Dunque, moneta aurea e oro in verghe si distinguono per nascita soltan­to per la loro figura, e l’oro può costantemente trasformarsi da una forma all’altra. L’esistenza di moneta dell’oro si separa completamente dal­la sua sostanza di valore. Solo sul mercato mondiale il denaro funziona in pieno come quella merce la cui forma naturale è allo stesso forma immediatamente sociale di realizzazione del lavoro umano in abstracto. “Il suo modo di esistenza diventa a­deguato al suo concetto”.

Gold standard. È un sistema monetario basato sull’oro:

1. l’unità monetaria è definita in ter­mini di quantità di metallo nobile in essa contenuto.

2. l’oro può essere convertito in mo­neta cartacea e viceversa

3. l’oro è liberamente esportabile.

I tassi di cambio tra le varie monete non possono dunque discostarsi di molto dal regime fissato dall’oro, essendo questo esportabile a piacimen­to. Il gold standard è dunque un regime di cambi fissi, dove figurano forme limitate di “signoraggio valutario”: nessuna valuta è più forte. Con il primo conflitto mondiale, e i processi inflattivi indotti, la convertibilità fu interrotta e i biglietti di banca subirono il corso forzoso.

Il ritorno al gold standard fu reso impossibile formalmente per la scarsità di riserve auree; in realtà perché lo scenario postbellico segnava una nuova egemonia, quella degli Usa, che erano divenuti il maggior paese creditore sul piano mondiale. Si arrivò al gold exchange standard: le riserve potevano essere costituite in oro o in sterline o in dollari. Si stabilì la gerarchia tra le monete e i destini economici dei paesi con valute non di riserva risultavano subordinati ai destini dei paesi con valute di riserva. In precedenza soltanto una variazione del valore dell’oro (dovuta a tecniche di estrazione o di trasporto) poteva condizionare il valore complessivo di acquisto di un sistema nazionale.

Il prezzo ufficiale dell’oro posto a base degli accordi di Bretton Woods (35 dollari ad oncia) risultava sem­pre meno adeguato in funzione dell’ac­cresciuta domanda del metallo nobile per fini tecnici ed industriali: l’oro è affluito in misura via via più ridotta nelle riserve ufficiali, con un declino generalizzato del metallo nel suo ruolo di agente di riserva di liquidità internazionale, mentre, al contrario, le valute di riserva assumevano crescente egemonia. La funzione di equivalente generale internazionale viene dunque progressivamente trasferita nella valute di riferimento: il dollaro corrisponde così al rapporto di forza internazionale che gli Usa stanno consolidando. Con la nascita e consolidamento dell’euro si contraddice, ora, la stessa centralità internazionale del dollaro.

E in situazione di instabilità di valuta di riferimento, l’oro torna ad assumere centralità nell’equivalenza generale sul mercato mondiale. Il prezzo del dollaro è così ora in salita, come le valute (es: franco svizzero) che all’oro si riferiscono.  

[m.g.]

(cfr. K. Marx, Il capitale, I.3)

 

 

Pace perpetua

(cosmopolitismo)

1. - “Nessun trattato di pace può considerarsi tale se è fatto con la tacita riserva di pretesti per una guerra [<=] futura”.

2. - “Nessuno Stato [<=] indipendente (non importa se piccolo o grande) può venire acquistato da un altro per successione ereditaria, per via di scambio, compera o donazione.”

Anche il porre le truppe di uno Stato a disposizione di un altro Stato, contro un nemico non comune, rientra in un siffatto sistema, poiché con ciò si usa e abusa dei sudditi a capriccio, come se fossero cose.

3. - “Gli eserciti permanenti (miles perpetuus) devono col tempo interamente scomparire”.

E ciò perché minacciano incessantemente gli altri Stati con la guerra, dovendo sempre mostrarsi armati a tale scopo, ed eccitano gli altri Stati a gareggiare con loro in quantità di armamenti in una corsa senza fine: e siccome per le spese a ciò occorrenti la pace diventa da ultimo ancor più oppressiva che non una breve guerra, così tali eserciti permanenti diventano essi stessi la causa di guerre aggressive, per liberarsi da questo peso. [Nulla ancora si sapeva del complesso militare-indu­striale Usa, della merce guerra, definita infine guerra preventiva”, ecc.!]. Lo stesso effetto avrebbe l’accumula­zione di un tesoro di guerra, poiché sarebbe considerato dagli altri Stati come minaccia di guerra e renderebbe necessarie aggressioni preventive (poiché delle tre forze, quella dell’e­sercito, quella dell’al­leanza e quella del denaro [<=], quest’ul­tima potrebbe be­ne essere lo strumento di guerra più sicuro), se non vi si opponesse la difficoltà di valutarne l’entità.

4. – “Non si devono contrarre debiti pubblici in vista di un’azione da spiegare all’estero”.

Il ricorso al credito come meccanismo per eccitare uno Stato contro l’altro – ingegnosa invenzione fatta da un popolo commerciante in questo secolo (Inghilterra) –, cioè un sistema che porti all’au­mento indefinito dei debiti, costituisce una pericolosa forza finanziaria, poiché permette di accumulare un tesoro destinato a fare la guerra. Questa agevolazione a fare la guerra congiunta con la tendenza a farla da parte di quelli che sono in possesso della forza, è un grave ostacolo alla pace perpetua.

5. – “Nessuno Stato deve intromettersi con la forza nella costituzione e nel governo di un altro Stato”.

L’in­tervento di potenze straniere sarebbe violazione dei diritti di un popolo indipendente in lotta solo con un malessere interno e l’intervento sarebbe esso stesso uno scandalo e renderebbe malsicura l’autonomia di tutti gli Stati.

6. – “Nessuno Stato in guerra con un altro deve permettersi atti di ostilità, che renderebbero impossibile la reciproca fiducia nella pace futura: come, ad esempio, il ricorso ad assassini (percussores), ad avvelenatori (venefici), la rottura della capitolazione, l’i­stigazione al tradimento (per-duellio) nello Stato al quale si fa guerra ecc.”.

Altrimenti nessuna pace potrebbe concludersi e l’ostilità si trasformerebbe in una guerra di sterminio (bellum internecinum); tra due Stati non può pensarsi a una guerra punitiva (bellum punitivum), poiché tra essi non sussiste rapporto di superiore a inferiore. [Come nell’accezione di globalizzazione]. Da ciò segue che una guerra di sterminio, in cui ha luogo la distruzione delle due parti ad un tempo e con esse di ogni diritto, non farebbe posto alla pace perpetua, se non nel grande cimitero dell’umanità.

Lo stato di pace tra uomini assieme conviventi non è affatto uno stato di natura. Dunque lo stato di pace deve essere istituito, poiché la mancanza di ostilità non significa ancora sicurezza. In una costituzione invece, in cui il suddito non è cittadino [di fatto, anche se formalmente con diritti civili], la guerra diventa la cosa più facile del mondo, perché il sovrano non è membro dello Stato, ma ne è il proprietario [o semplicemente può comprarsi la propria elezione], e può quindi dichiarare la guerra come una specie di partita di piacere, per cause insignificanti [o per favorire investimenti profittevoli a lobbies di sostegno politico], lasciando, per salvare le apparenze, al corpo diplomatico, [vedi Onu, media, “terrorismo”, ecc.] pronto a ciò in ogni tempo, il compito di giustificarla. Il dispotismo è l’arbi­traria esecuzione delle leggi che lo Stato si è dato: in esso la volontà pubblica è sostituita dalla volontà pri­vata del sovrano [o di poteri finanziari che annullano diritti internazionali e civili secondo interessi mantenuti clandestini.]

In una forma di governo conforme allo spirito di un sistema rappresentativo, Federico II poté una volta dire che egli era semplicemente il primo servitore dello Stato (ispirargli un senso di umiltà; il compito più sacro che Dio affidi sulla terra: amministrare il diritto degli uomini; egli deve sempre temere di recare in qualche parte offesa all’uomo, che è la pupilla di Dio.)

“Il diritto internazionale deve fondarsi sopra una federazione di liberi Stati”. Questa sarebbe una federazione di popoli , ma non dovrebbe però essere uno Stato di popoli. In que­st’ultima idea vi sarebbe una contraddizione, poiché ogni Stato implica il rapporto di un superiore (legislatore) con un inferiore (colui che obbedisce, cioè il popolo). Gli europei sanno sfruttare i loro nemici vinti e preferiscono accrescere con essi il numero dei loro sudditi e quindi la quantità di strumenti per guerre ancora più vaste. La ragione, dal suo trono di suprema potenza morale legislatrice, condanna in modo assoluto la guerra come procedimento giuridico, mentre eleva a dovere immediato lo stato di pace, che tuttavia non può essere creato o assicurato senza una convenzione dei popoli. Di qui la necessità di una lega di natura speciale, che si può chiamare lega della pace (fœdus pacificum), da distinguersi dal patto di pace (pactum pacis) in ciò: che quest’ultimo si propone di porre termine semplicemente a una guerra, quello invece a tutte le guerre e per sempre.

Se per diritto internazionale s’inten­de il diritto alla guerra, esso non significa propriamente nulla; non vi è altra maniera razionale per uscire dallo stato naturale senza leggi, che è stato di guerra, se non rinunciare, co­me i singoli individui, alla loro selvaggia libertà (senza leggi), sottomettersi a leggi pubbliche coattive e formare uno Stato di popoli (civitas gentium), che si estenda sempre più fino ad abbracciare da ultimo tutti i popoli della terra.

Gli uomini, con le loro tendenze egoistiche, non sarebbero capaci, ma la natura, servendosi di quelle stesse tendenze egoistiche, vie­ne in soccorso alla volontà generale fondata sulla ragione, tanto onorata, ma praticamente impotente, cosicché dipende solo da una buona organizzazione dello Stato di comporre insieme le forze umane, in modo che l’una arresti l’altra nei suoi effetti disastrosi, oppure di toglierle di mezzo. In questo modo parti del mondo lontane entrano in pacifici rapporti tra loro, e questi rapporti diventano col tempo formalmente giuridici e avvicinano sempre più il genere umano a una costituzione cosmopolitica.

L’idea del diritto internazionale presuppone la separazione di molti Stati vicini e indipendenti tra loro; e per quanto un tale stato sia già di per sé uno stato di guerra (salvo che la loro unione in federazione non prevenga lo scoppio delle ostilità), tuttavia esso val sempre meglio, secondo l’idea della ragione, che la fusione di tutti questi Stati per opera di una potenza che si sovrapponga alle altre e si trasformi in monarchia universale, poiché le leggi, a misura che la mole del governo aumenta, perdono di forza, e un dispotismo senz’anima, dopo aver sradicato i germi del bene, degenera da ultimo nell’anarchia.

Chi è in possesso della forza non si lascerà prescrivere leggi dal popolo. In luogo della pratica di cui menano vanto, questi cosiddetti uomini di Stato ricorrono ad artifici pratici e mirano solo a esaltare il potere dominante (per non perdere il loro privato vantaggio), sacrificando il popolo e, se fosse possibile, il mondo intero; il preteso uomo pratico crede di poter assolvere questo compito in base al­l’esperienza, esaminando il modo in cui furono stabilite le migliori costituzioni politiche, anche se contrastanti col diritto. Le massime di cui si serve si riducono press’a poco alle se­guenti:

1.Fac et excusa. Cogli l’occasio­ne favorevole per una presa arbitraria di possesso (sia di un diritto dello Stato sopra il proprio popolo, sia di un diritto sopra un altro popolo vicino). La giustificazione si presenterà, a fatto compiuto, più facile ed elegante, e la violenza sarà mascherata. Questa stessa audacia lascia credere che si fosse intimamente convinti della legalità del fatto e il Dio Bonus eventus costituisce in seguito il mi­glior rappresentante del diritto.

2.Si fecisti, nega. Del male che tu stesso hai fatto, nega che tu sia la colpa; se non previene colla forza l’altro popolo, può esser certo che questo lo preverrà e si impadronirà di ciò che gli appartiene.

3.Divide et impera. Se nel tuo popolo vi sono certi capi privilegiati che ti hanno eletto semplicemente loro superiore (primus inter pares), devi cercare di dividerli tra loro e porli in conflitto col popolo: accostati al popolo facendogli sperare una maggiore libertà, e così tutto dipenderà dalla tua volontà incondizionata. Ovvero, se si tratta di Stati stranieri, la provocazione di discordie tra loro è un mezzo quasi sicuro di sottoporli a te uno dopo l’altro col pretesto del­l’assistenza del più debole.

Da queste massime politiche nessuno ormai si lascia più ingannare, poiché esse sono già tutte universalmente conosciute [!]. Per porre un fine a queste sofisticherie (se non all’ingiu­stizia che in esse si cela) e per convincere i falsi rappresentanti delle potenze della terra che essi parlano a favore non del diritto, ma della forza, della quale assumono il tono come se avessero anch’essi di che comandare, sarà bene svelare l’illusione di cui sono vittime essi e gli altri, e rintracciare il supremo principio da cui deriva il proposito di pervenire alla pace perpetua, e mostrare che tutto il male che ad essa è di ostacolo deriva dal fatto che il moralista politico incomincia là dove il politico moralista giustamente finisce, e che egli, in quanto subordina i princìpi allo scopo (ossia mette il carro davanti ai buoi), manda a vuoto il suo proposito di conciliare la politica con la morale. 

Ora il principio, quello del moralista politico (il problema del diritto pubblico interno, del diritto internazionale, del diritto cosmopolitico) è un semplice compito tecnico (problema technicum); il secondo invece, come principio del politico morale [<=], è un compito etico (problema morale) ed è distinto dall’altro come il cielo dalla terra per ciò che riguarda la condotta da seguire per attuare la pace perpetua, che si desidera non solo come bene fisico, ma come uno stato derivante dal riconoscimento di un dovere.

[L’indistinzione tra morale e politica ricorre al mancare di una concezione di classe dei rapporti sociali. Nella Metafisica dei costumi Kant nega al popolo (indistinzione delle classi) il diritto alla ribellione nei confronti del governo, in nome di “un principio pratico della ragione: si deve ubbidire al potere legislativo attualmente esistente, qualunque possa esserne l’origine. Contro il supremo legislatore dello Stato non vi può essere, dunque, nessuna opposizione legittima da parte del popolo: perché soltanto grazie alla sottomissione di tutti alla sua volontà universalmente legislatrice è possibile uno stato giuridico; quindi non può essere ammesso nessun diritto di insurrezione (seditio), ancor meno di ribellione (rebellio), meno che meno poi attentati contro di lui come individuo (come monarca) sotto pretesto di abuso di potere, nella sua persona o nella sua vita (monarchomachismus sub specie tyrannicidii). Il minimo tentativo di ciò è alto tradimento (proditio eminens), e il traditore in questo caso può, come chi ha tentato di tradire la patria, esser punito non meno che con la morte”. Kant, che individualmente ha espresso simpatie per la rivoluzione francese, è costretto ad affermarne, in sede di diritto, la condanna. Quella che Engels e Marx chiameranno successivamente la “superstizione dello Stato” è la risposta alla contraddizione in cui Kant incorre, nella necessità di stabilire un principio universale per una classe, allora rivoluzionaria, che si identificava con la nazione. Se lo Stato è, al contrario, “il comitato d’affari” di una classe dominante, è una particolarità, minoritaria, la cui esistenza stessa è la negazione del concetto di giustizia e di diritto. Dall’estorsione di plusvalore alla pratica tollerante della tortura – quali soli esempi concreti – viviamo tuttora la cancellazione programmatica e ripetutamente realizzata dei diritti umani e civili.]

Anche più incerto è un diritto internazionale, che si vuole invano costituire in base a statuti redatti secondo piani di ministri: diritto che nel fatto è solo una parola vuota, fondato su convenzioni che contengono, nell’at­to stesso in cui sono stipulate, la segreta riserva della loro violazione. “Se una potenza vicina, cresciuta fino a diventare formidabile (potentia tre­menda), desta preoccupazione, si può assumere che essa vorrà anche soverchiare gli altri Stati, visto che lo può. Ciò posto, può ammettersi un diritto delle potenze minori di unirsi tra loro per attaccare quella potenza ancor prima di aver sofferto offesa?”.

Uno Stato che facesse intravedere una simile massima, non farebbe che attirarsi più sicuramente e più presto il male che esso cerca di allontanare da sé. Infatti le maggiori potenze preverrebbero le minori, e, per ciò che riguarda la lega tra queste ultime, essa è solo un debole aiuto contro chi sa valersi del principio divide et impera. [Impossibile pensare all’uso strumentale di vendita di armamenti all’Irak, per poi far svolgere da questo il ruolo di causa di guerra (1991 e 2003), e legittimare così un intervento militare, con postazioni politiche permanenti?].

Questa bassa politica ha la sua casistica, che non ha nulla da invidiare alla più raffinata casistica gesuitica e precisamente: la reservatio mentalis; il probabilismo, che consiste nell’at­tribuire ad altri cattive intenzioni o anche nel far credere a una loro possibile preponderanza a giustificazione giuridica di atti diretti a porre in pericolo l’esistenza di altri pacifici Stati; infine il peccatum philosophicum (peccatillum, bagatella), per cui si considera peccato facilmente perdonabile l’assorbimento di un piccolo Stato, se da ciò uno Stato molto più grande trae vantaggio per un preteso maggior bene del mondo [Afghanistan, Irak,…?].                                

[i.k.]

(da Immanuel Kant, Per la pace perpetua - progetto filosofico, 1795)

 

Parole

(usi impropri, anglicismi, acronimi)                         

Nominibus mollire licet mala”, recita un proverbio latino che in italiano ora, morta quella lingua, si può semplicemente dire “al nome è consentito addolcire il male”. Già, perché – nonostante la ricchezza di alcune lingue (e, vivendo ancora qui, si può dire di quella italiana in particolare), e forse proprio per codesta ricchezza la quale designa una profonda storia contenutistica di concetti che l’ideo­logia dominante vuol far presto dimenticare – il linguaggio si sta impoverendo e imbastardendo sempre più. Undici anni fa, l’inaugura­zione di questa rubrica fu dedicata proprio a una breve considerazione di Engels e Marx sul “linguaggio”. Ci sembra perciò significativo, in questa occasione particolare, tornare sulla “critica del senso comune nell’uso ideologico delle parole”, che è quasi sempre un uso improprio delle “parole” stesse.

E neppure parliamo qui di grammatica e sintassi, congiuntivo e condizionale, costruzione delle frasi, ecc. Inutile insistere neppure su fastidiose imprecisioni relative all’italiano moderno, come “fila” che al plurale, dal neutro latino, sta per fili e non va confuso con “file” che è il plurale corretto del singolare femminile fila. Così, a es., non esiste più la possibilità, ancorché su quasi tutta la stampa o nei cartelli e toponomastica ufficiale se ne faccia uno sconsiderato uso, di scindere preposizioni articolate – come “nel” o “del” – nei termini “ne il” o “de il”, giacché “ne” o “de” han­no ben altri significati [cfr. anche il poi citato Lepri]. Scrivere oggi “ne "la Contraddizione"” o “de "Il capitale"” è improprio e sbagliato. Chi si esprimerebbe con frasi tipo “de la medesima hora” o “ne lo tuo inferno”, se non un saggista medievale? Attualmente più nessuno. Quelle particelle infatti non designano più preposizioni semplici, bensì pronomi o forme avverbiali (e possono essere ancora usati solo se con l’apostrofo di elisione di una “i” finale, come de’ o ne’, per “dei” o “nei”). Ma lasciamo queste piccinerie, insieme a tante altre.

 Ci riferiamo, invece, all’invadenza di anglicismi (a quell’abitudine niente affatto necessaria, cioè, che non sia legata al progresso storico effettivo, e non certo al normale impiego di termini evidentemente anglofoni da parte di persone di madrelingua inglese), fatto soltanto in ossequio al balbettìo dei padroni imperanti, o pure all’eccesso sconsiderato di acronimi (molti, per giunta, anglofoni) di cui nemmeno i proni utilizzatori spesso conoscono il significato, o ancora allo stravolgimento italiota di termini nati con ben altri significati (si pensi per tutti a “rivoluzione”) o alla quasi sparizione di alcuni altri (come “imperialismo” o “lotta di classe”). L’uni­co termine, forse, che qui per ora si salva è “contraddizione”, il quale è probabilmente trascurato e quasi ignorato dal sistema (anche sul piano brutalmente commerciale, e ne abbiamo avuto una riprova empirica su internet), poiché è il concetto stesso di contraddizione ciò di cui il pensiero e la società dominante non sanno che vuol dire e che farsene.

Ma “è dove mancano i concetti, che la parola soccorre a tempo giusto” – fa dire J.W. Gœthe al sarcasticamente ciarliero Mefistofele. E mette sulle sue labbra anche queste constatazioni: “con le parole si discute sempre bene, con le parole si preparano i sistemi, sulle parole si fonda nel modo migliore la fede e, quando la parola è data, non c’è più da cavarne neppure un iota”. E la stretta connessione tra concetto e linguaggio è un cardine intorno al quale ruota l’intero grande ragionamento di G.W.F. Hegel, da lui così esposto nella prefazione alla seconda edizione della Logica.

“Le forme del pensiero umano sono anzitutto esposte e consegnate nel lin­guaggio umano. Ai nostri giorni non si può mai ricordare abbastanza spesso che quello per cui l’uomo si distingue dall’animale è il pensiero. Quello di cui l’uomo fa linguaggio e che egli estrinseca nel linguaggio contiene, in una forma più inviluppata e meno pura, oppure all’incontro elaborata, una categoria. Il vantaggio di una lingua sta nell’esser ricca di espressioni logiche, proprie cioè e separate, per le determinazioni stesse del pensiero. La lingua tedesca si trova in questo senso molto avvantaggiata in confronto alle altre lingue moderne. Molte sue parole possiedono anzi anche la proprietà di avere significati non solo diversi, ma opposti, cosicché anche in questo non si può non riconoscere un certo spirito speculativo della lingua. Per il pensiero può ben essere una gioia imbattersi in codeste parole, e riscontrare già in una maniera ingenua, lessicalmente, in una sola parola di opposti significati, quella unione di opposti che è un risultato della speculazione, benché sia contraddittoria per l’intel­letto”.

E nella maniera seguente Hegel precisa anche il rapporto tra lo sviluppo dei concetti e quello della lingua. “Il progredire della cultura in generale, e in particolare delle scienze, perfino delle scienze empiriche, mette a poco a poco in luce anche rapporti di pensiero più elevati, e dà loro per lo meno una maggiore universalità, così da attirar su di sé un più alto grado di attenzione”. E Engels ripeteva che “ogni concezione nuova di una scienza racchiude una rivoluzione nelle espressioni tecniche di questa scienza”. Ma, precisava Hegel, la speculazione concettuale “non ha bisogno in generale di alcuna speciale terminologia”. È per questi motivi che, necessariamente, l’uso di “alcune parole prese in prestito da lingue straniere, ha già procurato il diritto di cittadinanza nella lingua, mentre un’affetta­zione di purismo sarebbe addirittura fuori di luogo, là ove non si deve assolutamente guardare che alla cosa”.

Senonché, qualora la riflessione speculativa sulla “cosa” non proceda dal “progredire della cultura in generale”, ma anzi piuttosto dal suo rabbassamento privo di concettualità, più d’una parola “un po’ troppo, a torto o a ragione, introdotta un po’ dappertutto” serve solo a nascondere il vuoto di “rapporti tali che hanno per base il pensiero”. Scriveva Marx in sèguito, che è il carattere dei rapporti con gli altri, attraverso l’appar­tenenza del­l’individuo a una comunità, con la sua attività lavorativa, a determinarne il linguaggio. Ed è proprio il vuoto oggi imperante che ha imposto l’uso di parole effimere e malmesse. Hegel dice che “la determinazione di una differenza nella quale i differenti sono legati insieme inseparabilmente” è tipica di una lingua “ricca di espressioni logiche”, circostanza che è affatto ignorata in lingue povere di contenuto.

Nella prefazione all’edizione inglese del Capitale, Engels indica l’inevi­tabile difficoltà consistente nel­l’“uso di certi termini con un significato diverso non solo dall’uso della lingua di ogni giorno, ma anche da quello del­l’economia politica comune. L’eco­nomia politica si è accontentata, in ge­nerale, di prendere i termini della vita commerciale e industriale così com’e­rano, e di operare con essi, non avvedendosi affatto che in tal modo si limitava alla ristretta cerchia delle idee espresse in quelle parole”. E “non è mai andata al di là delle nozioni comunemente accettate di profitto e di rendita”, e, peggio ancora, di salario.

Già nella terza edizione (in tedesco) Engels seguì il principio marxiano di evitare “quello strano pasticcio linguistico” del “gergo corrente” in cui, a es., “colui il quale si fa dare del lavoro da altri contro pagamento in contanti, si chiama "datore" di lavoro, e "prenditore" di lavoro si chiama colui al quale viene preso il proprio lavoro contro il pagamento di un salario”. Nella vita di tutti i giorni – annota ancora – “lavoro” viene utilizzato al posto di “occupazione” (così come sono invertite, nel gergo comune, le definizioni di “domanda” e “offerta” di lavoro). “Ma è ovvio che una teoria la quale consideri la produzione capitalistica moderna come un puro e semplice stadio transeunte della storia economica dell’umanità, deve usare termini diversi da quelli abitualmente usati da scrittori che considerano imperitura e definitiva tale forma di produzione”. È ovvio? Con l’aria di passività pratica e di ignoranza teorica che tira sull’asini­stra odierna, tale “ovvietà” cade insieme all’uso di categorie e termini diversi da quelli dominanti.

Tutte queste sono le ragioni per cui Marx si lamentava della lingua inglese (ma in parte anche del francese) in occasione delle traduzioni del Capitale. Codeste ragioni Marx rese precisamente rintracciabili, come rammenta Engels, “in una serie di istruzioni manoscritte per la traduzione inglese”, dove è indicato in quale luogo “eliminare espressioni tecniche inglesi e altri anglicismi”. L’inglese esprime una tradizione schematica ed estremamente classificatoria, del tutto mancante proprio di quella contraddizione “nella quale i differenti sono legati insieme inseparbilmente”. La mancanza di legàmi, anzi, è un principio che caratterizza quasi tutte le parole usate in quella lingua. “È maledettamente difficile render chiaro agli inglesi il metodo dialettico – scriveva a Engels nel 1868 – e non puoi davvero pensare di parlare a questa plebaglia”.

Lungi dall’anticipare la speculazione, per cercare di dover comprendere i diversi significati in cui una parola può essere usata, l’unicità di un termine per diversi concetti è invece proprio l’opposto di ciò che si vorrebbe, poiché piuttosto esso è monocorde e conduce a un’indicibile confusione tra tali concetti. Marx fa l’esempio dell’esistenza in inglese della sola parola “money” per dire sia “moneta” che “denaro”; e se ne può avere un riscontro evidente nella rivisitazione che egli fa degli studi, peraltro pionieristici, di James Steuart, ma anche di David Hume. Sicché è pressoché impossibile, in simili casi (tranne rare eccezioni, perlopiù presenti solo nell’inglese sette-ottocente­sco) rendere correttamente la differenza tra le “cose” che in altre lingue sono rappresentate da termini diversi, o viceversa in forma dialettica. La ristrettezza “commerciale” della lingua anglofona (particolarmente nella versione usamericana), nella sua struttura logica formale, non lo consente, e occorre pertanto ricorrere spesso a giri di parole.

Non è il caso, e neppure è possibile tentare, di fare un qualche elenco oggi esauriente di parole (per lo più anglofone, imposte dall’egemonia Usa nel mondo). Ciò che ha rilevanza è vedere quali parole rispondano a concetti nuovi dovuti a effettivi progressi della cultura, e quali al contrario – preesistendo anzi abbondantemente in altre lingue (a es., nel caso presente, in italiano) – siano state introdotte come neologismi al posto di quelle. Il più delle volte ciò rispecchia una stolida piaggeria, di subordinazione che (se i tempi fossero diversi) potrebbe dirsi quasi di adulante sudditanza “neocoloniale”, nei confronti del potere dominante; ma oramai, sempre meno di rado, una simile attitudine non fa altro che rivelare un’ignoranza che, a imitazione del potere, si è sempre più venuta cumulando negli anni.

Che l’inglese rispecchi coerentemente la sua matrice empiristica, si è detto; in codesta loro peculiarità, quindi, le lingue anglofone in generale, e il vocabolario usamericano in particolare, non sono in grado di presentare quell’elasticità dialettica consentita a lingue come il tedesco o l’i­taliano. Perciò, allorché si addivenga a un trito scimmiottamento di una lin­gua concettualmente più povera, la lingua più ricca ed espressiva è destinata a decadere. Anzi, l’uso rabbassato che i “sudditi” stranieri fanno dell’inglese diviene così la causa ultima di simile pedestre imitazione, giacché la povertà delle parole male usate non può che riflettere quella di concetti andati inesorabilmente perduti. Accedere a simili insulse mode designa unicamente una subalternità ideologica che non può non essere combattuta al pari di quella condotta sulla diversità di contenuti.

Parole anglofone direttamente inserite nella lingua italiana sono attualmente di gran moda, nella corsa a chi arriva prima a soddisfare il “padrone amerikano”. Del resto, che cosa ci si può aspettare da coloro che si fanno rappresentare da chi propugna “tre i”, da intendere per impresa, informatica, inglese? Da costoro, infatti, l’italiano è ignorato, tragicamente massacrato in sintassi e semantica.  Non è un caso, come già accennato a proposito di quanto notò Engels nell’epoca del dominio britannico, che la maggior parte delle parole straniere (anglofone) provengano da questioni di economia, “scienza” empirica principe nel sistema di potere dell’imperialismo capitalistico, in una staffetta che ha visto il succedersi del secolo della Gran Bretagna con quello Usa. Il detto “time is money” – il tempo è denaro, che però per loro, come detto sopra, sarebbe più rozzamente il tempo è ... moneta – ben esprime questa misera condizione.

Un po’ diverso è il caso di parole entrate nell’uso, a es., per i problemi dell’informatica, poiché qui in gran parte si può trattare effettivamente di concetti nuovi che hanno richiesto corrispondenti termini nuovi [a parte questioni meramente “tecniche” tipografiche, ancorché buffe, come il recupero, con attribuzione di altro significato, della @ – ossia la “a” commerciale – che già da secoli figurava, al pari della & (“e” commerciale, che mantiene il suo significato connesso al riferimento ai soci di un’impresa), nei libri contabili dei ragionieri italiani per denotare partite di debito e credito]. Sarebbe assai difficile, e un purismo fuori luogo, cambiare termini come pc (personal computer), che lo chauvinismo francese ha fatto ribattezzare “ordinateur” (come il net del tennis, da loro rinominato filet – per fortuna, e per ovvi motivi di storia politica, senza chiamare “pallacorda” il tennis); parole ormai invalse nell’uso corrente, come hardware e software, sarebbe disdicevole tradurre letteralmente come “oggetto duro” e “oggetto moscio”!

Tuttavia, anche in questo settore innovativo, è opportuno stare attenti. Dire di un programmatore informatico che è un softwarista è abbastanza squallido; in questo senso, anche i due termini di base suddetti, da non cambiare, possono tuttavia, qualora le circostanze lo consentano, essere agevolmente espressi con sinonimi adeguati quali “macchine” e “programmi”. Sicché, a es., chiamare “trojans” quella varietà dei cosiddetti “virus informatici” che si intrufolano nascostamente nelle macchine è frutto solo dell’ignoranza omerica degli usamericani e dei loro imitatori: il cavallo di Troia (sarebbe “trojan horse” in inglese, per completezza) ha invece reso i “troiani” non vittime ma, come parrebbe dal termine usato, sabotatori (i quali al contrario sarebbero semmai gli “achei”, ossia “achæi” per intendersi). In effetti, molte parole, sull’onda della novità complessiva dell’intero settore di ricerca, sono rimaste passivamente scritte e (mal) lette nel loro anglicismo, quando già esistevano da tempo equivalenti italiani. Dire una “mail” non serve a niente, quando c’è “lettera”, “messaggio” o “posta”, a seconda dei casi. Oppure “dot” ha sempre voluto dire semplicemente “punto”. E così via.

Ma basta sfogliare qualche rapporto – anzi, scusate, “report”! – ufficiale, o un banale compitino scritto da semplici subalterni, lavoratori o studenti, per trovare simili testi pieni zeppi di siffatte nefandezze. Perché definire paper un articolo, una relazione, una comunicazione scritta; o restringere a budget la quantità di significati che vanno dalle varie forme di bilancio (preventivo, di cassa, consuntivo, ecc.) a finanziamento o stanziamento; o denotare con return quello che da immemore tempo in italiano si dice rendimento, lasciando quel termine inglese al suo più comune significato di ritorno o restituzione. È il vezzo di usare parole straniere laddove ci sono parole italiane in tutto e per tutto corrispondenti. Non c’è che da sbizzarrirsi [un’autorevole fonte si può trovare in Sergio Lepri, Dizionario della comunicazione, Le Monnier, Firenze].

Una lista assai parziale dell’inutile uso di tali parole straniere (di cui neppure è il caso di dare qui sempre l’equivalente in italiano) è sufficiente per farsi una pallida idea della barbarie che avanza. Si può cominciare a sciorinare qualcosa (in prevalente ordine alfabetico o logico): assets (attività, patrimonio), audience, auditing (verifica contabile), authority (organismo di vigilanza), broker, brunch (segno del cattivo gusto alimentare importato dagli Usa al seguito delle loro schifose cibarie, insieme a fast food), business (da intendersi come affare), capital gains, cash flow, consumer, convention, dépliant, éclatante (che è francese, quando c’è “clamoroso”), executive (dirigente, come pure manager, o vice director che neppure sta a significare, anglofonicamente, il ruolo di “vice”, il quale, in quanto facente funzione di direttore o presidente, si dice deputy), expertise (ancòra francese, non inglese, per perizia), factoring (recupero crediti), fan, feedback, feeling, fixing, future (contratto borsistico futuro), gag, gap (divario), information (technology), insider trading (volgarmente aggiotaggio), joint venture (società congiunta), killer, leader (guida, capo, cui si associano gli altrettanto inutili premier e first lady), leasing (locazione con riscatto), link (collegamento), media (che sta per mezzi di comunicazione e semmai è latino, non inglese, e quindi pure doppiamente fuori luogo anche nel pronunciare “mìdia”; così come, tra la massima indifferenza, è invalsa l’abitudine di dire “caraibi” anziché “caribe”, il che equivarrebbe a pronunciare ... “paitsa” anziché “pizza”), merchant bank (banca d’affari), merger (fusione), network (rete; recentemente alla tv italiana si è sentito dire che la dizione “catena di sant’antonio” è vecchia: ora si dice ... communication net­work), new economics, offshore (nel senso di paradisi fiscali), option (opzione, con call per acquisto e put per vendita), performance (semplicemente prestazione, risultato), question time (per interrogazione), rate, ratio, recital, revival, securities (titoli), sponsor (patrocinio), standby (linea di credito), supply, survey (banalmente rassegna, insieme a abstract che è estratto o riassunto di un ... paper), swap (negoziazione a scadenza), take over (presa di controllo), target, turn­over (ricambio), week end (da abbinare con shopping) ... e chi ne ha più ne metta!

Poi si possono anche indicare anglicismi inimmaginabili (come customizzare) o ancora fidelizzare, e traduzioni di parole inglesi con assonanze italiane che avrebbero tutt’altro significato: come “globale”, “globalizzazione” e simili che, se non riferiti al pianeta terra, in italiano indicano solo genericamente qualcosa di sferico o di totale, complessivo; oppure suggestione (da suggestion) che in italiano ha ben altro senso che non suggerimento; o supportare, verbo che c’è in francese e inglese (rispettivamente, supporter e to support), ma che in italiano non esiste, essendoci invece solo il sostantivo “supporto”, che si usa però per denotare piuttosto un qualcosa di utensileria: come se, invece, i sostenitori di una squadra sportiva fossero detti in italiano i “supportatori”! C’è pure stage, che è parola squisitamente francese nel significato di tirocinio, formazione o aggiornamento professionale, e che in francese va inesorabilmente pronunciata; mentre l’equivalente scrittura inglese, che in quest’altra lingua si legge più o meno “steig(e)”, ha tut­t’altro significato, ossia palcoscenico (roba di teatro o cinema, ecc.), o sem­mai stadio inteso come fase epocale di sviluppo; invece quasi tutti, anche gli “eruditi” dicono all’inglese la parola francese, e sbagliano completamente senso (proponendo, a es., a un neodottore di andare a fare esperienza all’estero su un ... palcoscenico).

L’uso di abbreviazioni estremamente stenografiche (pure troppo!) può anche aver un’origine “commerciale”, da nuove tecnologie informatiche, per ridurre i costi, come, a es., la lunghezza dei cosiddetti “messaggini” (sms ecc., appunto!) che rende conveniente digitare “cmq” (per “comunque”, e non per centimetri quadrati, come una volta) oppure “x” (al posto di “per”) e “+” (al posto di “più”). Senonché la moda va oltre, e sull’esempio Usa si mettono cifre o lettere al posto di preposizioni o parole quasi omofone, sicché “2” sta per “to” o “too” a seconda dei casi, “4” per “for” e “U” per “you”: col bel risultato di trovarsi di fronte a scritte iniziatiche quali “2U” o “U2”, rispettivamente per “to you” (“a te”) o “you too” (“anche tu”), “4U” per “for you” (per te) ovvero “P2P” che anziché rappresentare un codice criptato da logge occulte esprime semplicemente l’operazione di scambio musicale informatico “alla pari” comunemente detto in inglese “peer to peer”!   

Ci sono poi parole inglesi il cui uso è paradossalmente invalso più al di fuori dei paesi anglosassoni che al loro interno, poiché il significato di quei termini nella loro patria d’origine, ammesso e niente affatto concesso che ne esista uno, è quanto meno desueto o avente altro significato: footing vuol indicare solamente la ricerca di un equilibrio sul piede, e non jogging; autostop non è inglese (dove quell’a­zione si dice hitch-hiking), come flipper (che è detto pinball), o smoking, qui poco ... elegantemente usato al posto di dinner jacket (inglese) o tuxedo (usamericano); edit (con tutti i suoi derivati) sta per redigere ed è sbagliato riferire quei termini all’edi­tore (sì che editor in italiano è il curatore e perciò neppure va detto “editoriale” per un articolo di fondo); spot, che vuol dire posto o macchia, ha poco o niente a che vedere con la pubblicità; perfino scoop, di cui purtuttavia è invalso l’uso come metafora per esclusiva giornalistica, sta originariamente per raccogliere l’acqua. Anche le parole cric e crac, se usate, vanno scritte senza “k” finale.

È bene anzitutto precisare che [cfr. Lepri] in italiano le sigle è ormai meglio scriverle tutte minuscole (senza interpunzione) quando sono usate come nomi comuni (a es., iva, pil, spa, ecc., come pure roe, ceo, ecc.); la stessa regola vale per parole particolari, come “stato”, “chiesa”, ecc., allorché siano usate in maniera generica. In tali casi la lingua italiana non vuole affatto l’iniziale maiuscola – da riservare unicamente all’uso specifico di tali nomi o sigle (a es., si veda dopo, Nato, Onu, ecc.) – che viceversa è impropriamente spesso scritta a imitazione del tedesco che, a sua volta, è ripetuto nell’inglese arcaico. Anche per acronimi e sigle anglofone, scopiazzate in italiano, non c’è che l’imbarazzo della scelta, per la quantità che se ne ha e si inventa: roe e roi (che stanno per return on equity e return on investment), mentre poi c’è rol (che invece è italiano per “riduzione dell’orario di lavoro”, ma che quasi quasi per i padroni sarebbe forse meglio fraintendere per ... return on labor!); ceo (ovvero chief execu­tive officer, con diverse varianti nelle iniziali incluse nell’abbreviazione, a seconda dell’attività svolta dal “dirigente” – di ciò si tratta – in questione). Le comunicazioni senza fili sono cripticamente sintetizzate in wifi (per non dire di cordless), e via siglando.

Ancora altri acronimi sono ottenuti per riduzione enigmatica a sigle di iniziali (che se un lettore si è dimenticato, o non si è avveduto, di che cosa si stia parlando deve sempre tornare a reperire nel testo, il quale acquisisce così, almeno in letteratura italiana, anche una veste più brutta: valga come esempio la scrittura di “c.d.” per “cosiddetto”, che non è un “compact disc”). Soprattutto in francese (per volontà del formalismo strutturalista) tali acronimi, che conservano spesso la loro scrittura anche in italiano per la comune base neolatina, si applicano anche a concetti sociali quali mpc, rs, fp (ossia “modo di produzione capitalistico”, “forze produttive”, “rapporti sociali”), ecc. In italiano si ha anche a che fare con l’amministratore delegato ad (che non è l’“anno domini”) e cose simili. A proposito di forme derivate dal latino è anzitutto erroneo l’uso (americano?) invalso di mettere un trattino di congiunzione dove assolutamente non va, come a es. in ex-ante, pro-capite, ex-Urss, ecc. Poi, è meglio non dire del recupero di termini neolatini via Usa, come deficit più usato di “disavanzo”, sicché non si dà il corrispettivo positivo di “avanzo”; né di termini complementari quali junior o senior, pronunciati “giunior” e “sinior” (quanto a pronuncia, tra le infinite altre scorrettezze segno di palesi eccessi anglici, oltre ai già citati “mìdia” ecc., un caso tipico è il ricordato abuso di management, e derivati, dove l’accento è messo quasi sempre male, diventando “manàgement”).

Le sigle di organismi vari sono quelle che sono (come già spiegato – cfr. Lepri – è più corretto scrivere anche queste senza interpunzione e solo con l’iniziale maiuscola seguìta da tutte minuscole). Senonché, spesso ormai qualsiasi organizzazione occupa una sigla, talché càpita che sigle uguali si riferiscano a organizzazioni diverse, procurando una poco encomiabile confusione; per giunta varie volte si usano le loro iniziali secondo le differenti lingue che le designano. Così Ocse, Oecd, Oced sono la stessa cosa; o Imf e Fmi, come Wb o Bm che sarebbe Ibrd; o Bis nota anche come Bri, ecc., con l’aggravante che spesso su uno stesso documento si scrive una sigla a volte secondo le iniziali di una lingua e altre in base a una lingua diversa. Non parliamo poi di sigle di iniziative specifiche, come Hipc per i paesi poveri fortemente indebitati, o Prsp al fine di indicare il documento per la strategia della riduzione della povertà o Gopac “semplicemente” per denotare l’organizzazione mondiale governativa contro la corruzione: la cattiva infinità di sigle e termini può continuare.

Si è avuta occasione di osservare, qua e là, che quanto all’imbarbari­mento anche della lingua italiana non c’è da scherzare: più tempo passa con l’abuso di anglicismi e peggio è. Per parole italiane “passate a miglior vita”, basti pensare solo per un attimo alla “rivoluzione” attribuita pubblicitariamente a deodoranti o cibi precotti, così come la “flessibilità” è pure diventata un felice pregio degli assorbenti. In linea con le vecchie osservazioni di Engels circa il gergo corrente dell’economia anche parole quali classi, imperialismo, mercato, produttività, salario, ecc. sono stravolte nel loro stesso àmbito. Le “classi” – e precipuamente la loro inevitabile lotta – è meglio neppure nominare; si fa capire che esse non esistono più, ammesso che se ne sia mai supposta l’esistenza, ignorando, facendo ignorare e fingendo di ignorare, quale sia il loro nesso economico con i “rapporti di proprietà” (così come l’ideologia dominante usa parole a vanvera mascherate d’asinistra quali “fine del lavoro” o “fine della storia”). Di “imperialismo” si è detto prima per cenni: basterà ricordare adesso solo la sua rimozione a opera del pensiero storico liberale, che pure con Hobson aveva per primo coniato quella parola. Il “mercato” di cui normalmente si sente parlare va dall’immagine familiare della bancarella rionale all’anonimato assolutamente impersonale dei “mercati” (quasi che fosse il fato divino a configurarlo), purché si resti rigidamente vincolati alla “distribuzione del reddito” e non si traggano le giuste conclusioni sul mercato di capitali. La parola “produttività” (sociale del lavoro, o del lavoro sociale, precisa Marx) che si riferisce all’ottenimento di differenti risultati a parità di lavoro, viene invece ripetutamente confusa con altre quattro o cinque accezioni che implicano viceversa un diverso uso della forza-lavo­ro, sia estensivamente (durata) che intensivamente (ritmi di lavoro).

Ma una parola determinate, qualificante per la comprensione concettuale dell’intero modo di produzione capitalistico [ops!, mpc], è “salario”. Il suo uso improprio risale ai precursori ottocenteschi del cosiddetto “marginalismo” della teoria economica. Qualsiasi persona di buon senso sa perfettamente che chi vive di salario lavora alle “dipendenze” di qualcun altro – il padrone capitalista, proprietario di tutte le condizioni della produzione, oggettive e pure quelle soggettive della forza-lavoro, dato che è l’unico a poterle comprare – e, dopo la vendita ad altri (alienazione, in preciso senso etimologico) della sua unica merce, la forza-lavoro, lavora e percepisce reddito non solo per se stesso ma per l’intera classe proletaria affatto priva di proprietà. Dunque il salario, propriamente detto, è originariamente quella parte di capitale (variabile) con cui il padrone borghese può comandare la forza-lavoro acquistata e disporre del suo uso.

Ciò non ha, né può avere, nulla a che vedere con la ripartizione del prodotto fatto fare a quella forza-lavoro, la quale non partecipa né alla proprietà né, pertanto, alla determinazione (decisione programmatica) di quel prodotto. Viceversa, l’uso egemone della parola “salario” – capace di farsi accettare anche dalla pronità dell’apparato sedicente sindacale e politico dell’asinistra – implica e fa intendere che si tratti soltanto di equità o meno della distribuzione (proporzionale alla “produttività”) di quel prodotto netto dato per acquisito col contributo presuntivamente “simmetrico” e paritetico di tutti i “fattori della produzione” (lavoro, capitale e terra). Della “dipendenza” assoluta del lavoro salariato non c’è più traccia, e dello “sfruttamento” è meglio neppure parlare (né pensarlo: oggi all’asi­nistra piace solo dire dello “sfruttamento delle risorse” o della ... prostituzione). Il supposto “salario” degli economisti non è propriamente salario!

Insomma, “fin dall’inizio lo "spirito" porta in sé la maledizione di essere "infetto" dalla materia, che si presenta sotto forma di strati d’aria agitati, di suoni, e insomma di linguaggio”, secondo la concezione marxengelsiana. “Il linguaggio è antico quan­to la coscienza, il linguaggio è la coscienza reale, pratica”, sì che le parole debbano corrispondere a ben precisi concetti. E se si lotta affinché questi concetti, e le categorie che li determinano, possano alfine prevalere, ciò non si può perseguire se le “parole” usate non li rispecchiano adeguatamente. È per questa ragione che Marx – secondo le testimonianze di tanti che hanno colloquiato con lui – attribuiva un’importanza straordinaria alla correttezza dell’espressione, imprecando ripetutamente contro “questi miserabili licei, queste miserabili università” dove non si impara niente, neppure la lingua. Odiava usare parole straniere quando se ne poteva fare a meno, ma ripeteva volentieri la massima: “una lingua straniera è un’arma nella lotta della vita”, perché sapeva benissimo che ciò equivaleva a conoscenza e a coscienza. Ovviamente, tutto questo vale per una corretta e compiuta esposizione dei temi trattati, e non certo per appunti, sintesi di letture, lettere e manoscritti, da parte di chi vive da anni e anni in un paese straniero, dove si parla e si deve assimilare una lingua diversa dalla lingua madre (Marx ha risieduto a Londra per decenni). Ma se, invece degli sviluppi della cultura reale e della vita quotidiana, ci si accomodi – com’è il caso dell’anglofilia attuale – su una piatta acquiescenza al potere imperante, quella lingua straniera rimarrebbe “straniera”, cioè estranea.

Il capitale, come modo di produzione, è sì in grado – per sua stessa destinazione – di rendersi universale; ma ciò può avvenire soltanto se si procede, con i tempi della storia, a una socializzazione effettiva, materiale e culturale; se la conoscenza che essa implica si estende realmente alla grande massa della popolazione mondiale coinvolta alla lunga in siffatta trasformazione sociale. Chiunque legga deve poter capire, sia pure con un necessario sforzo mentale, anche grande, ciò che legge nella propria lingua, sapendo che lo sviluppo della cultura è reciproco tra chi ascolta e chi comunica. Sicché chi usa le parole – molte purtroppo cadute in disuso rispetto ai concetti loro corrispondenti e “difficili”, come dice Brecht, purché non più di quanto serva – non può trascurare di rispettare codesta corrispondenza irrinunciabile tra lingua e concetti. Adesso si è appena al­l’inizio di una trasformazione sociale di massa e una lingua che debba corrisponderle ancora è lungi dall’esi­stere (anche se un’egemonia si può intravedere, parallelamente alla dominanza economica). Una lingua non si può inventare (come nella vana speranza dell’“esperanto”), e tanto meno si può imporre, come pretenderebbe – con la violenza dell’i­deologia, della comunicazione e delle armi – l’angloamericano.

Saluti a “pugno chiuso”: perché – dice giustamente Lepri – c’è un pugno che non sia chiuso?

[gf.p.]

 

 

Partecipazione

I padroni chiedono “partecipazione”. Nella loro lingua (cioè tra e per loro) ciò si riferisce, ormai da più d’un secolo, alla quota di ingresso di un capitale nel pacchetto azionario di altre società, eventualmente incrociata, denominata an­che “interpenetrazione”. Si tratta di una delle tante forme di esistenza del capitale – an­che e soprattutto oggi a livello internazionale – a cui rimettere una parte del plusvalore [<=] in “patria”. Altro poi non è, questa, se non la pervasiva “patria del capitale”, ovvero il luogo dell’accumulazione transnazionale nel “deregolato” concorrere del mercato mondiale. Ma ancora. Quanto maggiore è la quota azionaria posseduta tanto più, tra azionisti, si avvia una comunanza di interessi, in cui la “partecipazione” quasi si identifica con la “fusione” concentrazionaria nonché assolutamente inter­nazionale della Spa, liberata da qualunque vincolo statuale particolare che tenda a rallentare il massimo esproprio di plusvalore. La conseguente omoge­neizzazione dei rapporti di produzione, tra i paesi in corsa per l’egemonia o almeno le prime file della gerarchia del potere, comporta così accordi interna­zionali sempre più stretti (di classe) e innovazioni sempre più rapide di forme capitalistiche per fronteggiare le crisi [<=] – tra cui le guerre [<=], sempre proficue – per lo scorrere inesausto e ormai a livello circolare del profitto.

Quando invece i padroni si rivolgono a quelli che la ricchezza la producono soltanto, allora diventano timidi e riservati. Non esigono più con arroganza l’entità della quota partecipativa – come tra pari – ma preferiscono sfumarla sommessamente a partire dallo scambio “equo” di lavoro con salario [<=], in cui cioè la “partecipazione” lavorativa contro denaro non importa se sia tecnica­mente incrementata, magari nella forma combinata, nell’aumento dell’intensi­tà o della sua condensazione. Con sfuggente modestia, si astengono infatti dal pretendere di evidenziare la sempre maggiore quantità di lavoro erogato, nel­le forme tecnologicamente più riposte, oggettivate nella “modernità” di un’ef­ficienza organizzativa senza limiti per la fatica. La fabbrica informatizzata garantisce infatti l’esclusione di qualunque gestione operaia, che non sia au­toma­ti­ca­mente integrata al processo produttivo.

Il lavoro “partecipa” così coattivamente all’aumento della potenza del capita­le, senza per questo dover andare a spaccare il capello su chi gestisce i cicli continui della produzione, su chi predispone la multifunzionalità o la flessibi­lità [<=] della manodopera, o su chi poi domina i rapporti sociali. Questi, nono­stante tutto, tendono a diventare contraddittoriamente più trasparenti e quindi potenzialmente più fragili, dovendo basarsi sempre più su un consenso che può capovolgersi in minaccia di legittimazione, da riorganizzare o comprare costantemente. Nel “sistema, azienda Italia” (espressione non casuale padronal-sindacalese in cui si sintetizzano tutte le sfumature della squisita sensibilità armonizzante) partita a varie velocità verso l’Europa, non c’è però più motivo di confliggere dopo aver sostituito, senza troppo chiasso, sindacati di classe, partiti, organi d’informazione di opposizione al monopolio del capitale! A “partecipare” all’eguale libertà [<=] giuridica, sempre nell’accezione multimediale neocorpora­tiva [<=], non sono più i subalterni ma i “cittadini”, non più le classi [<=] ma “la gente”.

Finalmente superati i tempi in cui (ancora alla fine del secolo scorso!) i sinda­cati, movimenti o circoli politici aprivano biblioteche e sale di lettura per i la­voratori, al corrente perfino dei dibattiti contemporanei (!), i padroni sono pas­sati a finanziare la stampa [<=] “indipendente”. E se anche hanno compilato “liste nere” contro gli “agitatori” o sono intervenuti con gli eserciti contro gli scio­peri, con i reparti clandestini militari, ecc., l’hanno dovuto fare però solo per difendere la “libertà di lavoro dell’individuo”, ché non intaccasse la “libertà dell’industria”, per il solo bene del paese. L’atomizzazione sociale e politica inevitabilmente seguìta è stata però subito trattata con tanta paterna cura, da costituire l’assorbente necessario per l’elargizione dei diritti [<=] in saldo e dell’e­mancipazione rigorosamente sotto forma di opinione e consumo di massa. La mèsse di consenso [<=], che dal fascismo alla democrazia [<=] è stata così amorosa­mente raccolta, ha costituito la sottile deportazione della forza-lavoro [<=] nella inoccupazione programmatica e stagnante. Quella minacciosa militarizzazio­ne dell’economia espressa dall’obsoleto esercito di riserva [<=] funzionale a quel­lo attivo, si trasmuta oggi con maggior soavità nella istituzionale, quasi reli­giosa formula dei “contratti di solidarietà”, o addirittura nel tocco esotico del­lo shukkô o leasing (lavoratori in prestito). Rassicurare è far “partecipare”, “partecipare” è omologarsi – non importa se da dis-pari – in comportamenti sterilizzati da ogni conoscenza, a partire da quella relativa alla strategia occu­pazionale in atto.

Dalla wage economy (economia del salario) alla share economy (economia della partecipazione) non c’è che un dato quantitativo: la sicurezza – per i moderni occupati – di circa la metà del salario. Il resto della busta-paga è ap­peso al filo della carota-partecipativa, accorciato unicamente dal rendimento personalizzato – proprio come un optional consumistico! – del singolo lavora­tore, od anche del gruppo cui appartiene non proprio liberamente. “Partecipare agli utili d’impresa” orbene “ai profitti” è quindi una generosa offerta – non certo inerente gli oneri della proprietà [<=] dei mezzi di produzione, i fastidi delle decisioni o le complicazioni delle ripartizioni egualitarie dei po­teri – per conquistare il valore del proprio lavoro nell’unica identità di norma­lizzante autonegazione stabilita dal capitale. Una volta esclusa nella verità dei fatti la remunerazione dell’intero lavoro, ciò che spiccatamente orna l’alta flessibilità lavorativa è proprio quella precedente “comunanza d’interessi”, cui val bene qualche “sacrificio”, pazienza se necessariamente unilaterale. Siccome poi tutto non si può ottenere in una volta, i nostri sindacati “si sono fatti carico” di facilitare il coinvolgimento (termine ultimo grido della creati­vità manageriale) all’obiettivo padronale della “qualità”, oggi punto cruciale della svolta concorrenziale “della nostra economia”.

Il management partecipativo è l’odierno organo di riproduzione del sistema. Spuntato originariamente nell’azienda, ove si articola in programmi di tipo tecnico, riesce a funzionare solo se si espande in ogni relazionalità sociale, at­traverso la creazione di atmosfere, di successi, insomma di una vera e propria “cultura” di penetrazione. Superare i limiti “distorti” della contrapposizione di classe [<=] ha comportato da parte padronale una dura autocritica rispetto ai tradi­zionali atteggiamenti di “condiscendenza” e “indulgenza” verso i sottoposti. La nuova modernità esige piuttosto nuove parole (EI = Employee Involve­ment, coinvolgimento dei dipendenti), nuovi comportamenti (inserite nei con­tratti [<=] le responsabilità una volta dei capi-reparto oggi ricadono professional­mente [<=] sugli operai), nuove abilità multifunzionali che risolvano problemi in continuazione (nello spossesso della specializzazione, oggi fattore di rigidità). Alla nuova omogeneità (conflittuale) dei padroni transnazionali la “partecipa­zione” deve portare in dono la disgregazione delle masse da precarizzare, ri­cattare o, in mancanza, distruggere. Il Nuovo Ordine pretenderebbe, oltre il solito vecchio sfruttamento sul lavoro (forse è per questo che nessuno ne par­la più!), anche il cervello, l’anima, l’“autodeterminazione” sociale della pro­pria sconfitta. È in tal senso che, contro tutti i proletarizzati, continua la Guerra “totale”, pacificamente irriconoscibile sul palcoscenico della “qualità d’im­presa”. Non è scontato che riescano a pagarne tutti i costi.

[c.f.]

 

 

Parvenza

(aforismi)

Contemplazione. Infatti, è solo come categoria universale dell’essere sociale totale che la merce può essere compresa nella sua essenza autentica. Soltanto in questo nesso la reificazione sorta dal rapporto mercantile assume un significato decisivo, tanto per l’evoluzione oggettiva della società quanto per l’atteggiamento degli uomini nei suoi confronti, per la sottomissione della loro coscienza alle forme nelle quali questa reificazione si esprime. Questa sottomissione viene ancora accentuata dal fatto che, più aumentano la razionalizzazione e la meccanizzazione del processo lavorativo, più l’attività del lavoratore perde il suo carattere di attività per trasformarsi in un atteggiamento contemplativo. [Lukács, Storia e coscienza di classe].

Illusione. E senza dubbio il nostro tempo preferisce l’immagine alla cosa, la copia all’originale, la rappresentazione alla realtà, l’apparenza all’essere. Ciò che per esso è sacro non è che l’illusione, ma ciò che è profano è la verità. Anzi il sacro s’ingigantisce ai suoi occhi via via che diminuisce la verità e l’illusione aumenta, cosicché il colmo dell’illusione è anche il colmo del sacro. [Feuerbach, L’essenza del cristianesimo, prefazione 2ª ed.].

Ideologia. Il parallelismo fra ideologia e schizofrenia stabilito da Gabel [La falsa coscienza] deve essere situato in questo processo economico di materializzazione dell’ideologia. Ciò che l’ideologia era già, la società lo è divenuta. La perdita di contatto con la prassi, e la falsa coscienza antidialettica che l’accompagna, è appunto quanto viene imposto ad ogni momento della vita quotidiana sottomessa allo spettacolo; e che bisogna comprendere come un’organizzazio­ne sistematica della “perdita della facoltà di incontro”, e come la sua sostituzione con un fatto allucinatorio sociale: la falsa coscienza dell’incontro, l’“illusione dell’incontro”. In una società in cui nessuno può più essere riconosciuto dagli altri, ogni individuo diviene incapace di riconoscere la sua propria realtà. L’ideologia è a casa propria; la separazione ha edificato il suo mondo. [Debord, La società dello spettacolo].

Autismo. “Nei quadri clinici della schizofrenia – dice Gabel – scadimento della dialettica della tonalità (con per forma estrema la dissociazione) e scadimento della dialettica del divenire (con per forma estrema la catatonia) sembrano chiaramente connessi”. La coscienza spettatrice, prigioniera di un universo appiattito, delimitato dallo schermo dello spettacolo, dietro il quale è stata deportata la sua vita, non conosce più se non gli interlocutori fittizi che la intrattengono unilateralmente sulla loro merce e sulla politica della loro merce. Lo spettacolo, in tutta la sua e­stensione, è il suo “segno dello spettacolo”. Qui si mette in scena la falsa via d’uscita di un autismo generalizzato [ivi].                                

[m.d.]

 

 

Pauperismo #1

(grado dello sviluppo produttivo)

Quando l’interna laboriosità raggiunge un alto grado e un popolo ha più individui di quelli che può nutrire, interviene la colonizzazione. Così gli europei, e in particolare gli inglesi, sono sparsi in tutti i continenti, nonostante che ai giorni nostri l’emigrazione di coloni non venga organizzata sistematicamente come presso gli antichi, che avevano una misura determinata per il godimento dello status di cittadino, al di sotto della quale fondavano colonie. In Europa si è lasciata questa misura piuttosto all’individuo, e la conseguenza è stata la povertà [D. Losurdo, in Le Filosofie del diritto, di G.W.F. Hegel].

Alcuni ritenevano che avendo Hui-jeh oppresso molti popoli, in questi popoli il nazionalismo dovesse determinare qualche cosa di utile, cioè la caduta di Hui-jeh. Me-ti disse disapprovando: se questi popoli scuotono il giogo di Hui-jeh in modo nazionalistico, si sobbarcheranno il giogo dei loro propri signori. Il nazionalismo dei grandi signori giova ai grandi signori. Il nazionalismo della povera gente giova anch’esso ai gran di signori. Il nazionalismo non diventa migliore per il fatto che si celi sotto i panni della povera gente, anzi allora diventa totalmente assurdo [Bertolt Brecht, Me-ti. Libro delle svolte].

Il concetto di lavoratore libero implica già che egli è pauper (povero): virtualmente pauper. Per le sue condizioni economiche egli è una pura capacità lavorativa vivente, dunque provvisto anche di bisogni vitali. Indigenza in tutti i sensi, che non esiste oggettivamente come capacità lavorativa, sì da realizzarsi come tale. Se il capitalista non ha bisogno del suo lavoro eccedente egli non può svolgere il suo lavoro necessario; non può pro durre i suoi mezzi di sussistenza. Né può poi ottenerli attraverso lo scambio – ma, se li ottiene, è solo perché una parte del suo reddito va a lui sotto forma di elemosina. Come operaio egli può vivere soltanto nella misura in cui scambia la sua capacità lavorativa con la parte del capitale che costituisce il suo fondo di lavoro.

Questo scambio stesso è legato a condizioni che per lui sono accidentali, indifferenti al suo essere organico. Egli è dunque virtualmente pauper. Poiché inoltre la condizione della produzione fondata sul capitale è che egli produca sempre più lavoro eccedente, ecco che si libera sempre più lavoro necessario. Le possibilità del suo pauperismo quindi si moltiplicano. Allo sviluppo del lavoro eccedente corrisponde quello della popolazione eccedente. In differenti mo di sociali di produzione esistono differenti leggi di aumento della popolazione e della sovrappopolazione; que st’ultima s’identifica con il pauperismo. Queste differenti leggi vanno semplicemente ridotte ai differenti modi di rapporto con le condizioni di produzione, o, rispetto all’individuo vivente, con le condizioni di riproduzione di esso in quanto membro della società, giacché egli lavora e appropria soltanto nella società.

La dissoluzione di questi rapporti, per quanto concerne il singolo individuo o una parte della popolazione, pone costoro all’esterno delle condizioni di riproduzione di questa determinata base, e quindi come sovrappopolazione non soltanto priva di mezzi, ma anche incapace di appropriarsi dei mezzi di sussistenza mediante il lavoro, e perciò come pauper. Soltanto nel modo di produzione fondato sul capitale il pauperismo si presenta come risultato del lavoro stesso, dello sviluppo della forza produttiva del lavoro. A un certo stadio della produzione sociale può quindi essere sovrappopolazione ciò che a un altro non lo è, e i suoi effetti possono essere diversi.

Le colonie inviate all’estero dagli antichi erano ad esempio sovrappopolazione; in altri termini, su quella base materiale della proprietà, cioè in quelle condizioni di produzione, essi non potevano continuare a vivere nello stesso spazio. Il loro numero può apparire molto piccolo a paragone delle moderne condizioni di produzione. Essi erano tuttavia ben lungi dall’essere paupers. Lo era invece la plebe romana con il suo panis et circenses.

La sovrappopolazione che conduce alle grandi migrazioni di popoli presuppone a sua volta altre condizioni. Poiché in tutte le precedenti forme di produzione lo sviluppo delle forze produttive non costituisce la base del l’appropriazione, ma anzi un determinato rapporto con le condizioni di produzione (forme di proprietà) si presenta come ostacolo presupposto alle forze produttive, e deve essere soltanto riprodotto, a maggior ragione lo sviluppo della popolazione, in cui si riassume lo sviluppo di tutte quelle forze produttive, deve trovare un ostacolo esterno, e presentarsi quindi come un fattore da limitare. Le condizioni della comunità sono compatibili soltanto con una determinata quantità di popolazione.

D’altro canto, se gli ostacoli posti alla popolazione dalla possibilità di espansione della forma determinata delle condizioni di produzione, si modificano, si restringono o si dilatano, in base a quest’ultima, – sicché presso le popolazioni di cacciatori la sovrappopolazione era diversa che presso gli ateniesi, e presso questi ultimi era diversa che presso i germani – si modifica però anche il saggio di aumento assoluto della popolazione, e quindi il saggio di sovrappopolazione e di popolazione. La sovrappopolazione data su una determinata base di produzione è quindi altrettanto determinata quanto la popolazione adeguata. Prese assieme, sovrappopolazione e popolazione costituiscono la popolazione che una determinata base di produzione può generare. La misura in cui essa trascende il suo limite, è data dal limite stesso – o piuttosto dalla medesima ragione che pone il limite. Così come il lavoro necessario e il lavoro eccedente, presi assieme, costituiscono la totalità del lavoro su una data base.

Per Ricardo [in Marx, Lf, Tp] il quantitativo di grano disponibile è del tutto indifferente per l’operaio, se egli non ha un’occupazione; e quindi sono i mezzi di occupazione e non di sussistenza, quelli che lo collocano nella categoria della popolazione eccedente o fuori di essa. Ma ciò va inteso in termini più generali, e si riferisce generalmente alla mediazione sociale attraverso la quale l’individuo si riferisce ai mezzi della sua riproduzione e li crea; ossia alle condizioni di produzione e al suo rapporto con esse. Alla riproduzione dello schiavo ateniese non era posto altro limite oltre quello dei mezzi di sussistenza producibili. E non sentiamo mai parlare di schiavi in eccedenza nell’antichità. Il fabbisogno di schiavi era anzi in continuo aumento.

C’era invece una popolazione eccedente di non-lavoratori (in senso immediato), che però non erano in soprannumero rispetto ai mezzi di sussistenza esistenti, ma piuttosto avevano perduto le condizioni entro le quali se ne potevano appropriare. L’invenzione di lavoratori eccedenti, ossia di uomini privi di proprietà che lavorano, appartiene all’epoca del capitale. I mendicanti che si aggregavano ai conventi e contribuivano a consumare il prodotto eccedente, rientrano nella stessa classe dei dipendenti dei signori feudali, e ciò mostra che il prodotto eccedente non poteva essere consumato dai suoi pochi proprietari. Si tratta semplicemente di un’altra forma dei dipendenti di una volta o dei servi domestici di oggi. Non c’è mai un rapporto con una inesistente massa assoluta di mezzi di sussistenza, bensì un rapporto con le condizioni di riproduzione, di produzione di questi mezzi, nel quale però sono altresì incluse le condizioni di riproduzione dell’uomo, della popolazione complessiva, della popolazione eccedente relativa.

Sul continente impiccagioni, sparatorie, deportazioni sono all’ordine del giorno. Ma gli stessi carnefici sono esseri tangibili e impiccabili, e i loro misfatti sono impressi nella coscienza di tutto il mondo civile. Contemporaneamente, in Inghilterra agisce un despota invisibile, intangibile e silenzioso, che condanna gli esseri umani, in casi estremi, alla più crudele delle morti, o che con un lavorìo quotidiano e silenzioso caccia dalle terre dei loro padri intere stirpi e intere classi di uomini, come l’angelo dalla spada fiammeggiante che cacciò Adamo dal paradiso terrestre. In quest’ultima for ma il lavorìo dell’invisibile despota sociale si chiama emigrazione forzata, nella prima morte per inedia.

 Alcuni casi di morte per inedia si sono verificati a Londra. Ricorderò solo il caso di Mary Ann Sandry, di 43 anni, morta a Londra in Coal-lane, Shadwell. Il chirurgo Thomas Peene, che assisté all’inchiesta del pubblico inquisitore, dichiarò che la morte era dovuta al freddo e alla fame. Il cadavere giaceva senza una coperta addosso su un sottile strato di paglia. Nella stanza non c’era traccia di mobilio, di riscaldamento e di cibo. Cinque piccoli bimbi sedevano sul nudo pavimento piangenti di freddo e di fame, accanto al corpo senza vita della madre. Nella prossima corrispondenza mi soffermerò sugli effetti del l’emigrazione forzata [in New York daily tribune, 3716, 15.3.1853].

“Si calcola” rileva l’ufficio per l’e migrazione coloniale, “che i nove decimi degli emigranti che partono da Liverpool sono irlandesi. Circa tre quarti degli emigranti dalla Scozia sono celti, provenienti o dalle Highlands o dall’Irlanda via Glasgow”. Circa i quattro quinti di tutta l’emigrazione riguarda evidentemente la popolazione celtica dell’Irlanda, delle Highlands e delle isole della Scozia. Il londinese Economist scrive su questa emigrazione: “È una conseguenza del crollo del sistema sociale basato sulla piccola proprietà e sulla coltivazione delle patate”. E aggiunge: “La partenza della parte eccedente della popolazione dell’Irlanda e delle Highlands scozzesi è la premessa indispensabile di ogni tipo di progresso ... Il reddito dell’Irlanda non ha sofferto affatto per la carestia del 1846-47 o per l’emigrazione che ne è stata la conseguenza. Al contrario, il reddito netto nel 1851 ammontava a Lst. 4.281.999, superava cioè di circa Lst. 184.000 quello del 1843”.

Incominciate col ridurre alla miseria gli abitanti di un paese e, quando non potete più spremere da loro alcun profitto, quando essi sono diventati un onere per il reddito, cacciateli e calcolate a quanto ammonta il reddito netto! Questa è la dottrina esposta da Ricardo nella sua celebre opera Princìpi di economia politica. Sismondi nei suoi Nouveaux principes d’économie politique risponde che, guardando alla questione da questo angolo visuale, non avrebbe nessuna importanza per la nazione inglese se l’intera popolazione scomparisse e il re ... rimanesse solo al centro dell’isola, purché esistesse una macchina automatica che gli permettesse di procurarsi il reddito netto ora prodotto da una popolazione di 20 milioni di anime. Invero, quel l’“entità grammaticale” che si chiama “ricchezza della nazione” in questo caso non subirebbe nessuna diminuzione [in New York daily tribune, 3722, 22.3.1853].

[b.b.,g.w.f.h., k.m.]

 

 

Pauperismo #2

(esclusione e non solo indigenza)

La separazione della proprietà dal lavoro appare come legge necessaria di questo scambio tra capitale e lavoro. Il lavoro posto come il non-capi tale in quanto tale è:

1) lavoro non-materializzato inteso negativamente (esso stesso ancora materiale; il non-materiale stesso in forma oggettiva). Come tale esso è non-materia prima, non-strumento di lavoro, non-prodotto grezzo: è il lavoro separato da tutti i mezzi e gli oggetti di lavoro, da tutta la sua oggettività. È il lavoro vivo esistente co me astrazione da questi momenti della sua realtà effettiva (e altresì come non-valore); è questa completa spoliazione, esistenza del lavoro priva di ogni oggettività, puramente soggettiva. Il lavoro come povertà assoluta: povertà non come indigenza, ma come totale esclusione della ricchezza materiale. O anche, in quan to è il non-valore esistente e quindi un valore d’uso puramente materiale che esiste senza mediazione, questa materialità può essere soltanto una materialità non separata dalla persona: una materialità coincidente con la sua corporeità immediata. Essendo materialità assolutamente immediata, essa è altrettanto immediatamente non-mate rialità. In altri termini: una materialità che non si colloca fuori dell’esistenza immediata dell’indivi duo stesso.

2) Lavoro non-materializzato, non-valore, inteso positivamente, o negatività riferita a sé stessa; è l’esistenza non-materializzata, quindi non-oggettiva, cioè soggettiva del lavoro stesso. Il lavoro non come oggetto, ma come attività: non come valore esso stesso, ma come fonte viva del valore. La ricchezza generale, contrapposta al capitale in cui essa esiste materialmente, come realtà, in quanto possibilità generale del capitale stesso, la quale si conferma come tale nell’azione. Non è quindi affatto contraddittorio – o piuttosto si tratta di una proposizione totalmente contraddittoria – che il lavoro è da un lato povertà assoluta come oggetto, dal l’altro è la possibilità generale della ricchezza come soggetto e come attività; questi due aspetti si condizionano reciprocamente e conseguono dalla natura del lavoro per cui esso, in quanto antitesi, esistenza antitetica del capitale, è presupposto dal capitale, e d’altro canto presuppone a sua volta il capitale [Lf, III. Il capitolo del capitale].

Contraddizione nel modo capitalistico di produzione: gli operai in quanto compratori della merce sono importanti per il mercato. Ma in quanto sono venditori della loro merce – la forza-lavoro – la società capitalistica ha la tendenza a costringerli al minimo del prezzo. Ulteriore contraddizione: le epoche in cui la produzione capitalistica mette in campo tutte le proprie potenze, si dimostrano regolarmente epoche di sovrapproduzione; perché le potenze della produzione non possono mai essere impiegate in modo che non soltanto si possa produrre più valore, ma anche realizzarlo; la vendita delle merci, il realizzo del capitale-merce, dunque anche del plusvalore, è tuttavia limitata non dai bisogni di consumo della società in generale, ma dai bisogni di consumo di una società in cui la grande maggioranza è sempre povera e deve sempre rimanere povera [C, II, 1].

Appena il maneggio dello strumento è affidato alla macchina, si estingue il valore d’uso e con esso il valore di scambio della forza-lavoro. L’operaio diventa invendibile, come certa moneta fuori corso. Quella parte della classe operaia che viene così trasformata dalle macchine in popolazione superflua, cioè non più immediatamente necessaria per l’autovalorizzazione del capitale, per una parte soccombe nella lotta ineguale della vecchia industria di tipo artigianale e manifatturiero contro l’industria meccanica, per l’altra inonda tutti i rami dell’industria più facilmente accessibili, fa traboccare il mercato del lavoro e fa scendere quindi il prezzo della forza-lavoro al di sotto del suo valore. Dove avviene che la macchina prenda a poco per volta un campo di produzione, essa produce la miseria cronica negli strati operai che sono in concorrenza con essa. Dove il trapasso è rapido, l’effetto è di massa e acuto.

La storia universale non offre spettacolo più orrendo della estinzione dei tessitori artigiani di cotone inglesi, graduale, trascinata per decenni, e infine sigillata nel 1838. Molti morirono di fame, molti vegetarono a lungo, assieme alle loro famiglie, con due pence e mezzo al giorno. Invece acuto fu l’effetto delle macchine inglesi per la lavorazione del cotone nelle Indie Orientali, il cui governatore generale constatava nel 1834-5: “La miseria difficilmente trova paralleli nella storia del commercio. Le ossa dei tessitori di cotone imbiancano le pianure indiane”. Certo, in quanto quei tessitori lasciavano questo mondo temporale, le macchine creavano loro solo “inconvenienti temporanei”. Del resto, l’effetto “temporaneo” delle mac chine è permanente, in quanto s’impadronisce di sempre nuovi campi di produzione.

Il sedimento più basso della sovrappopolazione relativa alberga infine nella sfera del pauperismo. Astrazion fatta da vagabondi, delinquenti, prostitute, in breve dal sottoproletariato propriamente detto, questo strato sociale consiste di tre categorie.

Prima: persone capaci di lavorare. Basta guardare anche superficialmente le statistiche del pauperismo inglese per trovare che la sua massa si ingrossa ad ogni crisi e diminuisce ad ogni ripresa degli affari.

Seconda: orfani e figli di poveri. So no i candidati dell’esercito industriale di riserva e, in epoche di grande slancio, come nel 1860 p. es., vengono arruolati rapidamente e in massa nel l’esercito operaio attivo.

Terza: gente finita male, incanaglita, incapace di lavorare. Si tratta special mente di individui che sono mandati in rovina dalla mancanza di mobilità causata dalla divisione del lavoro, individui che superano l’età normale di un operaio, infine le vittime dell’in dustria, il cui numero cresce con il crescere del macchinario pericoloso, dello sfruttamento delle miniere, delle fabbriche chimiche ecc., mutilati, malati, vedove ecc.

Il pauperismo costituisce il ricovero degli invalidi dell’esercito operaio attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva. La sua produzione è compresa nella produzione della sovrappopolazione relativa, la sua necessità nella necessità di questa; insieme a questa il pauperismo costituisce una condizione d’esistenza della produzione capitalistica e dello sviluppo della ricchezza. Esso rientra nei faux frais [false spese] della produzione capitalistica, che il capitale sa però respingere in gran parte da sé addossandoli alla classe operaia e alla piccola classe media. Quanto maggiori lo strato dei Lazzari della classe operaia e l’esercito industriale di riserva, tanto maggiore il pauperismo ufficiale.

Questa è la legge assoluta, generale dell’accumulazione capitalistica. Nella misura in cui il capitale si accumula, la situazione dell’operaio, qualunque sia la sua retribuzione, alta o bassa, deve peggiorare. La legge infine che equilibra costantemente sovrappopolazione relativa, ossia l’esercito industriale di riserva, da una parte e volume e energia dell’accumulazione dall’altra, incatena l’operaio al capitale in maniera più salda che i cunei di Efesto non saldassero alla roccia Prometeo. Questa legge determina una accumulazione di miseria proporzionata all’accumulazione di capitale. L’accumulazione di ricchezza all’uno dei poli è dunque al tempo stesso accumulazione di miseria, tormento di lavoro, schiavitù, ignoranza, brutalizzazione e degradazione morale al polo opposto ossia dalla parte della classe che produce il proprio prodotto come capitale.

La crisi del 1866 che colpì Londra più gravemente delle altre città creò nel 1866 in questa sede del mercato mondiale, più popolosa del regno di Scozia, un aumento dei poveri del 19,5% in confronto col 1865, e del 24,4% in confronto col 1864, e un aumento ancor maggiore per i primi mesi del 1867 in confronto col 1865. Nell’analisi della statistica dei poveri occorre rilevare due punti. Da una parte il movimento di rialzo e di ribasso della massa dei poveri rispecchia le vicende periodiche del ciclo industriale. Dall’altra parte, la statistica ufficiale diventa sempre più ingannevole circa il volume reale del pauperismo, nella misura in cui si sviluppa, con lo svilupparsi dell’accumulazione del capitale, la lotta delle classi, e quindi la coscienza di sé stessi degli operai. P. es. la barbarie nel trattamento dei poveri, sulla quale ha gridato così forte durante gli ultimi due anni la stampa inglese è di vecchia data.

Friedrich Engels constata nel 1844 gli stessi precisi orrori e gli stessi pre cisi ipocriti lai che fan parte della “letteratura sensazionale”. Ma il terribile aumento della morte per fame a Londra durante l’ultimo decennio di mostra senza lasciar dubbio come sia in aumento l’orrore degli operai per la schiavitù della workhouse, questo ergastolo della miseria.

Nuovo e terribile impulso ebbe il processo d’espropriazione forzosa della massa della popolazione nel secolo xvi, dalla Riforma e, in seguito a questa, dal colossale furto dei beni ecclesiastici. Al momento della Riforma la Chiesa cattolica era proprietaria feudale d’una gran parte del suolo inglese. La soppressione dei conventi ecc. ne gettò gli abitanti nel proletariato. I beni ecclesiastici vennero donati in gran parte a rapaci favoriti regi o venduti a prezzo irrisorio a fittavoli e cittadini speculatori, che scacciavano in massa gli antichi fittavoli ereditari dei conventi riunendo i loro poderi in grandi unità. La proprietà che la legge garantiva agli agricoltori impoveriti di una parte delle decime ecclesiastiche venne tacitamente confiscata. “Pauper ubique jacet” (Dappertutto ci sono poveri), esclamò la regina Elisabetta dopo aver fatto il giro dell’Inghilterra. Infine, nel quarantreesimo anno del suo regno, si fu costretti a riconoscere ufficialmente il pauperismo mediante l’introduzione della tassa dei poveri.

Questioni sulla retta interpretazione di questa legge: Nona questione: alcuni fra i fittavoli più ricchi della parrocchia hanno escogitato un abile progetto col quale può essere eliminata ogni confusione nell’esecuzione dell’Atto. Propongono di costruire nella parrocchia una prigione. Ad o gni povero che non si vuol lasciar chiudere in detta prigione, sarà negata l’assistenza. Poi si manderà un avviso nei dintorni del tenore che se qualche persona è disposta a prendere in fitto i poveri di questa parrocchia, consegni, in un giorno dato, proposte sigillate, sul prezzo più basso al quale è disposta a portarseli via.

Gli autori di questo progetto presuppongono che nelle contee vicinali ci siano persone che non han voglia di lavorare e sono senza patrimonio e senza credito per procurarsi un’affit tanza o un podere in modo da poter vivere senza lavorare. Se i poveri dovessero, qua e là, morire sotto la tutela dell’appaltatore, il peccato ricadrà su quest’ultimo, poiché la parrocchia avrebbe adempiuto i suoi doveri verso i poveri. Tuttavia temiamo che l’Atto presente non consenta nessuna misura prudenziale del genere; ma dovete sapere che tutti gli altri freeholders di questa contea e della confinante si uniranno a noi per spingere i loro membri della camera bassa a proporre una legge che permetta l’imprigiona mento e il lavoro coatto dei poveri, co sicché ogni persona che si opponga a essere rinchiusa non abbia più diritto ad alcun sussidio. Speriamo che ciò tratterrà le persone in miseria dal chiedere l’assistenza. [C, I. 3].         

[k.m.]

 

(i riferimenti qui utilizzati sono tratti da Bertolt Brecht, Diari; Me-ti, Libro delle svolte - G.W.F. Hegel, Scienza della logica; Le filosofie del diritto - Karl Marx, Il capitale [C]; Lineamenti fondamentali [Lf]; Teorie sul plusvalore [Tp]; articoli sul New York daily tribune) - William Shakespeare, Coriolano).

 

 

Pensioni

(dizionario minimo per orientarsi)

Vi sono fenomeni della natura di cui è possibile costruire una spiegazione molto complicata solo assumendo che esistano delle variabili nascoste alla percezione dell’osservatore. Esistono invece dei fenomeni sociali che vengono spiegati con grande semplicità dallo stesso osservatore nascondendo al pubblico la maggior parte delle variabili. Rientrano in questa categoria le proposte di riforma delle pensioni ipotizzate dal governo. In tali proposte e sollecitazioni sono sempre poste in primo piano due variabili dal peso innegabile. La prima è l’in­vecchiamento della popolazione. La seconda variabile è l’incidenza delle pensioni pubbliche sul Pil.

Ciò nondimeno il problema pensioni non è formato solamente da variabili quali l’invecchiamento della popolazione o l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil. Ve ne sono parecchie altre che dovrebbero entrare a pari titolo nella pubblica discussione. Una di queste è la produttività, un’al­tra il peso relativo dei redditi da lavoro sul Pil. Secondo vari indicatori esso è fortemente diminuito negli ultimi due decenni.

Quanto alle imprese, sarebbe opportuno richiedere loro un piano dettagliato in cui spiegassero come pensano di conciliare le loro pressanti richieste di allungamento dell’età lavorativa, con le loro pratiche quotidiane di assillante ricerca di forza lavoro sempre più giovane: a quarantacinque anni le competenze sono ormai obsolete, ergo in azienda non c’è più posto. Le ragioni di tali pratiche sono chiare: i giovani posseggono nozioni culturali e tecniche più aggiornate. Soprattutto costano meno.

Introdurre nel dibattito sulle pensioni le variabili finora nascoste non aiuterebbe presumibilmente ad accelerare una riforma del sistema, quand’an­che si continuasse a reputarla indispensabile. Ma potrebbe servire a dimostrare che essa è forse meno urgente di quanto non si dica. Soprattutto conferirebbe maggior equilibrio al dibattito. Finora la scena di questo, si dovrebbe riconoscere, è stata dominata dagli argomenti cari, e utili, a una parte sola.

Gli articoli di stampa e i servizi tv che discutono di riforma delle pensioni e di quella correlata del mercato del lavoro ricorrono spesso a un linguaggio da specialisti, ostico per chi non sia addentro a tali materie. Pensiamo quindi di far cosa gradita pubblicando un breve dizionario dei termini principali della discussione.

Competitività delle imprese. Si migliora comprimendo il costo del lavoro [<=] in Italia finché non tocchi il livello della Cina. I risultati conseguiti su tale strada negli anni ‘90 – una mera riduzione del 18,5% del costo del lavoro per unità di prodotto, il trasferimento di soli 7-8 punti di Pil dal monte salari ai profitti, alle rendite e al lavoro autonomo – appaiono del tutto insoddisfacenti.

Costo del lavoro. Componente sgra­devole ma, almeno per ora, apparentemente ineliminabile della produzione di beni e servizi. Essa è gonfiata, in aggiunta alle laute retribuzioni pagate ai dipendenti – che sono aumentate in dodici anni d’un sostanzioso 2% in termini reali, ossia di ben 20 euro su 1000 – dai contributi che le imprese sono costrette a versare agli enti previdenziali. La decontribuzione [<=] potrebbe alleviare tale incongruo onere collaterale.

Decontribuzione. Riduzione di 3-5 punti percentuali dei contributi versati dalle imprese agli enti di previdenza. Permetterebbe di ottenere diversi risultati positivi: 1) un ulteriore trasferimento di Pil dai redditi da lavoro ai profitti; 2) le profezie pessimistiche sul bilancio pensionistico del­l’Inps, al momento infondate, potranno finalmente avverarsi; 3) le pensioni da erogare nei prossimi anni potranno infine esser tagliate per inoppugnabili ragioni contabili [tasso di sostituzione ?].

Disavanzo del sistema pensionistico. Grandezza economica per ora inesistente. Infatti, tolti gli oneri assistenziali che lo Stato ha accollato all’Inps, le entrate costituite dai contributi di lavoratori e aziende pareggiano le uscite in forma di pensioni. Ad ogni buon conto la riforma combinata delle pensioni e del mercato del lavoro assicura che la finzione di oggi sarà la realtà di domani [urgenza della riforma ?].

Flessibilizzazione del lavoro. Eliminazione delle norme del diritto del lavoro che rendevano eccessivamente riguardoso il modo in cui si trattano le persone assunte come lavoratori dipendenti. Ha la funzione di facilitare alle imprese tanto l’assunzione quanto il licenziamento di manodopera, sostenendole nell’impegno volto a ridurre il costo del lavoro [<=] al fine di accrescere la competitività [<=].

Fondi pensione. Organizzazioni finanziarie, pubbliche o private, le quali raccolgono i risparmi di un lavoratore, li investono soprattutto in azioni per farli fruttare, e li versano poi al medesimo individuo, venti o trent’an­ni dopo, in forma di pensione integrativa [<=]. La restituzione della somma, e gli interessi, sono garantiti. A carico del lavoratore vi sono unicamente, ma solo per alcuni decenni, i rischi di inflazione; di eventuale impossibilità a recuperare per motivi economici o politici gli investimenti fatti in un dato paese; di crisi finanziarie internazionali; di perdite del patrimonio dei fondi causa la caduta delle borse (v. anno 2000 e seguenti).

Generosità del sistema pensionistico. Sbaglia chi crede, soltanto perché ha lavorato tot anni, o versato tot contributi, d’aver maturato il diritto a una pensione di tot ammontare [incentivi ?]. Questa, affermano i rapporti delle organizzazioni internazionali, dipende invece dal buon cuore del sistema, ovvero dalla sua generosità. Essa appare al presente esagerata, poiché assicura ai pensionati italiani una pensione pari a quasi il 70% dell’ultima retribuzione [tasso di sostituzione ?].

Incentivi. Provvedimento rivolto alle persone desiderose di continuare a lavorare dopo aver maturato il diritto alla pensione. Per motivarle, esso garantisce che alla fine riceveranno una pensione inferiore a quella cui avrebbero diritto in base agli anni complessivamente lavorati.

Invecchiamento della popolazione. Aumento della quota di individui sopra i 65 anni sul totale della popolazione, o sulla quota di giovani con meno di 15. È dovuto all’inclinazione economicamente irrazionale, diffusa in specie tra le donne, di vivere fino a 80 anni e oltre, nonché alla decisione di fare soltanto un figlio per coppia.

Lavoratore povero. Persona che pur lavorando regolarmente gran parte dell’anno dispone per vivere d’un reddito inferiore ai due terzi del valore mediano delle retribuzioni. Condizione da tempo tipica dei lavoratori atipici, è possibile lo diventi anche per molti lavoratori dianzi astoricamente “normali”, ma ora finalmente coinvolti da processi di flessibilizzazione [<=] o saggiamente impegnati a farsi una pensione integrativa [<=].

Patto tra generazioni. 1) Versione moderna: decurtazione immediata del trattamento pensionistico dei pensionandi di oggi al fine di garantire la pensione a chi ne avrà titolo domani, verso il 2050. Chi sostiene che questo è un esperimento fantascientifico di trasferimento di ricchezza reale attraverso il tempo è solo un detrattore preconcetto della riforma. 2) Versione arcaica, da superare: la generazione A dei lavoratori in attività finanzia direttamente con i suoi contributi le pensioni della generazione B che ha lasciato il lavoro, con la certezza di avere a suo tempo la pensione assicurata dagli attivi della generazione C.

Pensionato povero. Lavoratore atipico in pensione, o – con la riforma delle pensioni a regime – ex lavoratore tipico che non ha voluto o potuto investire una consistente quota del suo salario, in aggiunta ai contributi obbligatori, per farsi una pensione integrativa [<=].

Pensione integrativa. Quella che un lavoratore può liberamente farsi, dopo aver pagato i contributi, versando un’altra quota del suo salario a un fondo pensione [<=]. È vero che in tal modo paga due volte per avere lo stesso trattamento, ma se non vuol diventare un pensionato povero [<=] dovrà pur farsi carico di qualche sacrificio.

Tasso di dipendenza economica. Esiste in due formati. Il primo, allarmante, rappresenta in qual misura la popolazione sopra i 65 anni dipende economicamente dalla popolazione in età lavorativa, compresa tra i 15 e i 64 anni. Il secondo tiene conto che pure coloro con meno di 15 anni dipendono dalla popolazione in età lavorativa. Dato che la percentuale di questi è crollata causa il declino della natalità, il tdde del totale degli inattivi dalla popolazione in attività appare, in questo caso, quasi immutato da circa un secolo. Chi voglia procedere sulla strada della riforma farà dunque bene a richiamare sempre e soltanto il primo formato.

Tasso di passività. Rapporto tra gli anni in cui una persona ha lavorato e il numero di anni in cui riceve la pensione. Poiché le persone insistono a vivere più a lungo dopo il pensionamento, tale rapporto è sceso da 3:1 nel 1960 a 2:1 nel 2000. Se non si interviene, tale mutamento avrà severi effetti negativi sui bilanci pubblici. Chi obbietti che grazie all’aumento di produttività Y, che va in pensione adesso, nel corso della sua vita lavorativa ha prodotto una quota di Pil assai superiore a X andato in pensione nel 1960, maturando così il diritto a godersi qualche anno di pensione in più, mostra di opporsi pretestuosamente al­la modernizzazione della previdenza.

Tasso di sostituzione. Rapporto percentuale tra la pensione che uno riceve e la sua retribuzione media degli ultimi anni. I passatisti sostengono che una pensione dignitosa dovrebbe aggirarsi nientemeno che sul­l’80% dell’ultima retribuzione, perché così si assicurerebbe alla persona il mantenimento d’un livello di vita simile a prima. Per buona sorte in Italia il tds medio è già inferiore al 70%. Tuttavia gli esperti stimano che per salvare i bilanci pubblici esso dovrebbe scen­dere in tutta la Ue sotto il 60%. I lavoratori atipici, che la riforma del mercato del lavoro andrà moltiplican­do, potranno contare in futuro su un tds del 30%. Da questo punto di vista la strada della riforma appare ormai spianata.

Urgenza della riforma. Deriva in complesso dall’invecchiamento della popolazione [<=], dalla necessità di accrescere la competitività [<=] delle imprese, dalle pressioni delle organizzazioni internazionali, e dall’in­tenzione del governo di migliorare il bilancio dello stato a spese del sistema pensionistico pubblico. È infatti noto a ogni buon amministratore che si ricavano maggiori fondi prendendoli ai tanti che hanno poco, piuttosto che ai pochi che hanno molto.

A mano a mano che la riforma della previdenza ideata dal governo procederà, al lume dei concetti sopra definiti, la redazione del presente dizionario si impegna a fornirne edizioni aggiornate.                                      

[l.g.]

(Lo storico della sociologia Luciano Gallino ha scritto per la Repubblica [8 luglio 2003] un articolo intitolato Le variabili nascoste nella riforma delle pensioni teso a dissacrare la valanga di luoghi comuni che la cattiva informazione di massa continua a usare da tempo immemore, praticamente da sempre. Sempre su la Repubblica [2 settembre 2003] ha reiterato simile denuncia, indicando il nuovo scritto come “dizionario minimo per orientarsi”. La sottile e implicita ironia di tali esposizioni, soprattutto della seconda, si attaglia perfettamente al nostro Quiproquo, che abbiamo esplicitamente definito “per la critica del senso comune nel­l’uso ideologico delle parole”. Per tali ragioni pensiamo di aver fatto cosa utile per i lettori, ma anche per l’estensore di siffatta critica, ripubblicando qui integralmente quest’ulti­mo saggio di distaccato sarcasmo, facendolo precedere da una sintesi del precedente articolo, da dove sono state scelti quei criteri generali in cui sono stati formulate quelle questioni tenute gelosamente “nascoste” all’informazione di massa).

 

 

Perestrojka

La perestrojka ha come prima ricaduta quella di togliere un’antitesi su cui l’opinione occidentale è vissuta per mezzo secolo. Uno dei cardini di questa ideologia è che in democrazia i conflitti siano di dettaglio e mai di principio o radicali. Per rendere senza eccezioni  pregiudiziale (come oggi sottoscrivono gli [ex] comunisti italiani) il principio democratico-parlamentare, le opposi­zioni debbono quindi autodelimitarsi. La catastrofe del marxismo-leninismo dell’Est può indurci nell’errore di credere che la delega della direzione politi­ca sia solo di società culturalmente arretrate. Noi stiamo vivendo che non è così.

Non ho mai avuto dubbi che lo stato democratico-costituzionale, quello uscito dalla guerra, fosse da volere e difendere. Si era antifascisti per questo. Non per la rivoluzione [<=] comunista. lo, almeno. Perché il comunismo [<=] mi si propo­nesse come una ipotesi reale dovettero passare alcuni anni dopo la fine della guerra, fino alla svolta del 1948. Per quanto in modo approssimativo sapessi, fra ‘45 e ‘47 – e a differenza dei più fra i militanti di sinistra che ne sapevano anche meno di me – come fosse stata sterminata l’opposizione a Stalin e qua­le fosse stato il ruolo dei comunisti durante la guerra di Spagna, mi era impos­sibile conoscere due verità essenziali: una, quale realmente fosse stata la divi­sione dell’Europa a Yalta e quindi quale non potesse non essere la politica dell’Unione sovietica nei confronti dell’Italia; e, due, che quando Togliatti tornato da Mosca, aveva intrapreso la riforma del partito comunista italiano già sapeva benissimo che cosa fosse diventato il comunismo in Unione sovie­tica, impegnandosi quindi, con intelligenza e successo, a impedire qualsiasi avventura rivoluzionaria; del progetto rivoluzionario comunista mantenendo solo quanto serviva a rafforzare e preservare il nucleo dei funzionari di partito fino alla morte di Stalin e in attesa di mutamenti sovietici che però non segui­rono il XX Congresso del Pcus. E lo fece a costo di impiantare stabilmente gli elementi di deformazione e di inconcludenza politica che il Pci ha trascinato con sé sino alla propria dissoluzione.

Il “doppio gioco” dei comunisti era stato per un quindicennio una illusione che Togliatti aveva mantenuto in vita per controllare le due anime del partito. Quando, dopo la sua morte, fu chiaro a tutti che il “gioco” era uno solo, non appena parlamentare e costituzionale ma trasformistico e aperto a ogni com­promesso, una parte di coloro che avevano potuto, all’ombra dell’altro “gio­co” e dell’altra ipotesi convivere, entro il Pci, col primo, certo fornì immagini di sovversione e di lotta armata a quanti vi si sarebbero avventurati. E proprio per questo l’apparato comunista fu, nella tradizione staliniana e togliattiana, pronto a tutto pur di allontanare da sé quell’ombra. Paradossalmente il vecchio problema gramsciano degli intellettuali e dell’organizzazione della cultura torna a riproporsi al di là di ogni ipotesi di parti­to, dopo essere stato eclissato per quarant’anni da due fattori congiunti: l’a­zione ritardatrice e compromissoria di Togliatti (che salvò certo il partito dal destino di quello greco del dopoguerra, ma inoculandogli un virus che in trent’anni lo avrebbe distrutto) e la simultanea trasformazione delle compo­nenti sociali in campo e dei loro rapporti. Quel che non ho mai accettato è che si dovessero sospendere o rimuovere o considerare a priori erronee o infami le critiche che al sistema democratico-parlamentare – arbitrariamente identificato tutt’oggi alla “democrazia” [<=], tanto numerose ne sono, come si sa, le forme – il pensiero politico, da destra come da sinistra [<=], da sempre aveva sollevato.

I nostri giornalisti politici, come vivessero a Washington, accettano la pere­strojka solo se equivale a rifiuto di passato, presente e futuro del comunismo e di adesione all’ideologia democratico-parlamentare. C’è una pagina di Her­zen che non mi stanco di ricordare. Giugno 1848, a Parigi, la Guardia nazio­nale sta massacrando gli insorti operai. Herzen e un amico vengono fermati sul boulevard. “Dinnanzi a noi due soldati con i fucili, altri due dietro di noi, da ogni lato un soldato, ci condussero via. La prima persona che incontrammo fu un rappresentante del popolo, era Tocqueville, lo scrittore di cose america­ne. Mi rivolsi a lui e gli raccontai il fatto; c’era poco da scherzare, tenevano la gente in carcere senza nessun processo, la gettavano nei sotterranei delle Tui­leries, la fucilavano. Tocqueville non chiese neppure chi eravamo, fece un in­chino molto cortese ed emise la seguente banalità: – Il potere legislativo non ha alcun diritto d’ingerirsi nei provvedimenti del potere esecutivo. Come avrebbe potuto non diventar ministro sotto Bonaparte?”.

La coscienza [<=] che frasi come quella di Tocqueville fossero non già banalità o tollerabili enunciati di nobili intenti ma semplici fattuali menzogne non aveva mai abbandonato la cultura socialista e socialdemocratica fino a qualche de­cennio anni fa. Era coscienza dei riformisti della Seconda internazionale co­me dei rivoluzionari della Terza. Che quella coscienza sia scomparsa è il ri­sultato, in Italia, di un lungo processo iniziato col dopoguerra ma divenuto sapere comune con la frattura che si produsse tra la fine degli anni Sessanta e la fine dei Settanta e che ha qualche somiglianza con l’età antecedente la pre­sa del potere da parte dei fascisti di Mussolini. Il quadro della democrazia liberale [<=] non può non sottovalutare sempre, come fa, la tematica della falsa coscienza, delle razionalizzazioni ideologiche, delle determinazioni sociostoriche, dell’ “inconscio politico”. Di tutto quel che è contenuto insomma nel proverbio marxiano: gli uomini non sono quel che di­cono di essere (ossia nella loro coscienza di sé) ma quel che fanno. Se una formazione ideologico-politica che si assume il còmpito di rappresen­tanza democratica di una parte della società non vuole costituirsi nel micro­stato combattente, confessante e autoanalitico che ha avuto come sua forma storica quella leninista, quale sarà la parte della società (e in quali sue istanze) che avrà il còmpito di interpretare, decostruire, oltrepassare e trasformare in consapevolezza l’enorme cumulo di falsa coscienza prodotto dalle ideologie reazionarie o conservatrici (o, all’occorrenza, “progressiste” o “rivoluziona­rie”) e dal controllo dei media e dai processi (come vengono chiamati) di “paura” e di “cinismo”?

Eppure non si criticheranno mai abbastanza quei gruppi intellettuali che, con vari gradi di buonafede, periodicamente ci vogliono persuadere che “tutto è cambiato”. Bisogna chiedere loro che cosa è davvero cambiato e in che senso. Il potere che ha il controllo della informazione, della conoscenza e della tra­smissione di questa è ben più forte oggi di quanto fosse trent’anni fa mentre è incomparabilmente più debole la capacità di coesione degli intellettuali-massa. Ecco perché oggi si tende a scambiare per fenomeni profondi della società quelli che riguardano solo lo strato degli “intellettuali disorganici” più diretta­mente sottoposti alla pressione del potere economico e politico attivo nelle forme della informazione e del sapere (editoria, audiovisivi, varia pubblicisti­ca e docenza), ma anche più ricercati e quindi più capaci di contrattazione. Quella tendenza si manifesta ove si ritenga necessario “attraversare” l’oppor­tunismo, la paura e il cinismo ossia le “istituzioni psicologiche” che hanno, appunto, il còmpito di legare quello strato alle sorti del capitale. E invece intorno a quello strato altri ve ne sono, orientati od orientabili ben diversamente. Essi delegano tuttora e di fatto la loro rappresentanza politica all’istituzionalità liberaldemocratica ufficiale ma “sono”; e, in forme opache a loro medesimi, elaborano e “dicono” il viluppo di coscienza e incoscienza, di servitù e libertà, di cecità e di visione che quell’istituzionalità non può né contenere né esprimere. Oggi, voglio dire, le realtà positive della vita sociale non solo nascono dal medesimo ceppo di quelle negative ma posseggono una natura ambigua.

[f.f.]

(i testi di Franco Fortini sono tratti dal volume Extrema ratio, Garzanti, Milano 1990)

 

 

Piccola circolazione

(capitale e forza-lavoro)

Nell'ambito della circolazione come processo complessivo noi possiamo distinguere tra una grande e una piccola circolazione. La prima abbraccia l'intero periodo dal momento in cui il capitale esce dal processo di produzione, fino a che vi ritorna. La piccola circolazione è continua e procede in maniera costante simultaneamente al processo di produzione stesso. Si tratta di quella porzione del capitale che viene pagata come salario, scambiata cioè con la forza-la­voro. Questo processo di circolazione del capitale, che per la forma è uno scambio di equivalenti che si pone solo formalmente (il passaggio dal valore al capitale, ove lo scambio di equivalenti si rovescia nel suo contrario, e sulla base dello scambio lo scambio diventa puramente formale) va sviluppato così: i valori che vengono scambiati sono sempre tempo di lavoro oggettivato, una quantità oggettivamente presente, mutuamente presupposta di lavoro esistente (in un valore d’uso). Il valore in quanto tale è sempre effetto, mai causa. Esso esprime la quantità di lavoro mediante cui un oggetto è prodotto e quindi – presupposto il medesimo livello di forze produttive – è riproducibile. Il capitalista non scambia direttamente capitale con lavoro o tempo di lavoro; bensì un tempo definitivamente elaborato contenuto in merci, con un tempo elaborato contenuto nella forza-lavoro viva. Il tempo di lavoro vivo, che egli riceve nello scambio, non è il valore di scambio, bensì il valore d’uso della forza-lavoro. Il tempo di lavoro che è contenuto nella forza-lavoro, ossia il tempo necessario a ricostituire la forza-lavoro viva, è lo stesso che occorre – presupposto il medesimo livello di forze produttive – a riprodurla, ossia a conservarla.

Lo scambio che ha luogo tra capitalista e lavoratore è dunque pienamente corrispondente alle leggi dello scambio; e non solo è corrispondente, ma ne è il perfezionamento ultimo. Ma il valore d’uso del valore che il capitalista ha ottenuto nello scambio, è esso stesso elemento e misura della valorizzazione, la quale costa lavoro vivo e tempo di lavoro, e cioè più tempo di lavoro di quanto ne sia oggettivato nella forza-lavoro, ossia più tempo di lavoro di quanto costi la riproduzione del lavoratore vivo. Per il fatto dunque di aver ottenuto nello scambio la forza-lavoro come equivalente, il capitale ha ottenuto nello scambio il tempo di lavoro – nella misura in cui va oltre quello contenuto nella forza-lavoro – senza un equivalente; si è appropriato di tempo di lavoro altrui senza scambio, ma mediante la forma dello scambio. Lo scambio diventa perciò meramente formale e, come abbiamo visto, nel­l’ulteriore sviluppo del capitale scom­pare anche la parvenza che il capitale scambi con la forza-lavoro qualcos’altro che lo stesso lavoro oggettivato di questa; e che in generale quindi scambi qualcosa con essa.

Il rovesciamento deriva dunque da questo – che l’ultimo stadio del libero scambio è dato dallo scambio della forza-lavoro come merce, come valo­re, contro una merce, contro un valore; che essa viene comperata come lavoro oggettivato, mentre il suo valore d’uso consiste in lavoro vivo, ossia nel creare valori di scambio. Il rovesciamento deriva da questo, che il valore d’uso della forza-lavoro come valore è esso stesso l’elemento che crea il valore, la sostanza del valore e la sostanza che moltiplica il valore. In questo scambio dunque il lavoratore dà, in cambio dell’equivalente del tempo di lavoro in lui oggettivato, il suo tempo di lavoro vivo che crea e moltiplica il valore. Egli si vende come effetto. Come causa, come attività, egli viene assorbito dal capitale e incarnato in esso. Così lo scambio si rovescia nel suo contrario, e le leggi della proprietà privata la libertà, l’uguaglianza, la proprietà, la proprietà sul proprio lavoro e la libera disposizione su di esso – si rovesciano nella mancanza di proprietà del lavoratore e nell’espropriazione del suo lavoro, nel suo riferirsi ad esso come a proprietà altrui e viceversa.

La circolazione della porzione di capitale posta come salario accompagna il processo di produzione, si presenta come relazione economica formale accanto ad esso, ed è simultanea e intrecciata ad esso. Soltanto questa circolazione pone il capitale in quanto tale; essa è condizione del suo processo di valorizzazione e ne pone non soltanto una determinazione for­male, bensì la sostanza. È questa la parte costantemente circolante del capitale, che pur non entrando nemmeno per un attimo nel processo di produzione stesso, lo accompagna co­stantemente. La sussistenza del lavoratore scaturisce dal processo di produzione come prodotto, come risultato; ma non vi entra mai in tale veste, perché è un prodotto finito per il consumo individuale, entra immediatamente nel consumo del lavoratore e viene immediatamente scambiato con esso. È questo dunque, a differenza tanto della materia prima quanto dello strumento di lavoro, il capitale circolante per antonomasia. Questo è l’unico momento nella circolazione del capitale in cui il consumo entra in gioco immediatamente. Là dove la merce viene scambiata con denaro, es­sa può essere ottenuta in scambio da parte di un altro capitale come materia prima per una nuova produzione. Inoltre, in base ai presupposti del capitale, a venirgli incontro non è il sin­golo consumatore, ma il commerciante, colui che compera la merce stessa per venderla in cambio di denaro.

Il capitale circolante si presenta qui dunque come capitale che è direttamente destinato al consumo individuale dei lavoratori, anzi, in generale, al consumo immediato, e perciò esiste sotto forma di prodotto finito. Se perciò da un lato il capitale si presenta come presupposto del prodotto, dall’altra il prodotto finito si presenta altresì come presupposto del capitale – il che storicamente si risolve in questo: che il capitale non ha cominciato il mondo dall’inizio, ma ha già trovato produzione e prodotti prima di sottoporli al suo processo. Una volta in moto, partendo da se stesso, esso si presuppone continuamente nel­le sue varie forme come prodotto consumabile, materia prima e strumento di lavoro, per riprodursi continuamente in queste forme, le quali si presentano una volta come condizioni da esso presupposte, e poi come suo risultato. Nella sua riproduzione esso produce le sue stesse condizioni. Qui dunque – attraverso il rapporto del capitale con la forza-lavoro viva e con le condizioni naturali del mantenimento di essa – noi troviamo il capitale circolante determinato anche dal lato del valore d’uso, come ciò che entra direttamente nel consumo individuale e da questo è destinato ad essere consumato come prodotto.

In questa circolazione il capitale si stacca da sé continuamente come lavoro oggettivato per assimilare a sé la forza-lavoro viva, l’aria che la fa vivere. Per quanto riguarda il consumo del lavoratore, esso riproduce una sola cosa – il lavoratore stesso come forza-lavoro viva. Poiché questa riproduzione di se stesso rappresenta per il capitale una condizione, anche il consumo del lavoratore si presenta come riproduzione non direttamente del capitale, ma dei rapporti entro i quali soltanto esso è capitale. La forza-lavoro viva rientra tra le sue condizioni di esistenza al pari della materia prima e dello strumento. Esso dunque ha una duplice riproduzione, nella sua forma propria, e nel consumo del lavoratore, ma solo in quanto il consumo riproduce il lavoratore come forza-lavoro viva. È per questo che tale consumo il capitale lo chiama consumo produttivo – produttivo non in quanto riproduce l’individuo, bensì gli individui come forza- lavoro. Quando Rossi si scandalizza del fatto che il salario venga messo in conto due volte, una volta come reddito, un’altra come consumo riproduttivo del capitale, l’obiezione vale solo contro coloro i quali fanno entrare il salario direttamente nel processo di produzione del capitale come un valore, mentre il pagamento del salario è un atto di circolazione che si svolge simultaneamente e parallelamente al­l’atto di produzione, O, come dice Sismondi da questo punto di vista – il lavoratore consuma il suo salario non riproduttivamente, mentre il capitalista lo consuma produttivamente, giac­ché in cambio egli riceve lavoro che riproduce il salario e più del salario. Ciò per quanto attiene al capitale considerato solamente come oggetto. Ma poiché il capitale è un rapporto e precisamente un rapporto con la forza-lavoro viva, il consumo del lavoratore riproduce questo rapporto; ovvero il capitale ha una duplice riproduzione: come valore, attraverso lo scambio in cui riceve lavoro – come possibilità di ricominciare da capo il processo di valorizzazione, di agire di nuovo come capitale – e si riproduce come rapporto mediante il consumo del lavoratore, ove questo consumo riproduce il lavoratore come capacità lavorativa scambiabile col capitale, col salario come parte del capitale.

Questa circolazione tra capitale e lavoro ha per effetto la determinazione di una parte del capitale, la sussistenza, come parte sempre circolante, sempre consumata, sempre da riprodurre. In questa circolazione si rivela in maniera definitiva la differenza tra capitale e denaro, tra circolazione del capitale e circolazione del denaro. Il capitale per esempio paga settimanalmente un salario; il lavoratore porta questo salario al droghiere ecc.; questi lo depone direttamente o indirettamente nelle mani del banchiere; e la settimana successiva il fabbricante lo riprende dal banchiere per distribuirlo di nuovo tra i medesimi lavoratori e così via. La medesima som­ma di denaro fa circolare sempre nuo­ve porzioni di capitale. Ma questa stessa somma di denaro non determina le porzioni di capitale che vengono cosi fatte circolare.

Questa circolazione è una condizione del processo di produzione e quindi anche del processo di circolazione. D’altra parte, se il capitale non ritorna dalla circolazione, non potrebbe ricominciare questa circolazione tra lavoratore e capitale; essa è dunque condizionata da parte sua dal fatto che il capitale percorre i diversi momenti della sua metamorfosi al di fuori del processo di produzione. Se ciò non si verificasse, non sarebbe perché non c’è abbastanza denaro come mezzo di circolazione, ma perché o non ci sarebbe capitale sotto forma di prodotti, ossia mancherebbe questa parte di capitale circolante, oppure perché il capitale non si sarebbe posto nella forma di denaro.

Ossia, non si sarebbe realizzato come capitale, cosa che a sua volta non dipenderebbe dalla quantità del mezzo di circolazione, ma dal fatto che il capitale non si sarebbe posto nella determinazione qualitativa del denaro, al cui scopo non è affatto necessario che si sia posto nella forma di contante, nella immediata forma di denaro; e che esso si sia posto o no in tale forma a sua volta non dipendereb­be dalla quantità di denaro corrente come mezzo di circolazione, ma dallo scambio del capitale con un valore in quanto tale; di nuovo un momento qualitativo, e non quantitativo, come detto più precisamente parlando del capitale come denaro.

[k.m.]

(da Lf, q.vi, ff.37-39)

 

 

Plusprodotto e agricoltura

(condizione oggettiva del plusvalore)

I produttori diretti devono lavorare oltre il tempo necessario alla riproduzione della propria forza-lavoro, alla riproduzione di sé stessi: essi devono in generale fornire del pluslavoro. Questa è la condizione soggettiva. Ma la condizione oggettiva è che essi possano anche fornire del pluslavoro: che le condizioni naturali siano tali che una parte del loro tempo di lavoro disponibile sia sufficiente alla loro riproduzione e alla loro conservazione come produttori, che la produzione dei loro mezzi di sussistenza necessari non assorba tutta la loro forza-lavoro. La fertilità della natura costituisce qui un limite, un punto di partenza, una base. Lo sviluppo della forza produttiva sociale del loro lavoro, a sua volta, costituisce l’altra. Pre­cisando ulteriormente, poiché la produzione degli alimenti è la prima condizione della vita e di tutta la produzione in generale, il lavoro impiegato in questa produzione, quindi il lavoro agricolo nel senso economico più vasto, deve essere sufficientemente produttivo affinché tutto il tempo di lavoro disponibile non venga assorbito nella produzione degli alimenti destinati ai produttori diretti; che sia, cioè, possibile un pluslavoro agricolo e quindi un plusprodotto agricolo. Procedendo oltre, che il lavoro agricolo complessivo – lavoro necessario e pluslavoro – di una parte della società sia sufficiente a produrre i generi alimentari necessari all’in­sieme della società, quindi anche ai lavoratori non agricoli; che sia possibile questa grande divisione del lavoro fra agricoltori e industriali, e parimenti fra i coltivatori che producono alimenti e i coltivatori che producono materie prime. Quantunque il lavoro dei produttori diretti di alimenti si suddivida per loro stessi in lavoro necessario e pluslavoro, rispetto alla società esso non rappresenta che un lavoro necessario richiesto per la produzione degli alimenti.

È in realtà la legge del valore, quale si afferma non in rapporto alle singole merci o articoli, ma in rapporto di volta in volta ai prodotti complessivi delle particolari sfere sociali di produzione, autonomizzate dalla divisione del lavoro; così che non soltanto viene impiegato per ogni singola merce unicamente il tempo di lavoro necessario, ma nei diversi gruppi è impiegata unicamente la quantità pro­porzionale necessaria del tempo di lavoro complessivo della società. La premessa rimane il valore d’uso. Ma se per ogni singola merce il valore d’uso dipende dalla condizione che essa in sé e per sé soddisfi un bisogno, per la massa sociale dei prodotti dipende dal fatto che tale massa sia adeguata al bisogno sociale quantitativamente determinato di ogni particolare tipo di prodotto e che quindi il lavoro sia diviso tra le diverse sfere di produzione proporzionalmente, in rapporto a questi bisogni sociali, che sono quantitativamente circoscritti.

Il bisogno sociale, ossia il valore d’uso alla potenza sociale, appare qui determinante per le quote del tempo complessivo di lavoro sociale che viene assorbito nelle diverse sfere particolari della produzione. Ma non è che la medesima legge, la quale si manifesta già quando si tratta della merce individuale, ossia che il valore d’uso della merce è premessa del suo valore di scambio e quindi del suo valore. Supponiamo che venga, a es., prodotta proporzionalmente una quan­tità eccessiva di tessuti di cotone, quantunque in questo prodotto complessivo di tessuti non si realizzi che il tempo di lavoro necessario, nelle condizioni date, alla loro produzione. Ma si spende in genere, in questo ramo particolare, troppo lavoro sociale; ossia una parte del prodotto è inutile. L’insieme si vende quindi unicamente come se fosse stato prodotto nelle proporzioni necessarie. Questo limite quantitativo fissato alle quote di tempo di lavoro sociale impiegabili nelle diverse sfere particolari della produzione non è che una espressione più sviluppata della legge del valore in generale; quantunque il tempo di lavoro necessario abbia qui un altro significato. Ne occorre soltanto questa o quella quantità per il soddisfacimento del bisogno sociale. La limitazione viene qui posta dal valore d’uso. Nelle condizioni di produzione date, la società può impiegare solo quel tanto del suo tempo di lavoro complessivo per questo singolo tipo di prodotto. Ma le condizioni soggettive e oggettive del pluslavoro e del plusvalore in generale non hanno nulla a che vedere con la forma determinata del profitto, né della rendita.

I fisiocratici sono i padri dell’econo­mia moderna. Essi comprendono anche che la creazione del plusvalore attraverso il lavoro salariato è l’auto­valorizzazione, ossia la realizzazione del capitale. Ma in che modo attraverso un capitale, ossia attraverso dati valori, viene creato un plusvalore mediante il lavoro? A questo punto essi lasciano del tutto cadere la forma e si limitano a considerare il semplice processo di produzione. E allora può essere produttivo soltanto il lavoro che si esplica in quel campo in cui materialmente la forza naturale dello strumento di lavoro permette al lavoratore di produrre più valori di quanti ne consuma. Il plusvalore per ciò non deriva dal lavoro in quanto tale ma dalla forza naturale utilizzata e guidata dal lavoro – cioè dall’agricoltura.

Il lavoratore agricolo, che può fare assegnamento solo sul minimo del salario, sullo strict nécessaire, riproduce più di questo stretto necessario, e questo più è la rendita fondiaria, il plusvalore, di cui si appropriano i proprietari della condizione di lavoro fondamentale, della natura. Dunque i fisiocratici non dicono: il lavoratore lavora più del tempo di lavoro necessario per la riproduzione della sua capacità lavorativa; il valore che egli crea è perciò maggiore del valore della sua capacità lavorativa; oppure il lavoro che egli restituisce è maggiore della quantità di lavoro che egli riceve sotto forma di salario; ma dicono: la somma dei valori d’uso che egli consuma durante la produzione è minore della somma dei valori d’uso che egli crea, e così rimane una eccedenza di valori d’uso. Se egli lavorasse solo il tempo necessario alla riproduzione della propria capacità lavorativa non rimarrebbe nessuna eccedenza. Però essi si limitano ad affermare che la produttività della terra consente al lavoratore, nel suo lavoro giornaliero, che è supposto come dato, di produrre più di quanto egli abbia bisogno di consumare per mantenersi in vita. Questo plusvalore appare dunque come dono della natura; grazie alla cooperazione di essa una determinata massa di materia organica – semi di piante, quantità di animali – consente al lavoro di trasformare più materia inorganica in materia organica.

Di qui le contraddizioni di questo sistema: esso cioè, che per primo spiega il plusvalore con l’appropria­zione di lavoro altrui e spiega questa appropriazione sulla base dello scam­bio di merci, non concepisce il valore in generale come una forma del lavoro sociale e il plusvalore come pluslavoro, ma concepisce il valore come semplice valore d’uso, come sem­plice materia, e il plusvalore come un semplice dono della natura, la quale restituisce al lavoro, al posto di una data quantità di materia organica, una quantità maggiore. Da un lato la rendita fondiaria – dunque la forma economica reale della proprietà fondiaria – viene spogliata del suo involucro feudale, viene ridotta a semplice plusvalore, a eccedenza sul salario del lavoro. Dall’altro lato questo plusvalore, accettando di nuovo il punto di vista feudale, viene fatto derivare dalla natura, non dalla società, dal rapporto con la terra, non dai rapporti sociali. Il valore stesso è ridotto a semplice valore d’uso, cioè a materia. D’altra parte, di questa materia interessa solo la quantità, l’eccedenza dei valori d’uso prodotti su quelli consumati, dunque il semplice rapporto quantitativo dei valori d’uso tra di loro, il loro semplice valore di scambio, il quale si risolve infine in tempo di lavoro. Tutte queste sono contraddizioni della produzione capitalistica mentre si sta aprendo la via per trarsi fuori dalla società feudale e si limita a interpretare la società feudale in modo più borghese, ma non ha ancora trovato la sua forma specifica; qua­si come la filosofia, la quale dapprima si elabora nella forma religiosa della coscienza, e in tal modo, da un lato annienta la religione come tale, dall’altro si muove positivamente ancora solo in questa sfera religiosa idealizzata, risolta in pensiero.                            

[k.m.]

{da Il capitale, 3.37}

 

 

 

Plusvalore # 1

(circolazione e ripartizione)

Una diversa ripartizione del plusvalore, cioè il mutato rapporto in cui diverse persone si dividono il plusvalore, non apporta alcuna modificazione né alla grandezza né alla natura del plusvalore stesso. Per il singolo capitali­sta il plusvalore da esso personalmente realizzato dipende non meno dal vicendevole raggiro che dal diretto sfruttamento del lavoro. Nel processo di circolazione [<=], accanto al tempo di lavoro, entra in azione il tempo di circolazione. I due processi, quello immediato di produzione e quello di circolazione, confluiscono e si compe­netrano costantemente, e quindi falsano di continuo i loro caratteristici segni distintivi. Il capitale percorre il ciclo delle sue trasformazioni e trapassa a rapporti in cui si contrappongono non capitale e lavoro, ma capitale e capitale. Tempo di circolazione e tempo di lavoro si incrociano nel loro corso e in tal modo sembrano determi­nare ambedue, in parti uguali, il plusvalore. La forma originaria, secondo cui si contrappongono capitale e la­voro salariato, è mascherata per l’interferenza di rapporti che apparentemente sono da essi indipendenti.

Lo stesso processo immediato di produzione è solo un momento fuggevole che trapassa di continuo nel proces­so di circolazione, come questo trapassa in quello, talché l’intuizione – che nel processo di produzione spunta ora più chiara ora più oscura – della sorgente del guadagno ottenuto nel processo stesso appare tutt’al più come un momento di ugual peso accanto all’opinione secondo cui l’eccedenza realizzata deriverebbe da un movi­mento indipendente dal processo di produzione, da un movimento nascente dalla circolazione stessa, e dunque esclusivamente pertinente al capitale all’infuori del suo rapporto con il lavoro. Il contrapporsi al lavoro salaria­to non si vede più nella forma dell’interesse, perché il capitale produttivo d’interesse [<=] si trova di fronte, in quanto tale, non il lavoro salariato ma il capitale operante [<=]. Il capitalista che dà in prestito si contrappone, come tale, direttamente al capitalista che effettivamente opera nel processo di produzione, e non al lavoratore salariato che è espropriato dei mezzi di produzione proprio a causa della produzione capitalistica.

Il capitale produttivo d’interesse è il capitale come proprietà [<=] contrapposto al capitale come funzione. Ma là do­ve il capitale non è in funzione, non sfrutta i lavoratori e non viene in contrasto con il lavoro. D’altro lato, il guadagno d’imprenditore non è in antitesi con il lavoro salariato ma soltanto con l’interesse. Ambedue queste forme esistono solo nella loro contrapposizione. Esse sono soltanto parti del plusvalore, classificate sotto rubri­che o nomi diversi, in rapporto l’una all’altra. A causa della forma antitetica delle due parti in cui il plusvalore si suddivide, si dimentica che entrambe sono semplicemente parti del plusvalore stesso e che la sua ripartizio­ne non può mutare la sua natura, la sua origine e le sue condizioni di esistenza. Per il lavoratore salariato è del tutto indifferente se il capitalista è proprietario del capitale con cui opera, e intasca tutto il plusvalore, o se ne deve pagare una parte a un terzo come proprietario giuridico.

La ripartizione puramente quantitativa del plusvalore si è trasformata in una ripartizione qualitativa, che sem­bra derivare dalla natura stessa del capitale. Le ragioni della ripartizione del plusvalore si trasformano, sotto­mano, in quelle della sua esistenza. Nel cervello del capitalista operante si sviluppa quindi necessariamente l’i­dea che il suo guadagno d’imprenditore – lungi dall’essere in contrasto col lavoro salariato e dal rappresentare unicamente lavoro altrui non pagato – è al contrario un “salario”. Perfino da economisti moderni questi fenome­ni della circolazione sono direttamente addotti come prove che il capitale, nella sua esistenza puramente mate­riale, indipendentemente dai suoi rapporti sociali col lavoro, in cui esso è appunto “capitale”, sarebbe una sor­gente autonoma del plusvalore accanto al lavoro e indipendentemente dal lavoro. È un tentativo del tutto assurdo voler rappresentare le leggi del tasso di profitto direttamente come leggi del tasso di plusvalore, e viceversa. Nella testa del capitalista, naturalmente, non si differenziano. Apparendo tutte le parti del capitale ugualmente come fonti del profitto, il rapporto capitalistico risulta mistificato. Da tale rove­sciamento di rapporti necessariamente deriva, già nella semplice fase della produzione stessa, il corrispondente rovesciamento di concezioni, una trasposizione di coscienza [<=], che viene ulteriormente sviluppata dalle trasfor­mazioni e modificazioni del vero e proprio processo di circolazione.

[k.m.]

 

 

Plusvalore # 2

(critica della concezione volgare)

Nel processo immediato capitalistico di produzione la cosa è ancora “semplice”. Il plusvalore non ha ancora assunto alcuna forma particolare, oltre a quella, appunto, del plusvalore stesso, che lo differenzia soltanto dal valore del prodotto. Come il valore in generale si risolve in lavoro, così il plusvalore si risolve in pluslavoro, in lavoro non pagato. L’unica difficoltà consiste nello scoprire in che modo questa appropriazione di lavoro senza equivalenti derivi dalla legge dello scambio delle merci – dal fatto che le merci si scambino in rapporto al tempo di lavoro in esse contenuto – e, in un primo momento, non contraddica questa legge. Il compratore, in ogni caso, paga sempre soltanto il valore delle merce [<=]. Ossia, egli sborsa sempre una somma di denaro che contiene tanto tempo di lavoro quanto ne contiene la merce acquistata. Ora sono possibili tre casi.

i. Il compratore è un capitalista. Il denaro (cioè il valore della merce), con cui egli paga, contiene anch’esso una parte di lavoro non pagato. Se quindi il primo vende lavoro non pagato, il secondo acquista con lavoro non pagato. Entrambi realizzano lavoro non pagato, il primo come venditore, il secondo come compratore.

ii. Il compratore è un produttore privato indipendente. Allora egli riceve equivalente per equivalente. Non gli importa che il lavoro che il venditore gli vende nella merce sia pagato o no. Egli riceve tanto lavoro oggettivato quanto ne dà.

iii. Infine, è un lavoratore salariato. Anche in questo caso, ammesso che la merce sia venduta al suo valore, egli riceve come ogni altro compratore un equivalente in merce per il suo denaro. Riceve in merce tanto lavoro oggettivato quanto ne dà in denaro. Ma in cambio del denaro che costituisce il suo salario [?], egli ha dato più lavoro di quanto ne è contenuto nel denaro. Egli ha ricostituito il lavoro contenuto in esso più un pluslavoro che dà gratis. Egli quindi ha pagato il denaro al di sopra del suo valore e di conseguenza paga al di sopra del suo valore anche l’equivalente del denaro. Per lui, in quanto compratore, il costo è quindi maggiore che per il venditore di qualsiasi merce, sebbene egli riceva nella merce un equivalente del suo denaro; ma nel denaro non ha ricevuto un equivalente del suo lavoro, bensì ha ceduto più che l’equivalente in lavoro.

Il lavoratore salariato è dunque il solo che abbia “pagato” tutte le merci al di sopra del loro valore, perfino se le compra al loro valore, perché ha comprato al di sopra del suo valore l’equivalente generale del lavoro, il denaro. Non ne risulta quindi alcun guadagno per colui che rivende la merce al lavoratore. Questi non gli paga più di qualsiasi altro compratore, ma soltanto il “valore del lavoro”. Il capitalista, che rivende al lavoratore  la merce da lui stesso prodotta, realizza indubbiamente un profitto in questa vendita, ma non maggiore di quello che realizzerà con ogni altro compratore. Il suo profitto, quindi, per ciò che riguarda questo lavoratore, non deriva dal fatto che egli vende la merce al di sopra del suo valore, ma dal fatto che prima, nel processo di produzione, egli l’ha comprata al lavoratore al di sotto del suo valore. La classe dei capitalisti è sempre capace di rivendere ai lavoratori il prodotto a prezzi tali che essi ne possano riottenere soltanto quanto basta per “tener l’anima unita al corpo”.

Ciò che gli economisti non comprendono è la differenza tra la somma totale di lavoro contenuta in una merce e la somma di lavoro pagato che essa contiene. È proprio questa differenza che costituisce la fonte del profitto. Viceversa, vendendo la merce al di sopra del valore, ciò che un capitalista guadagna come venditore lo perde come compratore di un’altra merce, e non si vede assolutamente quale “profitto” possa derivare realmente da un tale rialzo nominale dei prezzi. In particolare non si vede come la società nel suo complesso possa in tal modo arricchirsi, come possa scaturire un plusvalore o plusprodotto reale. Idea sciocca e stupida. La classe di capitalisti che produce articoli di prima necessità, che entrano direttamente nel consumo dei lavoratori può costituire un proprio fondo eccedente mediante un sovraccarico nominale dei prezzi; infatti, con codesto giro, costoro restituiscono ai lavoratori solo una parte del prodotto da essi creato, appropriandosi dell’altra. Ma già la classe dei capitalisti che fornisce materia prima, macchinario, ecc. ai precedenti potrebbe costituire così il suo fondo di profitto unicamente vendendo ad essi. Quindi, entrambi possono essere benissimo considerati come una sola classe. Lo stesso dicasi per i capitalisti che producono beni di lusso e per coloro che forniscono loro il capitale costante necessario, che si vendono reciprocamente le loro merci in seno alla stessa classe, i quali dovrebbero perciò vendere entrambi alle prime due classi di capitalisti.

Perciò, se sono tutti capitalisti, venditori essi stessi, si ha la truffa reciproca della classe dei capitalisti, poiché essi aumentano reciprocamente il prezzo delle loro merci, e ciascuno guadagna come venditore ciò che perde come compratore. Affinché il capitalista possa realizzare il suo profitto – sostengono gli apologeti del consumismo – sono quindi necessari compratori che non siano venditori (proprietari fondiari, fruitori di vitalizi o sinecure, preti, ecc., per non dimenticare servitori domestici e lacchè). Solo occorre spiegare come questi “compratori” vengano in possesso dei mezzi d’acquisto, come essi debbano prima sottrarre ai capitalisti, senza equivalente, una parte del loro prodotto, per ricomprarla poi, con questa parte sottratta, meno che equivalente. Ne deriva comunque una perorazione in favore del massimo accrescimento possibile delle classi improduttive, affinché i venditori trovino un mercato, una domanda per la loro offerta.

Dunque, da dove provengono i mezzi di pagamento della classe dei consumatori improduttivi? I proprietari fondiari attirano a sé, a titolo di rendita, una gran parte del valore prodotto, e spendono quindi questo denaro così sottratto ai capitalisti nel consumo delle merci prodotte dai capitalisti stessi; in quanto spendano denaro nell’acquisto di “lavoro” è essenziale che essi non tengano lavoratori produttivi ma semplici fruitori delle loro ricchezze, servitori domestici, i quali tengano alto il prezzo dei beni necessari, comprandoli senza contribuire ad accrescere l’offerta di quelle e altre merci. Ma queste persone che vivono di rendita non bastano a creare una “domanda adeguata”. Bisogna ricorrere a mezzi artificiali. Questi consistono in forti imposte (ossia, in un fiscalismo [<=] funzionale) , in una massa di sinecuristi ecclesiastici e statali, in grandi eserciti, fruitori di vitalizi e decime per i preti, in un considerevole debito pubblico [<=] e, di tanto in tanto, in guerre [<=] dispendiose: tutto ciò – già per Malthus – rappresentava i “rimedi”.

Codeste conclusioni – tratte del tutto correttamente da quella corrispondente “teoria del valore”, in cui si invoca la “necessità di un’unione delle forze della produzione con i mezzi di distribuzione per assicurare un accrescimento continuo della ricchezza”, attraverso un’“efficace e illimitata domanda di tutto ciò che è prodotto: e quel che sembra maggiormente contribuire al raggiungimento di questo scopo è una distribuzione dei prodotti tale da accrescere costantemente il valore di scambio dell’intera massa”– si adattano straordinariamente all’apologetica del latifondo, della burocrazia di stato e chiesa, vitalizio, esazione d’imposte, decime, debito pubblico, speculazione di borsa, e sistema di spesa nazionale per sbirri, preti, servi, ecc. C’è un’enor­me parte della società, formata da parassiti, fannulloni gozzoviglianti, in parte servi, in parte padroni, che si appropria gratuitamente, sia a titolo di rendita sia sotto titoli politici, di una considerevole massa della ricchezza della classe dei capitalisti: questa parte rappresenta, economicamente, il mero impulso a consumare, lo sperpero. E questo – [già assai prima di Keynes] fin da Malthus, che col suo infallibile istinto pretesco aveva attinto da Sismondi soltanto ciò che era reazionario nei confronti della produzione capitalistica – era ritenuto l’unico mezzo per sfuggire alla sovraproduzione, che coesiste con una popolazione “eccessiva” in rapporto alla produzione: come miglior “rimedio” per tutti, fin da allora si proponeva il sovraconsumo delle classi estranee alla produzione.

La sproporzione tra la popolazione lavoratrice e la produzione è da economisti di tal fatta ritenuta superabile se una parte della produzione è divorata da non-produttori, fannulloni: la sproporzione della sovraproduzione dei capitalisti sarebbe compensata dal sovraconsumo della ricchezza crapulona. Senonché tutte le scuole economiche ritengono che sia necessario che il lavoratore non si appropri egli stesso del suo prodotto, ma che una parte di esso vada la capitalista, affinché il lavoratore abbia uno stimolo a produrre, e sia così assicurato lo sviluppo della ricchezza. Ma coloro che si infuriano per l’opinione secondo cui tutto un branco di oziosi debbano appropriarsi, senza alcun equivalente, di una parte del prodotto del capitalista, esattamente come questo fa con il salariato, sostengono la stessa cosa nei confronti del lavoratore. Le invettive, dal punto di vista capitalistico, contro i consumatori improduttivi in generale [e quindi contro gli apologeti della rendita che seguono la scia di Malthus o Sismondi], possono essere ripetute alla lettera contro i capitalisti dal punto di vista proletario.

Perché cresca l’accumulazione, e con essa la domanda di lavoro, il lavoratore deve cedere gratis al capitalista la maggior parte possibile del proprio prodotto, affinché questo ritrasformi in capitale il prodotto netto così accresciuto. Allora, ai capitalisti industriali si può prendere gratis, sotto forma di rendita, imposte, ecc., il più possibile, affinché essi possano vendere il resto, con un profitto, ai loro involontari “azionisti”: una comica lotta! In realtà, anche il plusvalore [<= #1] realizzato da questa seconda classe di capitalisti si limita a essere una partecipazione al plusprodotto realizzato dalla prima classe, poiché quella precedentemente indicata non crea alcun plusprodotto. È difficile capire come in generale possa risultare un profitto dal fatto che coloro che scambiano si vendono reciprocamente le loro merci a un prezzo uniformemente troppo alto, si ingannano a vicenda nella medesima proporzione. 

Compratori che non siano nello stesso tempo  venditori devono essere consumatori che non siano nello stesso tempo produttori – cioè consumatori improduttivi – ma che devono essere, in pari tempo, consumatori solventi, devono costituire una domanda effettiva sufficiente non solo a pagare il valore di produzione delle merci ma anche il supplemento nominale di profitto, il plusvalore. Questa classe rappresenta nella società il consumo per il consumo, come la classe dei capitalisti rappresenta la produzione per la produzione: l’una – come diceva Malthus – “la passione di spendere”, l’altra “la passione di accumulare”. I “profondi pensatori” alla Malthus hanno la grande speranza – che essi stessi indicano più o meno come “utopistica” – che si accresca la massa della classe media (tra le diverse classi [<=]) e che il proletariato (quello che lavora) costituisca una parte sempre più piccola della popolazione complessiva (anche se cresce in assoluto). Questo è in realtà il corso della società borghese.

[k.m.]

(da Teorie sul plusvalore, III.19,2,11,12; 21,3c; App. 5)

 

 

Plusvalore e pluscapitale

(riduzione del lavoro necessario)

È legge del capitale creare pluslavoro, ossia tempo disponibile; e ciò esso può fare solo in quanto mette in movimento lavoro necessario – in quanto cioè contrae uno scambio con il lavoratore. La sua tendenza perciò è tanto quella di creare il più lavoro possibile, quanto quella di ridurre ad un minimo il lavoro necessario. Il capitale perciò tende sia ad aumentare la popolazione lavoratrice, sia a porre incessantemente una parte di essa come sovrappopolazione – popolazione inutile fino al momento in cui il capitale può valorizzarla. Donde la verità della teoria della sovrappopolazione e del pluscapitale. Il capitale tende sia a rendere il lavoro umano (relativamente) superfluo, sia a spingerlo a limiti smisurati. Il valore non è che lavoro oggettivato, e il plusvalore (valorizzazione del capitale) non è che l’eccedente sulla parte di lavoro oggettivato necessaria alla riproduzione della forza-lavoro. Ma il lavoro in generale è e rimane il presupposto, mentre il pluslavoro esiste soltanto in rapporto al lavoro necessario, e perciò solo nella misura in cui questo esiste. Il capitale deve perciò creare incessantemente lavoro necessario per creare pluslavoro; deve moltiplicarlo (ed ecco le giornate lavorative simultanee) per poter moltiplicare il plusprodotto; ma deve altresì sopprimerlo come necessario per poterlo porre come pluslavoro. Dal punto di vista della singola giornata lavorativa il processo naturalmente è semplice: Si tratta 1) di prolungarla fino ai limiti delle possibilità naturali; 2) di accorciare sempre più la parte necessaria di essa (ossia di aumentare smisuratamente le capacità produttive).

Ma se si considera la giornata lavorativa dal punto di vista spaziale – se si considera cioè il tempo stesso spazialmente –, essa è una giustapposizione di molte giornate lavorative. Più numerose sono le giornate lavorative con cui il capitale può procedere allo scambio di lavoro oggettivato con lavoro vivo, tanto maggiore è la sua valorizzazione simultanea. Esso può superare il limite naturale costituito dalla giornata di lavoro vivo di un individuo, ad un dato livello di sviluppo delle capacità produttive, (e non cambia nulla il fatto che questi livelli siano mutevoli), solo in quanto esso, accanto ad una giornata lavorativa, ne crea simultaneamente un’al­tra – ossia attraverso l’aggiunta spaziale di più giornate lavorative simultanee. È per questo che il capitalista sollecita l’aumento della popolazione, ed è il vero e proprio processo di riduzione del lavoro necessario che rende possibile mettere in azione nuovo lavoro necessario (e quindi pluslavoro). Insomma la produzione di lavoratori diventa più a buon mercato; in un medesimo tempo è possibile produrre più lavoratori, nella stessa misura in cui diminuisce relativamente il tempo di lavoro necessario o si riduce relativamente il tempo richiesto per la produzione della forza-lavoro viva. Queste sono proposizioni identiche. L’aumen­to della popolazione è una forza naturale del lavoro che non viene pagata.

Forza naturale noi chiamiamo, a questo livello, la forza sociale. Tutte le forze naturali del lavoro sociale sono esse stesse prodotti storici. D’al­tra parte il capitale – così come faceva prima per la singola giornata lavorativa – tende a ridurre ad un minimo anche le molte giornate lavorative necessarie simultanee (le quali, limitatamente al loro valore, possono essere considerate come un’unica giornata lavorativa); esso cioè tende a porne quante più può come non necessarie. E come prima trattandosi della singola giornata lavorativa tendeva a ridurre le ore di lavoro necessario, così ora tende a ridurre le giornate lavorative necessarie in rapporto al tempo di lavoro oggettivato globale. D’altra parte il nuovo capitale eccedente creato può essere valorizzato in quanto tale solo scambiandolo di nuovo col lavoro vivo. Donde la tendenza del capitale, sia ad aumentare la popolazione operaia, sia a diminuire incessantemente la parte necessaria di essa (ossia a porne incessantemente una parte come riserva). L’aumen­to della popolazione è così anche il mezzo principale per la sua diminuzione. In fondo si tratta soltanto di un’applicazione del rapporto con la singola giornata lavorativa. Qui sono già presenti tutte le contraddizioni che la moderna teoria della popolazione ha enunciato come tali, pur senza comprenderne la natura. Il capitale come posizione del pluslavoro è altresì e nello stesso momento un porre e non-porre il lavoro necessario; esso è solo in quanto questo è nello stesso tempo non è.

Si può già qui ricordare come alla creazione di pluslavoro da un lato, corrisponda una creazione di minus-lavoro, relativamente inutile (o nel caso migliore, non produttivo) dal­l’altro. Ciò è evidente anzitutto riguardo al capitale stesso, ma poi anche riguardo alle classi con le quali esso si associa, poveri, servi, galoppini ecc, che vivono del prodotto eccedente, insomma all’intero seguito sociale, a quella parte della classe servile che non vive di capitale ma di reddito. C’è una differenza sostanziale tra questa classe servile e la classe operaia. In rapporto all’intera società la creazione di tempo disponibile è d’altra parte anche una creazione di tempo per la produzione della scienza, dell’arte ecc. Il meccanismo di sviluppo della società non dipende dal fatto che, poiché un singolo individuo ha soddisfatto i suoi bisogni, esso poi crea il suo eccedente; bensì dal fatto che, poiché un singolo individuo o una classe di individui sono costretti a lavorare più di quanto sia necessario alla soddisfazione dei loro bisogni – ossia, poiché c’è un pluslavoro da una parte, viene creato un non-lavoro e una ricchezza eccedente dall’altra. Dal punto di vista della realtà lo sviluppo della ricchezza si svolge soltanto tra queste antitesi: dal punto di vista della possibilità proprio il suo sviluppo costituisce la possibilità della soppressione di queste antitesi. La ragione del meccanismo di sviluppo della società sta nel fatto che un individuo può soddisfare i suoi bisogni personali solo in quanto contemporaneamente soddisfa i bisogni di un altro individuo e ciò che eccede tali bisogni.

L’invenzione di lavoratori eccedenti, ossia di uomini senza proprietà che lavorano, appartiene all’era del capitale. La sovrappopolazione presso i popoli dediti alla caccia per esempio, la cui esistenza viene in luce attraverso la lotta intestina tra le singole tribù, non dimostra che la terra non poteva sopportarne l’esiguo numero, ma piuttosto che le condizioni della loro riproduzione esigono una grande quantità di territorio per poche teste. Non c’è mai un rapporto con una inesistente massa assoluta di mezzi di sussistenza, bensì un rapporto con le condizioni di riproduzione, di produzione di questi mezzi, nel quale però sono altresì incluse le condizioni della riproduzione dell’uomo, della popolazione complessiva, della sovrappopolazione relativa. Questo plusprodotto è puramente relativo; non è in alcun rapporto con i mezzi di sussistenza in generale, bensì con il modo di produrli. E perciò è anche una eccedenza rispetto al grado di sviluppo di quest’ultimo.

[k.m.]

{da Teorie sul plusvalore, 2. 1.2}

 

 

Popolazione

Quando consideriamo un dato paese dal punto di vista dell’economia politica, cominciamo con la sua popolazione, con la divisione di questa in classi [<=], la cit­tà, la campagna, il mare, le diverse branche della produzione, esportazione e importazione, produzione e consumo annuale, prezzi delle merci, ecc. Sembra corretto cominciare con il reale ed il concreto, con l’effettivo presup­posto, quindi per esempio nell’economia con la popolazione, che è la base ed il soggetto dell’intero atto sociale di produzione. Ma, ad un più attento esame, ciò si rivela falso. La popolazione è un’astrazione [<=], se tralascio ad esempio le classi in cui essa è composta. A loro volta, queste classi sono una parola priva di senso se non conosco gli elementi su cui si fondano, per es., lavoro salaria­to, capitale, ecc. E questi presuppongono scambio, divisione del lavoro, prez­zi, ecc. Il capitale [<=], per es., senza lavoro salariato, senza valore, denaro, prez­zo, ecc., è nulla. Se cominciassi quindi con la popolazione, avrei una rappre­sentazione caotica dell’insieme e, ad un esame più preciso, perverrei sempre più, analiticamente, a concetti più semplici; dal concreto rappresentato ad astrazioni sempre più sottili, fino a giungere alle determinazioni più semplici. Da qui si tratterebbe, poi, di intraprendere di nuovo il viaggio all’indietro, fi­no ad arrivare finalmente di nuovo alla popolazione, ma questa volta non co­me caotica rappresentazione di un insieme, bensì come totalità ricca, fatta di molte determinazioni e relazioni. È invece l’accumulazione capitalistica che costantemente produce, precisa­mente in proporzione della propria energia e del proprio volume, una popola­zione operaia relativa, cioè eccedente i bisogni medi di valorizzazione del capitale, e quindi superflua ossia addizionale.

Insieme con la grandezza del capitale sociale già in funzione, insieme col gra­do del suo aumento, con la estensione della scala di produzione e della massa degli operai messi in moto, insieme con lo sviluppo della forza produttiva del lavoro, insieme col flusso più largo e più pieno di tutte le fonti sorgive della ricchezza, si estende anche la scala in cui una maggiore attrazione dei lavo­ratori da parte del capitale è legata ad una maggiore repulsione di questi ultimi. Quindi la popolazione operaia produce in misura crescente, mediante l’accu­mulazione del capitale da essa stessa prodotta, i mezzi per render se stessa re­lativamente eccedente. È questa una legge della popolazione peculiare del modo di produzione capitalistico, come di fatto ogni modo di produzione sto­rico particolare ha le proprie leggi della popolazione particolari, storicamente valide. Una legge astratta della popolazione esiste soltanto per le piante e per gli animali nella misura in cui l’uomo non interviene portandovi la storia. Ma se una sovrappopolazione di lavoratori è il prodotto necessario dell’accumula­zione ossia dello sviluppo della ricchezza su base capitalistica, questa sovrap­popolazione diventa, viceversa, la leva dell’accumulazione capitalistica e ad­dirittura una delle condizioni d’esistenza del modo di produzione capitalisti­co. Essa costituisce un esercito industriale di riserva [<=] disponibile che appartie­ne al capitale in maniera così completa come se quest’ultimo l’avesse allevato a sue proprie spese, e crea per i mutevoli bisogni di valorizzazione di esso il materiale umano sfruttabile sempre pronto, indipendentemente dai limiti del reale aumento della popolazione.

Proprio allo stesso modo che i corpi celesti, una volta gettati in un certo movi­mento, lo ripetono costantemente; anche la produzione sociale, una volta get­tata in quel movimento di espansione e contrazione alternantisi, lo ripete co­stantemente. Effetti diventano a loro volta cause, e le alterne vicende di tutto il processo, che riproduce costantemente le proprie condizioni, assumono la forma della periodicità. Una volta consolidata quest’ultima, perfino l’econo­mia politica riesce a concepire la produzione di una popolazione eccedente re­lativa, cioè eccedente riguardo al bisogno medio di valorizzazione del capita­le, come condizione vitale dell’industria moderna. Perfino Malthus riconosce nella sovrappopolazione una necessità dell’indu­stria moderna benché, secondo il suo modo di vedere ristretto, egli la faccia derivare da un aumento eccessivo assoluto della popolazione lavoratrice e non dal fatto che essa venga posta in soprannumero. Alla produzione capitalistica non basta affatto la quantità di forza-lavoro [<=] di­sponibile che fornisce l’aumento naturale della popolazione. Per avere mano libera essa abbisogna di un esercito industriale di riserva indipendente da questo limite naturale.

La produzione di una sovrappopolazione relativa ossia la messa in libertà di lavoratori procede perciò ancora più rapida che non la rivoluzione tecnica del processo di accumulazione accelerata di per sé col progredire dell’accumula­zione e che non la corrispondente diminuzione della parte variabile del capita­le nei confronti di quella costante. Se i mezzi di produzione, man mano che aumentano di volume e di efficacia, diventano in misura minore mezzi d’oc­cupazione dei lavoratori, questo stesso rapporto viene a sua volta modificato giacché, nella misura in cui cresce la forza produttiva del lavoro, il capitale aumenta la sua offerta di lavoro con rapidità maggiore che non la sua doman­da di lavoratori. Il lavoro fuori orario della parte occupata della classe operaia ingrossa le file della riserva dei lavoratori, mentre, viceversa, la pressione aumenta­ta che quest’ultima esercita con la sua concorrenza sulla prima, costringe que­sta a lavoro fuori orario e alla sottomissione ai dettami del capitale. La con­danna di una parte della classe operaia a un ozio forzoso mediante il lavoro fuori orario dell’altra parte e viceversa diventa mezzo d’arricchimento del capitalista singolo e accelera allo stesso tempo la produzione dell’esercito industriale di riserva su una scala corrispondente al progresso dell’accumu­lazione sociale.

Tutto sommato i movimenti generali del salario [<=] sono regolati esclusivamente dall’espansione e dalla contrazione dell’esercito industriale di riserva, le quali corrispondono all’alternarsi dei periodi del ciclo industriale. Non sono dunque determinati dal movimento del numero assoluto della popolazione lavoratrice, ma dalla mutevole proporzione in cui la classe operaia si scinde in esercito attivo e in esercito di riserva, dall’aumento e dalla diminuzione del volume relativo della sovrappopolazione, dal grado in cui questa viene ora as­sorbita ora di nuovo messa in libertà. Per l’industria moderna, con il suo ciclo decennale e le sua fasi periodiche che per giunta col progredire dell’accumu­lazione vengono intersecate dalle oscillazioni irregolari susseguentesi sempre più rapidamente, sarebbe effettivamente una bella legge quella che regolasse l’offerta e la domanda di lavoro non mediante l’espansione e la concentrazio­ne del capitale, cioè secondo i suoi bisogni di valorizzazione del momento, cosicché il mercato del lavoro appaia ora relativamente al di sotto del livello normale in quanto il capitale si espande, ora di nuovo sovraccarico in quanto esso si contrae, bensì, viceversa, facesse dipendere il movimento del capitale dal movimento assoluto della massa della popolazione. Questo tuttavia è il dogma degli economisti. Quella finzione economica scambia le leggi che regolano il movimento gene­rale del salario ossia il rapporto fra classe operaia, cioè forza-lavoro com­plessiva, e capitale complessivo sociale, con le leggi che distribuiscono la popolazione lavoratrice fra le sfere particolari della produzione.

La domanda di lavoro non è tutt’uno con l’aumento del capitale e l’offerta di lavoro non è tutt’uno con l’aumento della classe operaia, in modo che due po­tenze interdipendenti fra di loro agiscano l’una sull’altra. I dadi sono truccati. Il capitale agisce contemporaneamente da tutte e due le parti. Se da un lato la sua accumulazione aumenta la domanda di lavoro, dall’altro essa aumenta l’offerta di operai mediante la loro “messa in libertà”, mentre allo stesso tem­po la pressione dei disoccupati costringe i lavoratori occupati a rendere liquida una maggiore quantità di lavoro rendendo in tal modo l’offerta di lavoro in una certa misura indipendente dall’offerta di lavoratori. Il movimento della leg­ge della domanda e dell’offerta di lavoro su questa base porta a compimento il dispotismo del capitale. Quindi, non appena i lavoratori penetrano il mistero e si rendono conto come possa avvenire che, nella stessa misura in cui lavora­no di più, producono una maggiore ricchezza altrui e cresce la forza produtti­va del loro lavoro, perfino la loro funzione come mezzo di valorizzazione del capitale diventa sempre più precaria per essi; non appena scoprono che il gra­do d’intensità della concorrenza fra loro stessi dipende in tutto dalla pressione della sovrappopolazione relativa; non appena quindi cercano mediante Trades unions ecc., di organizzare una cooperazione sistematica fra i lavoratori occu­pati e quelli disoccupati per spezzare o affievolire le rovinose conseguenze che quella legge naturale della produzione capitalistica ha per la loro classe – il capitale e il suo sicofante, l’economista, strepitano su una violazione della “eterna” e per così dire “sacra” legge della domanda e dell’offerta.

[k.m.]

(da Introduzione del 1857 a Per la critica dell’economa politica, Capitale, I.23)

 

 

Populismo

Aristotele, come è noto, ha distinto la democrazia [<=] dalla demagogia, le forme di governo [<=] positive dalle loro degenerazioni. In Italia, ovviamente, da decenni siamo in presenza di una forma di democrazia degenerata (senza ricambio, corrotta, in putrefazione). Quindi trattando della “democrazia” italiana, oggi, più correttamente e più realisticamente, dobbiamo trattare di demagogia piut­tosto che di democrazia; se si vuole, dobbiamo trattare di una democrazia de­strutturata che possiamo anche definire come populismo (in forma bonaparti­sta o peronista).

Il populismo, a differenza della democrazia che trova i suoi punti di forza, di espressione e di articolazione nei partiti politici, nel parlamento, nella divisio­ne dei poteri e nelle autonomie locali, trova i suoi punti di espressione nelle forme della democrazia diretta e nei leader carismatici. Il populismo è una democrazia manipolata dai gruppi di pressione, dalle lobby, che si prende, o si finge, per “democrazia diretta”. In Italia il populismo è rinvenibile in infinite manifestazioni sociali. Innanzitutto nel plebeismo che tracima da ogni luogo, dalla televisione in particolare; nella rinata scienza dei tarocchi; nella pretesa che l’incultura sia la più genuina cultura popolare; nel desiderio di magistrati poliziotti da elevare alle supreme cariche dello stato; nel qualunquismo di tut­ti coloro che non credono negli “ismi”; nei miti nazionalistici che fanno pro­prio il grido degli stadi (Forza Italia), ricevendo largo consenso popolare. Per larga parte, il fascismo è stato plebeismo e populismo. Anzi si può dire che il fascismo è stato la forma di populismo all’italiana, nello stesso tempo grottesca incolta e feroce. Il qualunquismo è stato un’altra forma del populi­smo italiano.

Il “nuovo” che è emerso in Italia negli ultimi anni per larga parte è un nuovo populista in cerca di ristrutturazione. È populismo che cerca di divenire de­mocrazia, ma la strada è ardua visto che il nuovo populismo, come ogni popu­lismo, non ha le idee chiare; sa solo, come sa ogni nuovo populismo, che vuo­le un “nuovo leader carismatico”. Forse, a ben considerare, in Italia non ab­biamo mai avuto forme di democrazia ma tentativi di forme di democrazia, a partire dalla tradizione autoritaria leaderistica e populistica a quella di stampo bonapartista e fascista. Il referendum [<=] è strumento populista ed è per questo che è stato introdotto nella Francia bonapartista e negli Stati Uniti con il sor­gere del populismo leaderistico.

L’ltalia non ha avuto solo il fascismo. Ha avuto anche un presidente della re­pubblica, Francesco Cossiga (che aveva un esercito occulto a sua disposizio­ne – Gladio), impiegato a picconare le istituzioni repubblicane. L’ltalia ha oggi un potenziale presidente (del consiglio), il tycoon Silvio Berlu­sconi, che si esprime così: “sono contro lo spirito e la lettera della Costituzio­ne vigente” [cfr. la Repubblica, 23 luglio 1995]. In nessun altro paese al mon­do un tycoon potrebbe esprimersi in tal modo senza suscitare pubblico scan­dalo. Il problema italiano è tutto qui: è nell’ancora accettata tradizione cultu­rale di matrice bonapartista e fascista. I progressisti sono oggi impegnati a “normalizzare” i rapporti politici con la destra. Occorre però ricordare che le vicende oscure dell’Italia (stragismo ne­ro, Gladio, ecc.) rimangono ancora oscure. In un contesto del genere il termi­ne normalizzazione acquista, ovviamente, un significato sinistro.

[v.a.]

(da Vincenzo Accattatis, Il sovrano prigioniero, in Invarianti, n.27 nov.1995)

 

 

Positivismo # 1

(ricette comtiane per l’osteria dell’avvenire)

August Comte e la sua scuola avrebbero quindi potuto dimostrare l’eterna necessità dei signori feudali, alla stessa maniera come hanno fatto per i signori del capitale. La Revue Positiviste di Parigi mi rimprovera, da una parte, di aver trattato metafisicamente l’economia, dall’altra parte – indovinate un po’! – di essermi limitato a una scomposizione puramente critica del dato, invece di prescrivere ricette (comtiane?) per l’osteria del­l’avvenire.

Nella nostra organizzazione non ci sono elementi del positivismo, nemmeno per idea. Ci sono dei positivisti nelle nostre file, come ci sono dei positivisti che non ne fanno parte, ma che tuttavia si dànno da fare. Ma ciò non è affatto merito della loro filoso­fia, che non vuol aver nulla di comune con il potere del popolo, come noi lo intendiamo. La loro filosofia mira soltanto a sosti­tuire la vecchia gerarchia con una nuova. Invece, la nostra guer­ra contro il capitale, per esempio, non potrebbe mai riuscire vittoriosa, se facessimo derivare la nostra tattica dall’economia politica di un Mill. Egli ha demolito un certo tipo di rapporti fra lavoro e capitale. Speriamo di dimostrare che è possibile creare un altro tipo di rapporto

I centri principali della nostra azione si trovano per ora nel vecchio mondo, nei paesi europei. Molte circostanze contribuirono finora a impedire che la questione operaia assumesse negli Stati Uniti un’importanza tale da far passare tutte le altre in secondo piano. Ma queste circostanze spariscono rapidamente, e con l’e­spansione della classe operaia negli Stati Uniti comincia ad af­fermarsi l’idea che anche laggiù, come in Europa, esiste una classe operaia ben distinta dal resto della società e separata dal capitale.

È ottimistico pensare che in Inghilterra la soluzione sperata possa essere raggiunta senza i mezzi violenti della rivoluzione, ritenendo che il metodo inglese di condurre l’agitazione nelle assemblee e sulla stampa, finché la minoranza diventa maggioran­za, sembri un segno che lascia ben sperare. La borghesia inglese si è sempre dimostrata pronta ad accettare il verdetto della mag­gioranza finché ha posseduto il monopolio elettorale. Ma si può esser certi che, non appena si vedrà messa in minoranza su que­stioni ritenute d’importanza vitale, ci troveremo di fronte a una nuova guerra per la conservazione della schiavitù. A tempo perso studio anche Comte, perché inglesi e francesi fanno tanto chiasso intorno a questo signore. Ciò che in lui li attrae è l’en­ciclopedico, la sintesi. Ma è povera cosa in confronto a Hegel (quando si viene al succo Hegel lo supera infinitamente in quanto matematico e fisico). E dire che questo positivismo merdoso apparve nel 1832!

Per quanto riguarda questo “filosofo”, Auguste Comte, c’è ancora da fare un bel po’ di lavoro. Comte è stato per cinque anni segretario e intimo di Saint-Simon. Quest’ultimo era sicuramente danneggiato dalla ricchezza del suo pensiero; era, a un tempo, un genio e un mistico. Elaborare chiaramente, ordinare, sistematizzare, non eran cose per lui. Così in Comte si allevò uno che, forse, dopo la morte del maestro avrebbe dovuto presentare al mondo, ordinate, queste idee esuberanti; è probabile che l’educazione e il modo di pensare matematici di Comte glielo facessero sembrare particolarmente adatto, contrariamente agli altri allievi esaltati, ad assolvere questo cómpito. Poi, dopo qualche tempo, venne fuori con la sua “filosofia positiva” [Cours de philosophie positive, Paris, 1830-1842 (in sei volumi)]. In questo sistema vi sono tre elementi caratteristici: 1. una serie di pensieri geniali i quali, però, quasi regolarmente vengono più o meno rovinati da uno sviluppo inadeguato, cui fa riscontro 2. un modo di concepire angusto, filisteo, che con quella genialità è in aspro contrasto; 3. una forma di religione di completa derivazione saint-simoniana, ma spogliata di ogni misticismo, estremamente disincantata, organizzata gerarchicamente con un vero e proprio papa in cima, sì che Thomas H. Huxley poté dire del comtismo che era un “cattolicesimo senza cristianesimo”. Ebbene io scommetterei che il n. 3 ci dà la soluzione della contraddizione, altrimenti inconce­pibile, tra il n. 1 e il n. 2: che Comte ha preso tutte le sue idee geniali da Saint-Simon, ma che raggruppandole nella maniera che gli è peculiare, invece di migliorarle le ha guastate, spogliandole del misticismo che è loro inerente, la ha al contempo portate a un livello più basso, le ha elaborate, in modo filisteo, secondo le proprie capacità. Di moltissime è possibile mostrare l’origine saint-simoniana, e sono convinto che ciò verrebbe fuori con altre ancora, se si trovasse qualcuno che si impegnasse seriamente. Sicuramente ciò sarebbe stato scoperto già da lungo tempo se, dopo il 1830, i veri e propri scritti di Saint-Simon non fossero stati completamente sopraffatti dal baccano della scuola e della religione saint-simo­niana, e i singoli aspetti della dottrina del maestro messi in risalto e sviluppati, a detrimento della grandiosa concezione generale.

Pochi anni dopo la Comune, i comtiani divennero notevolmente più indifferenti nei confronti del movimento operaio. I lavoratori erano divenuti allora troppo potenti; si trattava, per mantenere il giusto equilibrio tra capitalisti e lavoratori (entrambi sono “produttori” nella concezione di Saint-Simon) [Catéchisme des industriels, Paris 1823] di ridare a quel tempo il proprio appoggio ai primi, e da allora, per quanto riguarda la questione operaia, i comtiani non si son fatti più sentire. In Saint-Simon scorgiamo una geniale larghezza di vedute grazie alla quale in lui sono contenute in germe quasi tutte le idee non rigorosamente economiche dei socialisti venti più tardi. Una classificazione delle scienze che analizzi ogni singola forma di movimento o una serie di forme di movimento connesse tra di loro e trasformantisi l’una nell’altra, è con ciò classificazione, ordinamento di queste forme di movimento secondo la loro intrinseca successione: in ciò consiste la sua importanza. Due delle persone più geniali si dedicarono all’opera, Saint-Simon (che non la compì) e Hegel. Quanto poco Comte [cfr. Cours ... cit., “Esposizione del piano di questo corso, o considerazioni generali sulla gerarchia delle scienze positive”] possa essere l’autore della sistemazione enciclopedica delle scienze naturali, copiata da Saint-Simon, si può vedere dal fatto che essa in lui ha per scopo soltanto la sistemazione dei mezzi didattici e del corso didattico e porta con ciò all’“insegnamento integrale” nel quale ogni scienza è esaurita prima che l’altra sia neppure spuntata, nel quale un’idea che è, al fondo, giusta viene esasperata fino all’assurdo matematico.

I lavoratori e Comte. Se i lavoratori sono ormai oltre il tempo del settarismo socialista, non si deve dimenticare che non sono mai finiti nelle dande del comtismo. Questa setta non ha mai offerto all’Internazionale che una sezione di circa una mezza dozzina di uomini, il cui programma è stato respinto dal consiglio generale. Comte è conosciuto dai lavoratori parigini come profeta della politica del­l’imperialismo (della dittatura personale), del dominio capitalistico in economia politica, della gerarchia in tutte le sfere dell’attività umana, anche nella sfera della scienza, e come l’autore di un nuovo catechismo con un nuovo papa e dei nuovi santi al posto dei vecchi. Se i suoi seguaci in Inghilterra svolgono una parte più popolare di quelli di Francia, non è in virtù della predicazione delle loro dottrine, ma in virtù del loro valore personale, e dell’accettazione da parte loro delle forme di lotta di classe operaia create senza di loro, come a es. le Trade unions e gli scioperi in Inghilterra che, sia detto incidentalmente, sono denunciati come un’ere­sia dai loro correligionari parigini.

Il punto di vista del seguaci di Comte. Uomini completamente ignoranti del sistema economico esistente sono naturalmente ancor meno in grado di comprendere la negazione di questo sistema da parte dei lavoratori. Non possono naturalmente comprendere che la trasformazione sociale cui la classe operaia mira è la necessaria, storica, ineludibile, nascita dello stesso sistema attuale. Parlano in tono di deprecazione della minacciata abolizione della “proprietà” perché ai loro occhi l’attuale forma di classe della proprietà – una forma storica transitoria – è la proprietà stessa, e l’abo­lizione di questa forma sarebbe perciò l’abolizione della proprietà. Così come ora difendono l’“eternità” del dominio del capitale e del sistema del lavoro salariato, se fossero vissuti in tempi feudali o in tempi di schiavismo, avrebbero difeso il sistema feudale e il sistema schiavista in quanto fondati sulla natura delle cose, in quanto sorti dalla natura, e avrebbero veementemente protestato contro i loro “abusi”, ma rispondendo allo stesso tempo dall’alto della loro ignoranza alle profezie dell’abolizione col dogma della loro “eternità” corretta grazie a “freni morali” (restrizioni).

Poveretti! Non sanno nemmeno che ogni forma sociale di proprietà ha i suoi specifici “principi morali”, e che la forma di proprietà sociale che fa della proprietà l’attributo del lavoro, lungi dal creare “restrizioni morali” individuali, emanciperà i “principi morali” dell’individuo dalle sue restrizioni di classe. Hanno tanta ragione nel loro apprezzamento delle aspirazioni della classe operaia parigina, quanta ne ha il sig. Bismarck quando dichiara che ciò che vuole la Comune è l’ordinamento municipale prussiano.

Com’è cambiata Parigi al soffio della rivoluzione popolare! La rivoluzione di febbraio fu chiamata la rivoluzione del disprezzo morale! Fu proclamata dalle grida del popolo: “abbasso i grandi ladri! abbasso gli assassini!”. Tale era il sentimento del popolo. Ma per quanto riguarda la borghesia, voleva un potere più ampio per la corruzione! Lo hanno ottenuto sotto il regno di Luigi Bonaparte. Parigi, la città gigantesca, la città dell’iniziativa storica, è stata trasformata nella Casa dorata di tutti gli infingardi e di tutti i farabutti del mondo, in un bordello cosmopolita. Dopo l’esodo “della classe migliore del popolo” è riapparsa la Parigi della classe operaia, eroica, pronta al sacrifico di sé, entusiasta nel sentimento del suo cómpito erculeo! Non più cadaveri sui tavoli dell’obitorio, non più insicurezza nelle strade. Parigi non era mai stata così tranquilla. Al posto delle puttane, le eroiche donne di Parigi! Una Parigi vigorosa, inflessibile, che combatte, che lavora, che pensa! Una Parigi piena di magnanimità! Di fronte al cannibalismo dei suoi nemici, metteva i suoi prigionieri solamente in condizioni di non nuocere! ... “Ciò che Parigi non dovrà più sopportare è l’esistenza delle puttane e dei papponi. È decisa a scacciare o a trasformare questa razza inutile, scettica ed egoista, che s è impadronita di questa città gigantesca per usarla come la propria città. Nessuna celebrità dell’Impero avrà il diritto di dire che Parigi è assai gradevole nei suoi quartieri migliori, ma che ci sono troppi poveri negli altri” [Verité, 23 aprile 1871]. “Il crimine privato è prodigiosamente diminuito a Parigi. L’assenza di ladri e puttane, di assassinii e aggressioni nelle strade: tutti i conservatóri se ne sono scappati a Versailles” [Daily news, 19 aprile 1871]. “Non è stata segnalata una sola aggressione notturna, neppure nei quartieri più distanti e meno frequentati, da quando sono i cittadini stessi a svolgere i cómpiti di polizia” [Le vengeur, 28 aprile 1871].

[k.m.-f.e.]

(da Marx, Capitale, 1.11; poscritto seconda edizione 1; Intervista, 3.7.1871; lettera a Engels, 7.7.1876; primo abbozzo di La guerra civile in Francia; Engels, lettera a Tönnies, 24.1.1895; L’evoluzione del socialismo dall’utopia alla scienza; Dialettica della natura)

 

 

Positivismo # 2

(critica a una filosofia reazionaria)

Parecchi scrittori che vorrebbero essere marxisti hanno iniziato una vera e propria campagna contro la filosofia del marxismo, in principal modo e quasi interamente con attacchi contro il materialismo dialettico. Tutte queste persone non possono ignorare che Marx e Engels, decine di volte, hanno chiamato le loro concezioni filosofiche “materialismo dialettico”. E tutte queste persone, unite – nonostante le nette differenze delle loro opinioni politiche – dall’ostilità contro il materialismo dialettico, pretendono ancora di essere marxisti. Le concezioni di Engels sono “invecchiate”; il materialismo è confutato dai nostri intrepidi guerrieri che si richiamano fieramente alla “teoria contemporanea della conoscenza”, alla filosofia moderna o al “positivismo” moderno.

Appoggiandosi a tutte queste dottrine sedicenti moderne i nostri distruttori del materialismo si spingono intrepidamente fino al fideismo aperto, ma ogni loro ardimento, ogni rispetto per le proprie opinioni cade di colpo allorché passano a definire in modo esplicito il loro atteggiamento verso Marx e Engels. Nei fatti: abbandono completo del materialismo dialettico, cioè del marxismo. A parole: infiniti sotterfugi, tentativi di eludere l’essen­za della questione, di mascherare la loro ritirata, rifiuto categorico di esaminare direttamente le innumerevoli affermazioni materialistiche di Marx e Engels. È, secondo la giusta espressione di un marxista, una vera e propria “rivolta n ginocchio”. È revisionismo filosofico tipico. Soltanto il revisionismo si è guadagnata una così triste fama con l’abbandono delle concezioni fondamentali del marxismo, e con la paura o l’incapacità di regolare i conti in modo aperto con le concezioni abbandonate, diffonde, in veste di “cultura proletaria”, concezioni borghesi e reazionarie.

Chi ha qualche dimestichezza con la letteratura filosofica deve sapere che difficilmente si trovi anche un solo professore di filosofia o di teologia il quale non si preoccupi, direttamente o indirettamente di confutare il materialismo. Tutti i revisionisti sono impegnati a confutare il materialismo e, inoltre, di confutare il materialismo dal punto di vista del positivismo “moderno” e contemporaneo, delle scienze naturali, e così via. I materialisti, ci si dice, ammettono qualcosa di impensabile e di inconoscibile, la materia “fuori dell’esperienza”, fuori della nostra conoscenza; i materialisti prendono come base l’ignoto, il nulla.

Per controllare se questi argomenti siano nuovi daremo citazioni delle opere di un vecchio idealista, il vescovo George Berkeley [Trattato dei principi della conoscenza umana, Dublino 1710] : “È evidente, per ognuno che esamini gli oggetti dell’u­mana conoscenza, che essi sono o idee realmente impresse nei sensi, o idee acquisite mediante l’osservazio­ne delle passioni o delle operazioni della mente; o, infine idee formate con l’aiuto della memoria e dell’im­maginazione”. Per Berkeley, le cose sono “collezioni di idee”. Berkeley dice che, oltre a “tali idee o oggetti di conoscenza” esiste qualcosa che li percepisce, “mente, spirito, anima o io”: è ovvio – conclude – che le idee non possono esistere fuori dell’intel­letto che le percepisce. Non riesco a capire – egli dice – come si possa parlare dell’esistenza assoluta delle cose indipendentemente dal fatto che qualcuno le percepisca. Esistere vuol dire essere percepito [esse est percipi – è una massima di Berkeley abitualmente citata nei manuali di filosofia]. “È invero un’opinione stranamente dominante tra gli uomini che le case, le montagne, i fiumi e,in una parola, tutti gli oggetti sensibili, abbiano un’esistenza naturale o reale distinta dal loro essere percepito dal­l’intelletto: questa opinione è una contraddizione evidente. L’oggetto e la sensazione sono la stessa cosa e non si può perciò separare l’uno dal­l’altra”. Berkeley afferma nel modo più netto che la materia è una non-entità, che la materia è nulla. Voi potete usare la parola “materia” nello stesso senso in cui gli altri uomini usano “nulla”.

Sulle fondamenta dell’esistenza della materia o sostanza corporea, o dei copri non percepiti – egli dice – sono stati innalzati tutti gli empi sistemi dell’ateismo e dell’irreligione. Quanto amica sia stata la sostanza materiale agli atei di tutti i tempi è inutile dire. “La materia, una volta bandita dalla natura, trascina con sé tante questioni imbarazzanti le quali sono state come tante spine nei fianchi  dei teologi e dei filosofi, che son certo che tutti gli amici del sapere, della pace e della religione hanno ragione di desiderare che lo siano. L’ateo, invero, avrà bisogno del colore di un vuoto nome per sostenere la sua empietà”. Se la parola sostanza è presa – dice – come sostegno di accidenti o qualità fuori della mente, allora riconosco che l’eliminiamo, se pure si può parlare di eliminare ciò che non è mai esistito, neppure nell’immagina­zione. La connessione delle idee – dice – non implica il rapporto di causa e di effetto, ma solo quello di segno con la cosa significata. Benin­teso, secondo Berkeley, chi ci infor­ma per mezzo di questi “empirio­simboli” non è altri che la divinità.

Ci resta ancora da esaminare la questione dei rapporti con la religione. Ma tale questione si allarga fino a farci chiedere: esistono dei “partiti” in filosofia e quale significato ha, in filosofia, l’indipendenza dai partiti? Nel corso di tutta la precedente esposizione, in ognuna delle questioni gnoseologiche abbiamo seguito la lotta tra il materialismo e l’idealismo. Dietro la massa dei nuovi artifici terminologici abbiamo sempre trovato, senza nessuna eccezione, due indirizzi fondamentali nella soluzione dei problemi filosofici. Ecco la questione fondamentale che nella realtà continua a dividere i filosofi in due grandi campi. La genialità di Marx e di Engels consiste appunto nell’avere, durante un periodo molto lungo, sviluppato il materialismo, fatto progredire una tendenza fondamentale della filosofia, nel non essersi lasciati irretire nella ripetizione di questione gnoseologiche già risolte, ma nell’aver avanzato coerentemente e mostrato co­me bisogna applicare quello stesso materialismo nel campo delle scienze sociali, respingendo implacabilmente come rifiuti tutti gli assurdi, tutti i pasticci pretenziosi d’inventare una “nuova” tendenza. Il carattere puramente verbale di simili tentativi, il gioco scolastico con “ismi” filosofici, l’incapacità di comprendere delle due tendenze gnoseologiche fondamentali: ecco ciò che Marx e Engels hanno combattuto senza tregua nel corso di tutta la loro attività.

Schelling – scrive Marx – non è altro che un rodomonte con le sue pretese di abbracciare tutte le tendenze filosofiche precedenti. Marx vide fin da allora che gli “scettici” strillano contro il “dogmatismo” e, senza lasciarsi distrarre da nessuno dei mille miseri sistemetti filosofici, seppe prendere risolutamente la via del materialismo contro l’idealismo. Tren­t’anni dopo, nel poscritto alla seconda edizione del i volume del Capitale, Marx in modo altrettanto netto contrappone il suo materialismo all’i­dealismo di Hegel, cioè all’idealismo più coerente, più sviluppato, respingendo sprezzantemente il positivismo di Comte e chiamando miseri epigoni i filosofi contemporanei, che si illudevano di aver annientato Hegel, e che non avevano saputo capire la dialettica di Hegel e la disprezzavano [di un positivista Marx dice che è seguace di Comte e come tale è obbligato a dar valore a diversi ghiribizzi]. In realtà, il non voler prender in considerazione gli ibridi progetti di conciliazione tra il materialismo e l’idealismo è un grandissimo merito d Marx.

Engels, in pieno accordo con l’o­rientamento di Marx, non prende sul serio in considerazione gli infiniti tentativi di superare l’“unilateralità” del materialismo e dell’idealismo, di proclamare un nuovo indirizzo, un qualsivoglia “positivismo”, “realismo” o qualsiasi altra forma di ciarlataneria professorale. Engels condusse tutta la lotta contro Dühring interamente con la parola d’ordine dell’ap­plicazione coerente del materialismo, accusando il “materialista” [positivista] Dühring di imbrogliare l’essenza della questione con profluvi di parole, di servirsi di frasi, di argomentazioni che costituiscono un compromesso con l’idealismo, un passaggio alle posizioni dell’idealismo.

Soltanto cervelli già guastati dalla filosofia professorale reazionaria potevano non notare questo modo di porre la questione. È chiaro che Engels, vedendo la filosofia tedesca e inglese ripetere gli errori pre-hegelia­ni era disposto ad aspettarsi qualcosa di buono perfino da un ritorno a Hegel, sperando che il grande idealista e dialettico avrebbe aiutato a scorgere  banali errori idealistici e metafisici. Engel afferma che tutta la tendenza di quel positivismo e quel realismo, che seducevano e seducono innumerevoli confusionari, rappresentava un “regresso scientifico” e, nel migliore dei casi, un metodo filisteo d’introdurre il materialismo alla chetichella, condannandolo e abiurandolo pubblicamente. Marx e Engels furono, in filo­sofia, uomini di parte, seppero scoprire le deviazioni dal materialismo e le concessioni all’idealismo e al fideismo in tutte le correnti “moderne”. “Di tutti i partiti – diceva giustamente Joseph Dietzgen – il più abominevole è il partito di mezzo.  Gli elementi intermedi e i ciarlatani conciliatori, con ogni sorta di nomi, cadono lungo la loro via chi in questa chi in quella corrente. Noi esigiamo decisione, chiarezza. Idealisti si autodefinscono gli oscurantisti “scientifici” reazionari che aiutano l’oscurantismo religioso; materialisti devono definirsi tutti coloro che mirano alla liberazione dell’intelletto umano. Se paragoniamo questi due partito a un solido e a un liquido, tra l’uno e l’altro abbiamo qualcosa di simile a una poltiglia. È vero i positivisti non sono altro che una pietosa poltiglia, lo spregevole partito di mezzo in filosofia che confonde in ogni singola questione la tendenza materialistica con quella idealistica. I tentativi di uscire da queste due tendenze fondamentali non sono altro in sostanza che “ciarlataneria da conciliatori”.

Quanto ai materialisti ecco il giudizio di Diderot: “Si chiamano idealisti i filosofi che, avendo coscienza soltanto della loro esistenza e dell’esi­stenza dell’esistenza delle sensazioni che si succedono in loro, non ammettono nient’altro. Stravagante sistema che può essere nato soltanto in un cieco; sistema che a vergogna dell’in­telletto umano e della filosofia è il più difficile da confutare quantunque sia il più assurdo”. E Diderot arriva quasi alle concezioni del materialismo contemporaneo, secondo le quali gli argomenti e i sillogismi, da soli, non sono sufficienti a confutare l’i­dealismo, poiché non sono gli argomenti teorici che servono qui.         

[v.l.]

(da Materialismo e empiriocriticismo)

 

 

Post-neo-marxismo

Nel contesto intellettuale oggi egemonico dobbiamo inevitabilmente fare i conti con un’ideologia dominante – altrimenti detta pensiero debole, postmo­dernismo, fine della storia, delle ideologie e via mistificando – tanto pervasi­va quanto tendente da un lato all’autonascondimento sotto le neutre spoglie della “teoria”, dall’altro alla frammentazione e alla negazione delle possibilità di attingere al reale quale entità oggettivamente conoscibile nella sua totalità complessa. In tale contesto l’esserci, la modalità di presenza della realtà e della storia so­no legati alla persuasività retorica con cui se ne afferma l’esistenza, intanto che il sapere si narrativizza e la conoscenza si identifica con il suo statuto di­scorsivo. Nel regno autonomo della teoria fattasi errante lo spazio tra le paro­le e le cose pare divenire incolmabile, tutto è “linguaggio” [<=], “nome” il cui refe­rente sfugge e si rarefà. Anche il marxismo diviene una “grande narrazione”, tra l’altro in crisi di credibilità, un “nome”. Ed i nomi sono declinabili sia al singolare che al plurale: quello del “marxismo” non è sfuggito alla regola, pur essendosi dovuto astrarre nell’applicarla dal fatto che Marx era un’entità sin­golare. Ma qui la storia è molto più vecchia, per rievocarne le tappe basta ri­cordare alcuni nomi di concettualizzazioni con esso assai difficilmente com­patibili cui il marxismo è stato accostato per farne un’altra cosa, ovvero i co­siddetti “marxismi”: positivismo, scientismo, fenomenologia, strutturalismo...

Attingendo alla necessaria pazienza che ci vuole per ripartire ogni volta dal principio, occorre altresì sottolineare, con le parole di Marx e di Engels, la na­tura non meramente discorsiva, narrativa o interpretativa del sapere che il marxismo intendeva, nella sua elaborazione originale, sviluppare ed applicare alla realtà nel senso di una trasformazione rivoluzionaria: “I presupposti da cui ci muoviamo non sono arbitrari, non sono dogmi: sono presupposti reali, dai quali ci si può astrarre solo nell’immaginazione. Essi sono gli individui reali, la loro azione e le loro condizioni materiali di vita, tanto quelle che essi hanno già trovato esistenti quanto quelle prodotte dalla loro stessa azione”. [L’ideologia tedesca]. Ciò che va chiarito non è se del marxismo si tratti di privilegiare uno strumen­to classificatorio oppure un altro, se si debba scegliersi un’astra­zione catego­riale presa da Marx da abbinare ad altre prese altrove per vedere se il metodo interpretativo che ne risulta “funziona”, così da dar vita a molteplici marxi­smi, onde pluralizzare una sennò totalizzante singolarità. Il metodo di indagi­ne scientifica marxiano è legato alla prospettiva di conoscenza della realtà – della sua dinamica e della sua struttura. Non ha niente a che vedere con la semplice produzione di utensileria ordinante, gerarchizzante, magari inter­cambiabile in nome del pluralismo interpretativo. Il nocciolo della questione riguardante l’attualità del marxismo non risiede, neanche oggi, nell’alternati­va tra la liturgia della celebrazione dei dogmi e i marxismi, bensì nella diffi­coltà – il cui superamento ha ben poco a che vedere con il ri-fare, ri-fondare, ecc. – del dare spessore alla dimensione storico-diacronica in cui il processo conoscitivo è immerso, dimensione storico-diacronica in costante divenire.

Quel divenire che il marxismo identifica con l’evolversi ed il succedersi dei modi di produzione, essendo la categoria di modo di produzione lo strumento scientifico per la conoscenza dei modi in cui gli uomini, all’interno dei rap­porti sociali in cui si trovano ad operare, producono e riproducono le proprie condizioni di esistenza. Queste condizioni di esistenza sono oggi per noi quel­le instaurate dal modo di produzione capitalistico, inteso come rapporto so­ciale di produzione e di riproduzione delle condizioni di produzione dominan­te. E questo rapporto sociale è un rapporto di classe [<=]. Qualunque cosa pensino in proposito i postmoderni, il marxismo non è una “grande narrazione”. Non è che Marx parli di storia come storia di lotta delle classi [<=] nel senso di costruire una narrazione, magari ingegnosa, di lotta per il potere in cui oggi dovremmo individuare gli antagonisti contrapposti in termi­ni di classe operaia e classe capitalistica per sé. Narrazione che avrebbe perso credibilità in quanto i suoi personaggi collettivi principali hanno scelto di in­terpretare altri ruoli in un’altra storia. Per cui, come certi marxismi teorizza­no, sarebbe giunto il momento di narrare di libertà [<=] o magari di differenze, anziché, per esempio, di eguaglianza o emancipazione.

La forza-lavoro [<=] non è per Marx l’altro del capitale [<=], il soggetto sociale al qua­le, perché sfruttato e oppresso, cucire addosso un progetto emancipativo in cui alla fine, mutatesi le condizioni sociali, comunicative e di conoscenza, il soggetto sociale non crederebbe più (delegittimando perciò il progetto stesso). Il marxismo identifica scientificamente la forza lavoro come la condizione di esistenza del capitale. Il rapporto che sussiste tra capitale e forza lavoro è un rapporto sociale basato sullo scambio – coatto ed ineguale – essendo l’acqui­sto della merce forza-lavoro ed il suo consumo per la creazione del plusvalore [<=] da parte del capitale ciò che caratterizza il modo di produzione capitalistico. Come scrivono Marx ed Engels nel Manifesto del partito comunista, “condi­zione del capitale è il lavoro salariato”. La lotta tra la classe dei capitalisti – i quali impersonificano il capitale – e la classe dei proletari – i quali sono i portatori della forza-lavoro costretti a ven­derla (alienarla) per sopravvivere e riprodursi – non solo non si è estinta, ma, occultata dalle attuali forme compartecipative e codeterminanti con cui è coartato il consenso della forza-lavoro per l’intensificazione del proprio sfrut­tamento, si evolve di pari passo con lo sviluppo del modo di produzione capi­talistico che, crollati muri ed ideologie, si è omogeneamente esteso su scala mondiale.

Da qui ci troviamo a dover ripartire – dagli elementi fondanti di un processo conoscitivo che, lungi dal subire smentite dalla storia, è stato abbandonato o depotenziato al suo stesso interno – sapendo che gli infiniti sviluppi ed appli­cazioni di questo processo conoscitivo si differenziano nelle forme critiche che di volta in volta esso assume, critica dell’economia, della politica, delle scienze, del diritto, finanche della letteratura e quant’altro, per ricomporsi in un sapere che nella sua unità materialistica e dialettica è esattamente ciò che i postmoderni definiscono un sapere totalizzante. Ricordando loro, en passant, che né di “neo” né di “post” può trattarsi. Che poi tutto questo sia motivo di serio interesse solo per alcuni, pochi, di noi è un fatto, così come è un fatto che ben altro ci vorrebbe che non la semplice denuncia di teorizzazioni che prestano il fianco al fare breccia nell’egemonia dell’avversario. Ma questo ci tocca in sorte, avendo il movimento operaio, nelle sue forme organizzate, uni­lateralmente dismesso quella che un tempo soleva chiamarsi “politica cultura­le”, per sostituirla con l’innesto di una vena populistica all’interno dell’unico modello comunicativo di massa oggi a disposizione, quello della semplifica­zione determinata dai tempi forsennati della comunicazione [<=], laddove il vorti­ce della produzione/fruizione immediata e frammentata di messaggi aproble­matici travolge e sgretola ogni tentativo di articolazione del pensiero, per ri­durlo al grado zero della battuta e dell’effetto spettacolare.

[pp.f.]

 

 

Potere

(potere e morale)

“Vi sono borse piene d’oro da versare a destra e a sinistra, e nemmeno una moneta ne cade per te! Mille piccoli tangheri senza talento, senza merito; mille piccole creature senza fascino, mille piatti intriganti sono ben vestiti, e tu te ne andrai tutto nudo! E tu saresti imbecille fino a questo punto? Non sapresti forse adulare come un altro? Non sapresti mentire, giurare, spergiurare, promettere, mantenere o mancare di parola come un altro? Non sapresti metterti a quattro zampe come un altro?” … E mentre l’elenco delle infamie non s’arresta più davanti a nessun tipo di corruzione della società francese interiorizzata nella coscienza [<=] consapevole e scissa, giunge il duro giudizio espresso nel “tormento della coscienza che nasce dall’inutilità dei doni che il cielo ci ha dispensato; è il più crudele di tutti. Meglio sarebbe stato forse che l’uomo non fosse nato”. Ma “Lui”-Diderot si rimodella conseguentemente entro l’apparente accoglimento dell’abiezione della sua epoca in cui “un giorno in meno di vita o uno scudo in più, sono la stessa cosa. Il punto importante è andare facilmente, liberamente, piacevolmente, copiosamente tutte le sere al gabinetto, o stercus pretiosum! Ecco il grande risultato della vita in tutti gli stati. All’ultimo momento, tutti sono ugualmente ricchi, e Samuel Bernard (banchiere di Luigi XIV e Luigi XV, prestò loro ingenti somme di denaro) che, a forza di furti, di saccheggi, di bancherotte, lascia  ventisette milioni in oro, e Rameau che non lascerà niente, Rameau al quale la carità fornirà lo strofinaccio in cui lo si avvolgerà per sudario”. Mentre si è già difeso dal confondersi con la filosofia, eccolo affermare che “bisogna essere profondi nell’arte o nella scienza per possederne bene gli elementi. Le opere classiche non possono essere ben fatte se non per quelli che si sono invecchiati nel mestiere. È il mezzo e la fine che rischiarano le tenebre del cominciamento”. 

E alla domanda del “come mai si trovino idee così giuste mischiate con così tante stravaganze”, risponde “Chi diavolo lo sa? È il caso che ve le getta (nella testa), e quelle vi dimorano. Fatto sta che quando non si sa tutto, non si sa niente di buono… In verità  sarebbe meglio ignorare piuttosto che sapere così poco e male… So bene che se andate ad applicare a ciò (furberie) certi principi generali di non so quale morale che tutti hanno sulla bocca e che nessuno pratica, uscirà fuori che il bianco sarà nero e il nero bianco. Ma, signor filosofo, c’è una coscienza generale, come c’è una grammatica generale, e poi delle eccezioni come in ogni lingua, che voi chiamate, credo, voialtri sapienti, degli…aiutatemi dunque, degli… – Idiotismi (forma o locuzione propria di una lingua) – Bene, giusto, ogni stato ha le sue eccezioni alla coscienza generale, alle quali volentieri darei il nome di idiotismi di mestiere… E il sovrano, il ministro, il finanziere, il magistrato, il militare, l’uomo di lettere, l’avvocato, il procuratore, il commerciante, il banchiere, l’artigiano, il maestro di canto, il maestro di ballo, sono persone onestissime, nonostante la loro condotta si allontani in più punti dalla coscienza generale, e sia riempita di idiotismi morali. “Ciascuna delle individualità è quello che è [Hyppolite, Genesi e struttura della “fenomenologia dello spirito” di Hegel] e non può pensare di uscire dalla propria sfera; … l’individuo è così un contenuto determinato – una natura – solo quando lo si considera nel suo essere, non nel suo operare. Da parte sua l’operare non è altro che la negatività… è impossibile agire senza determinarsi ma l’agire è ciò che determina”. L’individuo diviene ciò che è in sé – scriverà Hegel –  “può solo avere la coscienza del puro tradurre se stesso dalla notte della possibilità al giorno della presenzialità, dalla notte dell’astratto in alla prestanza significativa dell’essere effettuale, e può avere la certezza che quello che a lui sorge nella luce non è se non ciò che nella notte dormiva”. E dunque l’individuo – pura astrazione [<=] se considerato isolatamente – non può che portare alla luce del giorno le “possibilità” sociali che in lui si concentrano nelle forme differenziate.

“Farei come tutti i pezzenti ripuliti; sarei il furfante più insolente che si sia mai visto. È allora che mi ricorderei di tutto ciò che ho patito, e renderei d’avanzo tutte le angherie subite. Mi piace comandare e comanderò. Adoro le lodi, e mi farò lodare. Avrò alle mie dipendenze tutta la truppa Vilmorienne (parassiti, il genero di Vilmorien, mallevadore di appalti, aveva una sua corte di adulatori) e dirò loro come loro hanno detto a me: “Andiamo, straccione, divertimi”, e mi faranno divertire; “Straziatemi le persone oneste”, e saranno straziate, se se ne trovano ancora; e poi avremo donne, diventeremo intimi quando saremo ubriachi; ci ubriacheremo, ci racconteremo fandonie, ci faremo possedere da ogni sorta di vizi e bizzarrie. Sarà fantastico. … e ne daremo davanti e dietro a tutti i piccoli Catoni come voi, che ci disprezzano per invidia, la cui modestia fa da mantello all’orgoglio, e la cui sobrietà è la legge del bisogno. E la musica? È allora che ne faremo”. 

Dal crescendo dell’invettiva  si sviluppano considerazioni filosofiche sulla virtù e la felicità, che non è la stessa per tutti, che non a tutti si adattano. Tranne il godimento dei sensi tutto “il resto è solo vanità”. Vanità è la patria, “da un polo all’altro non vedo che tiranni e schiavi”. Vanità è l’amicizia, “se se ne avesse (di amici), bisognerebbe farne degli ingrati? ... La riconoscenza è un fardello e ogni fardello è fatto per essere scrollato di dosso. Vanità è il dovere nello stato, e quello, una volta compiuto, porta a “gelosia, fastidi, persecuzione. È così che si va avanti? Far la corte perdio! Corteggiare, guardare i grandi, studiarne i gusti, prestarsi alle loro fantasie, servire i loro vizi, approvarne le ingiustizie: ecco il segreto”. Vanità è l’educazione dei figli, “qualunque cosa si faccia, non si perde mai l’onore quando si è ricchi”.

Nella Fenomenologia Hegel “commenta”: “la coscienza disgregata che, consapevole della sua disgregatezza, la esprime, è la risata ironica sull’esserci nonché sulla confusione dell’intiero e su se stessi; è in pari tempo l’eco lontana, che tuttavia avverte se stessa, di tutta quella confusione. Questa fatuità, che avverte se stessa, di ogni effettualità e di ogni concetto determinato, è la duplice riflessione del mondo reale in se medesimo; riflessione che ha luogo una prima volta entro questo Sé; l’altra volta nella pura universalità di esso ossia nel pensare … In quel lato del ritorno nel Sé, la fatuità di ogni cosa è la fatuità propria del ; ossia esso è fatuo. È il Sé essente per sé, che non solo sa tutto giudicare e di tutto cianciare, ma che anche sa enunciare nella loro contraddizione e con ricchezza di spirito tanto le salde essenze dell’effettualità, quanto le salde determinazioni che il giudizio pone; e questa contraddizione è la loro verità”.

L’infelicità degli onesti, e il suo rovescio, la felicità dei disonesti, sembra dovuta al fatto di aderire al “senso comune” e alla “sincerità”, che, anche se per un solo momento, basta per non sapere più “dove andare a cenare la sera”. La lode che ne consegue del fannullone, dello sciocco, del buono a nulla, è tutt’uno con l’attacco alla morale comune, “permanente”, utile solo ai potenti e non a chi si affanna nel bisogno. Chi è “pezzente” deve cercare la propria vita presso quella dei ricchi in una satira senza interruzione  in cui “si loda la virtù, ma la si odia, la si fugge, mentre quella gela dal freddo, in questo mondo, bisogna avere i piedi caldi … bisogna che io sia gaio, flessibile, piacevole, buffo, spassoso. La virtù si fa rispettare, e il rispetto è scomodo; la virtù si fa ammirare, e l’ammirazione non è divertente. Ho a che fare con gente che s’annoia e bisogna che la faccia ridere. È solo ciò che è ridicolo e pazzesco che fa ridere, perciò bisogna ch’io sia ridicolo e folle; e qualora non lo fossi di natura dovrei sembrarlo.” Senza parere, parlando della tendenza al virtuosismo esteriore a sostituzione dell’essenza nell’arte, in particolare musicale, conia un paragone che non lascia equivoci: “È come quando si dice che i gesuiti hanno piantato il cristianesimo in Cina e in India. E questi giansenisti hanno un bel dire: questo metodo politico che va allo scopo senza rumore, senza spargimento di sangue, senza martiri, senza torcere un capello, mi sembra il migliore”.

Hegel prenderà a modello il Nipote di Rameau, per analizzare il linguaggio della disgregatezza nella cultura, Bildung (formazione intellettuale ma anche politica ed economica). Chi non resta solo un’espèce  (chi spregevolmente conserva in sé la specificità di una natura, senza qualità né merito) ma invece si coltiva, non si sviluppa armoniosamente ma secondo opposizioni, lacerazioni e mediazioni. La sostanza sociale si attua nella “cultura dell’individuo”, ma appare come estranea e l’individuo deve riguadagnarla alienando se stesso, lacerandosi. La ricchezza porta con sé abiezione e tracotanza ed è accidentale “crede di aver conquistato con un pezzo di pane un altrui Io stesso e opina di aver con ciò ottenuto l’assoggettamento dell’essenza più intima di lui, in questa superbia la ricchezza non tiene conto dell’intima indignazione dell’altro; non tiene conto del pieno rifiuto di tutte le catene …”.

Ma questa indignazione ha il linguaggio dell’adulazione ignobile, … spirito ancora unilaterale cui deve subentrare un’autocoscienza mediatrice che ripudia il suo ripudio, “personalità assolutamente scissa” in soggetto e predicato quali “entità senz’altro indifferenti, delle quali l’una non riguarda l’altra; sono senza unità necessaria, addirittura in modo tale che ciascuna è la potenza di una personalità propria … Esso (spirito) è quest‘assoluta e universale inversione ed estraneazione dell’effettualità e del pensiero; è la pura cultura. Ciò che in questo mondo s’impara è che non hanno verità né le essenze effettuali del potere e della ricchezza, né i loro determinati concetti: bene e male, o la coscienza del bene e del male, la coscienza nobile e quella spregevole; anzi tutti questi momenti s’invertono piuttosto l’uno entro l’altro, e ciascuno è il contrario di se stesso. Come autocoscienza ribelle sa la sua propria scissione, e sapendo questa scissione, si è sollevata immediatamente al di sopra di essa. … La coscienza onesta (parte che Diderot assegna a se stesso) prende ogni momento come un’essenza stabile, ed è l’incolta ottusità del non sapere che proprio così essa coscienza opera inversamente. La coscienza disgregata invece è la coscienza dell’inversione e, propriamente dell’inver­sione assoluta; il concetto è ciò che in lei domina, il concetto, che raduna quei pensieri che per l’onestà sono a grande distanza l’uno dall’altro;  il linguaggio [<=] del concetto è perciò scintillante di spirito. Il contenuto del discorso che lo spirito tiene di e su se stesso è dunque l’inversione di tutti i concetti e di tutte le realtà; è il generale inganno di se medesimo e degli altri; e l’impudenza di enunciare quest’inganno è appunto perciò la suprema verità… Alla coscienza posata, la quale fa onestamente consistere la melodia del bene e del vero nell’eguaglianza dei toni, cioè nell’unisono, siffatto discorso appare come “un guazzabuglio di saggezza e di demenza””.

Diderot tocca della cultura, infine, la trasmissione pedagogica che rivolge al figlio: “Il punto difficile a cui un buon padre deve soprattutto applicarsi, non è quello di fornire a suo figlio i vizi che l’arricchiscano, le ridicolaggini che lo rendano prezioso agli occhi dei grandi, tutti lo fanno, … ma soprattutto di indicargli la giusta misura, l’arte di schivare la vergogna, il disonore e le leggi; sono infatti dissonanze nell’armonia sociale che bisogna saper sistemare, preparare e salvare. Niente di più banale di una suite di accordi perfetti. C’è bisogno di qualcosa di piccante, che separi il fascio di luce e ne sparpagli i raggi”.

La morale [<=] dell’escluso si inscrive dunque nell’ineguaglianza sociale tra quelli “che abbondano di tutto e quelli che hanno uno stomaco importuno come quello di quegli altri, una fame rinascente come la loro, e niente da mettere sotto i denti. Il peggio è la postura obbligata in cui ci trattiene il bisogno. L’uomo che è stretto dalla necessità non cammina come un altro, salta, si arrampica, si contorce, si trascina, passa la vita a prendere posizione… In tutto un regno c’è un solo uomo che cammina, è il sovrano; tutti gli altri  prendono posizione … la pantomima dei pezzenti è il grande impulso della terra”.

Il potere, i sovrani di tutte le epoche, riconoscibili anche oggi nei nomi che si alternano senza più dinastie, nel buonismo che impazza, continuano a camminare indifferenti in mezzo alla pantomima mondiale di proporzioni crescenti. Continuiamo anche noi, sulla strada di Diderot, a far sì che si realizzi il suo finale: “Riderà bene chi riderà ultimo”.

[c.f.]

 

 

Potere #1

(per scelleratezze pervenuti al principato)

Le crudeltà [sono] male usate o bene usate. Bene usate si possono chiamare quelle (se del male è licito dire bene) che si fanno ad un tratto, per necessità dello assicurarsi, e di poi non vi si insiste dentro, ma si convertiscono in più utilità dei sudditi che si può. Male usate sono quelle le quali, ancora che nel principio sieno poche, più tosto col tempo crescono che le si spenghino. Coloro che osservano el primo modo, possono con Dio e con li uomini avere allo stato loro qualche remedio; quelli altri è impossibile si mantenghino. Onde è da notare che, nel pigliare uno stato, debbe l’occupatore de esso discorrere tutte le offese che li è necessario fare, e tutte farle a un tratto, per non le avere a rinnovare ogni dì, e potere, non le innovando, assicurare li uomini e guadagnarseli col beneficargli.

Chi fa altrimenti, o per timidità o per mal consiglio, è sempre necessitato tenere el coltello in mano; né mai può fondarsi sopra li sua sudditi, non si potendo quelli per le fresche e continue iniurie assicurare di lui. Perché le iniurie si debbono fare tutte insieme, acciò che, assaporandosi meno, offendino meno: e’ benefizii si debbono fare a poco a poco, acciò che si assaporino meglio. E debbe sopr’a tutto uno principe vivere con li sua sudditi in modo che veruno accidente o di male o di bene lo abbia a variare: perché, venendo per li tempi avversi le necessità, tu non se’ a tempo al male, et il bene che tu fai non ti giova, perché è iudicato forzato, e non te n’è saputo grado alcuno.

(del principato civile)

Ma, venendo all’altra parte, quando uno principe cittadino, non per scelleratezza o altra intollerabile violenzia, ma con il favore delli altri sua cittadini diventa principe della sua patria, il quale si può chiamare principato civile (né a pervenirvi è necessario o tutta virtù o tutta fortuna, ma più presto una astuzia fortunata), dico che si ascende a questo principato o con il favore del populo o con il favore dei grandi... Il populo desidera non essere comandato né oppresso da’ grandi, e li grandi desiderano comandare et opprimere el populo: e da questi dua appetiti diversi nasce nelle città uno de’ tre effetti, o principato o libertà o licenzia.

El principato è causato o dal populo o da’ grandi, secondo che l’una o l’altra di questa parte ne ha occasione; perché, vedendo e’ grandi non potere resistere al populo, cominciano a voltare la reputazione [tendenze] ad uno di loro, e fanno lo principe, per potere sotto la sua ombra sfogare l’appetito loro. El populo ancora, vedendo non potere resistere a’ grandi, volta la reputazione ad uno, e lo fa principe, per essere con la autorità sua difeso. Colui che viene al principato con lo aiuto de’ grandi, si mantiene con più difficoltà che quello che diventa con lo aiuto del populo; perché si truova principe con di molti intorno, che li paiano essere sua eguali, e per questo non li può né comandare né maneggiare a suo modo. Ma colui che arriva al principato con il favore populare, vi si truova solo, et ha intorno o nessuno o pochissimi che non sieno parati [pronti] ad obedire. Oltre a questo, non si può con onestà satisfare a’ grandi senza iniuria d’altri, ma sì bene al populo; perché quello del populo è più onesto fine che quello de’ grandi, volendo questi opprimere e quello non essere oppresso. Preterea [inoltre] del populo inimico uno principe non si può mai assicurare, per esser pochi. El peggio che possa aspettare uno principe dal populo inimico, è lo essere abbandonato da lui; ma da’ grandi, inimici, non solo debbe temere di essere abbandonato, ma etiam [anche] che loro li venghino contro; perché, sendo in quelli più vedere e più astuzia, avanzono sempre tempo per salvarsi, e cercono gradi [di farsi meriti] con quelli che sperano che vinca. È necessitato ancora el principe vivere sempre con quello medesimo populo; ma può ben fare sanza quelli medesimi grandi, potendo farne e disfarne ogni dì, e tòrre e dare, a sua posta, reputazione loro.

E, per chiarire meglio questa parte, dico come e’ grandi si debbono considerare in dua modi principalmente. O si governano in modo col procedere loro che si obbligano in tutto alla sua fortuna, o no. Quelli che si obbligano, e non sieno rapaci, si debbono onorare et amare; quelli che non si obbligano, si hanno ad esaminare in dua modi: o fanno questo per pusillanimità e defetto naturale d’animo: allora tu ti debbi servire di quelli massime che sono di buono consiglio, perché nelle prosperità te ne onori, e nelle avversità non hai da temerne. Ma, quando non si obbligano ad arte e per cagione ambiziosa, è segno come pensono più a sé che a te; e da quelli si debbe el principe guardare, e temerli come se fussino scoperti inimici, perché sempre, nelle avversità, aiuteranno ruinarlo.

Debbe pertanto uno che diventi principe mediante el favore del populo, tenerselo amico; il che li fia facile, non domandando lui se non di essere oppresso. Ma uno che contro al populo diventi principe con il favore de’ grandi, debbe innanzi ad ogni altra cosa cercare di guadagnarsi el populo: il che li fia facile quando pigli la protezione sua. E, perché li uomini, quando hanno bene da chi credevano avere male, si obbligano più al beneficatore loro, diventa el populo subito più suo benivolo, che se si fussi condotto al principato con favori sua: e puosselo el principe guadagnare in molti modi, li quali, perché variano secondo el subietto, non se ne può dare certa regola, e però si lasceranno indrieto. Concluderò solo che a uno principe è necessario avere el populo amico: altrimenti non ha nelle avversità remedio.

E non sia alcuno che repugni a questa mia opinione con quello proverbio trito, che chi fonda in sul populo, fonda in sul fango: perché quello è vero, quando uno cittadino privato vi fa su fondamento, e dassi ad intendere che il populo lo liberi, quando fussi oppresso da’ nimici o da’ magistrati. Ma sendo uno principe che vi si fondi su, che possa comandare e sia uomo di core, né si sbigottisca nelle avversità, e non manchi delle altre preparazioni, e tenga con l’animo et ordini sua animato l’universale, mai si troverà ingannato da lui, e li parrà aver fatto li sua fondamenti buoni. Sogliono questi principati periclitare [rischiare], quando sono per salire dall’ordine civile allo assoluto; perché questi principi, o comandono per loro medesimi, o per mezzo dei magistrati. Nell’ultimo caso è più debole e più periculoso lo stare loro; perché gli stanno al tutto con la voluntà di quelli cittadini che sono preposti a’ magistrati: li quali, massime ne’ tempi avversi, li possono tòrre con facilità grande lo stato, o farli contro, o con non lo obedire. Et el principe non è a tempo ne’ periculi a pigliare l’autorità assoluta; perché li cittadini e sudditi, che sogliono avere e’ comandamenti da’ magistrati, non sono, in quelli frangenti, per obedire a’ sua; et arà sempre, ne’ tempi dubii, penuria di chi si possa fidare. Perché simile principe non può fondarsi sopra a quello che vede ne’ tempi quieti, quando e’ cittadini hanno bisogno dello stato, perché allora ognuno corre, ognuno promette, e ciascuno vuole morire per lui, quando la morte è discosto; ma ne’ tempi avversi, quando lo stato ha bisogno de’ cittadini, allora se ne truova pochi. E tanto più è questa esperienza periculosa, quanto la non si può fare se non una volta. E però uno principe savio debba pensare uno modo, per il quale li sua cittadini, sempre et in ogni qualità di tempo, abbino bisogno dello stato e di lui: e sempre poi li saranno fedeli.

(de’ principati ecclesiastici)

Restaci solamente al presente a ragionare de’ principati ecclesiastici: circa quali difficultà sono avanti che si possegghino: perché si acquistano o per virtù o per fortuna, e sanza l’una e l’altra si mantengano; perché sono sustentati dalli ordini antiquati nella religione, quali sono suti tanto potenti e di qualità, che tengano e’ loro principi in stato, in qualunque modo si procedino e vivino. Costoro soli hanno stati, e non li defendano; sudditi, e non li governano: e li stati, per essere indifesi, non sono loro tolti; e li sudditi, per non essere governati, non se ne curano, né pensano né possono alienarsi da loro. Solo adunque questi principati sono sicuri e felici.

(uomini e principi lodati o biasimati)

Sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare drieto alla verità effettuale della cosa, che alla immaginazione di essa. E molti si sono immaginati repubbliche e principati, che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero; perché elli è tanto discosto da come si vive a come si dovrebbe vivere, che colui che lascia quello che si fa per quello che si dovrebbe fare, impara più tosto la ruina che la preservazione sua: perché uno uomo, che voglia fare in tutte le parte professione di buono, conviene rovini infra tanti che non sono buoni. Onde è necessario a uno principe, volendosi mantenere, imparare a potere essere non buono, et usarlo e non usare secondo la necessità.

Lasciando adunque indrieto le cose circa uno principe immaginate, e discorrendo quelle che sono vere, dico che tutti li uomini, quando se ne parla, e massime e’ principi, per essere posti più alti, sono notati di alcune di queste qualità che arrecano loro o biasimo o laude. E questo è, che alcuno è tenuto liberale, alcuno misero (usando uno termine toscano, perché avaro in nostra lingua è ancora colui che per rapina desidera di avere, misero chiamiamo noi quello che si astiene troppo di usare il suo); alcuno è tenuto donatore, alcuno rapace; alcuno crudele, alcuno pietoso; l’uno fedifrago, l’altro fedele; l’uno effeminato e pusillanime, l’altro feroce et animoso; l’uno umano, l’altro superbo; l’uno lascivo, l’altro casto; l’uno intero, l’altro astuto; l’uno duro, l’altro facile; l’uno grave, l’altro leggieri; l’uno relligioso, l’altro incredulo, e simili. Et io so che ciascuno confesserà che sarebbe laudabilissima cosa uno principe trovarsi di tutte le soprascritte qualità, quelle che sono tenute buone: ma, perché non si possono avere, né interamente osservare, per le condizioni umane che non lo consentono, li è necessario essere tanto prudente, che sappia fuggire l’infamia di quelle che li torrebbano lo stato, e da quelle che non gnene tolgano guardarsi, se elli è possibile; ma non possendo, vi si può con meno respetto lasciare andare. Et etiam [anche] non si curi di incorrere nella fama di quelli vizii, sanza quali possa difficilmente salvare lo stato; perché, se si considerrà bene tutto, si troverrà qualche cosa che parrà virtù, e seguendola sarebbe la ruina sua, e qualcuna altra che parrà vizio, e seguendola ne riesce la securtà et il bene essere suo.

(della liberalità e della parsimonia)

Uno principe, non potendo usare questa virtù del liberale sanza suo danno, in modo che la sia conosciuta, debbe, s’elli è prudente, non si curare del nome del misero: perché col tempo sarà tenuto sempre più liberale, veggendo che con la sua parsimonia le sua intrate li bastano, può defendersi da chi li fa guerra, può fare imprese sanza gravare e’ populi; talmente che viene ad usare liberalità a tutti quelli a chi non toglie, che sono infiniti, e miseria a tutti coloro a chi non dà, che sono pochi. Ne’ nostri tempi noi non abbiamo veduto fare gran cose se non a quelli che sono stati tenuti miseri; li altri essere spenti.

Pertanto uno principe debbe esistimare [valutare, tener in conto] poco, per non avere a rubare e’ sudditi, per potere defendersi, per non diventare povero e contennendo [disprezzabile], per non essere forzato di diventare rapace, di incorrere nel nome del misero; perché questo è uno di quelli vizii che lo fanno regnare. O tu se’ principe fatto, o tu se’ in via di acquistarlo: nel primo caso questa liberalità è dannosa; nel secondo è bene necessario essere tenuto liberale. O el principe spende del suo e de’ sua sudditi, o di quello d’altri: nel primo caso, debbe essere parco; nell’altro non debbe lasciare indrieto alcuna parte di liberalità. E quel principe che va con li eserciti, che si pasce di prede, di sacchi e di taglie, maneggia quel di altri, li è necessaria questa liberalità; altrimenti non sarebbe seguito da’ soldati. E di quello che non è tuo o di sudditi tua si può essere più largo donatore: perché lo spendere quello d’altri non ti toglie reputazione, ma te ne aggiugne; solamente lo spendere el tuo è quello che ti nuoce. E non ci è cosa che consumi sé stessa quanto la liberalità: la quale mentre che tu usi, perdi la facoltà di usarla; e diventi o povero e contennendo [disprezzabile], o, per fuggire la povertà, rapace et odioso. Et intra tutte le cose di che uno principe si debbe guardare, è lo esser contennendo et odioso; e la liberalità all’una e all’altra cosa ti conduce. Per tanto, è più sapienzia tenersi el nome del misero, che partorisce una infamia sanza odio, che per volere el nome del liberale, essere necessitato incorrere nel nome di rapace, che partorisce una infamia con odio.

(i principi debbano mantenere la fede)

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede, e vivere con integrità e non con astuzia, ciascuno lo intende: non di manco si vede per esperienza ne’ nostri tempi, quelli principi avere fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che hanno saputo con l’astuzia aggirare e’ cervelli delli uomini: et alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla lealtà.

Dovete adunque sapere come sono dua generazione [modi] di combattere: l’uno con le leggi, l’altro con la forza: quel primo è proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma, perché molte volte el primo non basta, conviene ricorrere al secondo. Per tanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e lo uomo. Bisogna a uno principe sapere usare l’una e l’altra natura; e l’una sanza l’altra non è durabile.

Sendo adunque uno principe necessitato sapere bene usare la bestia, debbe di quelle pigliare la golpe [vol­pe] et il lione; perché il lione non si difende da’ lacci, la golpe non si difende da’ lupi. Bisogna adunque essere golpe a conoscere e’ lacci, e lione a sbigottire e’ lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione, non se ne intendano. Non può per tanto uno signore prudente, né debbe, osservare la fede, quando tale osservanza li torni contro, e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma, perché sono tristi e non la osservarebbano a te, tu etiam [pure] non l’hai ad osservare a loro. Né mai a uno principe mancorono cagioni legittime di colorare la inosservazia. Di questo se ne potrebbe dare infiniti esempli moderni, e monstrare quanta pace, quante promesse sono state fatte irrite [nulle] e vane per la infedilità de’ principi: e quello che ha saputo meglio usare la golpe, è meglio capitato. Ma è necessario questa natura saperla bene colorire, et essere gran simulatore e dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscano alle necessità presenti, che colui che inganna troverrà sempre chi si lascerà ingannare.

A uno principe, adunque, non è necessario avere tutte le soprascritte qualità, ma è bene necessario parere di averle. Anzi, ardirò di dire questo, che avendole et osservandole sempre, sono dannose, e parendo di averle, sono utile: come parere pietoso, fedele, umano, intero, religioso, et essere; ma stare in modo edificato con l’animo, che, bisognando non essere, tu possa e sappi mutare el contrario. Et hassi ad intendere questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla relligione. E però bisogna che elli abbi uno animo disposto a volgersi secondo ch’e venti e le variazioni della fortuna li comandono e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo, ma sapere intrare nel male, necessitato.

Debbe adunque avere uno principe gran cura che non li esca mai di bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque qualità, e paia, a vederlo et udirlo, tutto pietà, tutto fede, tutto integrità, tutto relligione. E non è cosa più necessaria a parere di avere, che questa ultima qualità. E li uomini in universali iudicano più alli occhi che alle mani; perché tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi. Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se’; e quelli pochi non ardiscano opporsi alla opinione di molti, che abbino la maestà dello stato che li difenda: e nelle azioni di tutti li uomini, e massime de’ principi, dove non è iudizio da reclamare, si guarda al fine. Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo stato: e’ mezzi sempre saranno iudicati onorevoli, e da ciascuno laudati; perché el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa; e nel mondo non è se non vulgo; e li pochi ci hanno luogo, quando li assai hanno dove appoggiarsi. Alcuno principe de’ presenti tempi, quale non è bene nominare, non predica mai altro che pace e fede, e dell’una e dell’altra è inimicissimo; e l’una e l’altra, quando e’ l’avessi osservata, li arebbe più volte tolto o la reputazione o lo stato.

(sfuggire dal disprezzo e dall’odio)

E qui si debbe notare che l’odio s’acquista così mediante le buone opere, come le triste, e però, uno principe, volendo mantenere lo stato, è spesso forzato a non essere buono; perché quando quella università [totalità], o populo o soldati o grandi che sieno, della quale tu iudichi avere per mantenerti bisogno, è corrotta, ti conviene seguire l’umore suo, per satisfarlo, et allora le opere buone ti sono nimiche.

(a un principe per essere stimato)

Nessuna cosa fa tanto stimare uno principe, quanto fanno le grandi imprese e dare di sé rari esempi. E sopra tutto uno principe si debbe ingegnare dare di sé in ogni azione sua fama di uomo grande e di uomo eccellente.

Debbe ancora uno principe monstrarsi amatore delle virtù, et onorare li eccellenti in una arte. Appresso debbe animare li sua cittadini di potere quietamente esercitare li esercizii loro, e nella mercanzia e nella agricultura, et in ogni altro esercizio delli uomini, e che quello non tema di ornare la sua possessione per timore che li sieno tolte, e quell’altro di aprire uno traffico per paura delle taglie; ma debbe preparare premii a chi vuol fare queste cose, et a qualunque pensa in qualunque modo ampliare la sua città o il suo stato. Debbe, oltre a questo, ne’ tempi convenienti dell’anno, tenere occupati e’ populi con le feste e spettaculi. Debbe raunarsi con loro qualche volta, dare di sé esempli di umanità e di munificenzia, tenendo sempre ferma non di manco la maestà della dignità sua, perché questo non vuol mancare in cosa alcuna.

(dei segretari [e i segreti] dei principi)

Non è di poca importanzia a uno principe la elezione de’ ministri: li quali sono buoni o no, secondo laprudenzia del principe. E la prima coniettura che si fa del cervello d’uno signore, è vedere li uomini che lui ha d’intorno; e quando sono sufficienti e fedeli, sempre si può reputarlo savio, perché ha saputo conoscerli sufficienti e mantenerli fedeli. Ma, quando sieno altrimenti, sempre si può fare non buono iudizio di lui; perché el primo errore che fa, lo fa in questa elezione.

Ma come uno principe possa conoscere el ministro, ci è questo modo che non falla mai. Quando tu vedi el ministro pensare più a sé che a te, e che in tutte le azioni vi ricerca dentro l’utile suo, questo tale così fatto mai fia buono ministro, mai te ne potrai fidare: perché quello che ha lo stato di uno in mano, non debbe pensare mai a sé, ma sempre al principe, e non li ricordare mai cosa che non appartenga a lui. E dall’altro canto, el principe, per mantenerlo buono, debba pensare al ministro, onorandolo, facendolo ricco, obligandoselo, partecipandoli li onori e li carichi; acciò che vegga che non può stare sanza lui, e che li assai onori non li faccino desiderare più ricchezze, li assai carichi li faccino temere le mutazioni. Quando dunque e’ ministri e li principi circa ministri sono così fatti, possono confidare l’uno dell’altro; e quando altrimenti, el fine sempre fia dannoso o per l’uno o per l’altro.

(fuggire gli adulatori)

Non ci è altro modo a guardarsi dalle adulazioni se non che li uomini intendino che non ti offendino a dirti el vero; ma, quando ciascuno può dirti el vero, ti manca la reverenzia. Per tanto uno principe prudente debbe tenere uno terzo modo, eleggendo nel suo stato uomini savi, e solo a quelli debbe dare libero arbitrio a parlarli la verità, e di quelle cose sole che lui domanda e non d’altro; ma debbe domandarli d’ogni cosa, e le opinioni loro udire; di poi deliberare da sé, a suo modo; e con questi consigli e con ciascuno di loro portarsi in modo, che ognuno cognosca che quanto più liberamente si parlerà, tanto più li fia accetto: fuora di quelli, non volere udire alcuno, andare drieto alla cosa deliberata, et esser ostinato nelle deliberazioni sua. Chi fa altrimenti, o e’ precipita per li adulatori, o si muta spesso per la variazione de’ pareri: di che ne nasce la poca estimazione sua. L’imperatore è uomo secreto non comunica li suoi disegni con persona, non ne piglia parere: ma, come nel metterli ad effetto si cominciono a conoscere e a scoprire, li cominciono ad essere contradetti da coloro che elli ha d’intorno; e quelle cose che fa uno giorno, destrugge l’altro; e che non si intenda mai quello si voglia o disegni fare, e che non si può sopra le sue deliberazioni fondarsi. Questa è una regola generale che non falla mai: che uno principe, il quale non sia savio per sé stesso, non può esser consigliato bene, se già a sorte non si rimettessi in uno solo che al tutto lo governassi, che fussi uomo prudentissimo. In questo caso, potria bene essere, ma durerebbe poco, perché quello governatore in breve tempo li torrebbe lo stato; ma, consigliandosi con più d’uno, uno principe che non sia savio non arà mai e’ consigli uniti, non saprà per sé stesso unirli: de’ consiglieri ciascuno penserà alla proprietà sua; lui non li saprà correggere, né conoscere. Li uomini sempre ti riusciranno tristi, se da una necessità non sono fatti buoni.                    

[n.m.]

(da Niccolò Machiavelli Il Principe, 1513) {i sottotitoli sono tratti dai vari capitoli }

 

 

Precariato

(considerazioni generali)

Il trucco della “manipolazione dei dadi” assume connotati più sistematici ed efficaci nelle fasi in cui, appunto, l’aumento assoluto del capitale subisce pericolose fasi di interruzione o turbolenza con frequenza crescente. In questi stadi, l’accumulazione, dun­que, tende a creare la propria offerta attraverso la liberazione di forza-la­voro ancor più che in fasi “normali” avendo l’obiettivo di sopperire alla tendenziale riduzione del margine di profitto. La lunga crisi capitalistica, iniziata già negli ultimi decenni del secolo scorso ha così dovuto “santificare”, con lo strumento della coercizione giuridica, questa légge capitalistica. Attraverso la mistificazione del concetto con termini come flessibilità o mobilità della forza-lavoro, a partire già dagli anni novanta dello scorso secolo, il capitale, nella sua unicità, ha imposto la realizzazione di apposite norme anche per quelle fette di mercato mondiale in cui l’aristocrazia proletaria ancora godeva delle briciole derivanti dallo sfruttamento della forza lavoratrice proveniente o direttamente ubicata nei paesi poveri e sottosviluppati.

Con lo scontato appoggio dei sindacati corporativi, nel 1997, il primo governo italiano composto da sedicenti ex comunisti (Prodi i), regalava alla classe dominante italiana il cosiddetto pacchetto Treu che ancor oggi rappresenta le fondamenta della precarietà legalizzata nel nostro paese. Le successive integrazioni – vedi la cosiddetta legge 30 altrimenti impropriamente nota come legge Biagi – non hanno infatti fatto altro che rendere la forma giuridica più adeguata al concetto di precarietà congiunta di forza-lavoro e di capitale. L’agire di questa legge di creazione dell’offerta attraverso la stessa accumulazione ha prodotto encomiabili risultati per la classe capitalistica italiana. Ciò ha determinato innanzitutto l’incremento costante dell’impie­go di lavoratori a tutti gli effetti dipendenti, ma con contratti precari (giustamente definiti parasubordinati), che ha avuto nel 2005 un punto di svolta.

In quell’anno, infatti i contratti di “primo impiego” di natura precaria sono stati il 41% del totale, superando per la prima volta quelli tradizionali. In questa maniera si è svelato anche il ridicolo ossimoro di definire questi contratti come “atipici”. La mancanza di ogni tipo di garanzia – sia essa contributiva ai fini pensionistici, assicurativa sul posto del lavoro, e, soprattutto di durata, che determina l’incapacità di contrarre mutui per acquistare beni primari come una casa – riassunta nel costo limitato connesso alla fattispecie contrattuale di collaborazione, e non già di dipendenza – è il perno attorno a cui verte l’aumento di estrazione di plusvalore (relativo e assoluto) che, dato il tendenziale assottigliamento del saggio di profitto, diviene cruciale.

Tornando alla “sacra” legge della domanda e dell’offerta di lavoro i risultati per il capitale sono molteplici e tutti adeguati alla crescente brama di autovalorizzazione. Innanzitutto la creazione di offerta di manodopera ha determinato una sensibile modifica qualitativa del lavoratore complessivo italiano. Dopo un decennio dalla legalizzazione della precarietà, quasi un sesto della forza-lavoro eroga la propria attività seguendo tali condizioni contrattuali. Forza-lavoro a chiamata, stagionale, a collaborazione continuativa e coordinata e a progetto ecc., sono le modalità con cui sono state superate le battaglie vinte dai lavoratori nei decenni passati, determinando così per la classe subordinata una mostruosa riduzione dei propri (residui) diritti e dall’altra l’a­deguamento più idoneo della legislazione che regola lo sfruttamento al modo di produzione attuale.

Ai vantaggi in termini oggettivi per la classe dominante – miglioramento delle condizioni di sfruttamento a causa di un salario sociale (e non solo della busta paga) nettamente inferiori –  vanno aggiunti quelli che indirettamente giungono dal progressivo affievolimento del barlume di coscienza di classe ancora residuo. La mancanza di continuità in una funzione ed in una sede determina innanzitutto una impossibilità di aggregazione e condivisione delle problematiche legate all’attività erogata: se ad essa si aggiunge anche la pressoché completa vulnerabilità, forme di lotta come lo sciopero e l’organizzazione sindacale (quella vera, di base) divengono un diritto completamente alienato al lavoratore.

Se si considera oltretutto la frequente impossibilità di riconoscere il vero “donatore”, impropriamente considerato “datore” di lavoro – si veda a riguardo la forza-lavoro in affitto per l’operare di società interinali – il qua­dro si delinea sufficientemente: que­ste forme, così adeguatamente determinate, creano quella forma dell’esercito industriale costituita dal lavoro irregolare – che Marx definisce stagnante – con una potenzialità di raggiungere un qualsiasi grado di coscienza di classe pressoché inesistente; il suo più ovvio istinto è quello di lottare non già contro la classe dominante ma all’interno di sé stessa (con­correnza tra lavoratori) o contro coloro che ambiscono ad essere sfruttati per potersi riprodurre, come il sottoproletariato o gli immigrati.

[f.s.]

 

 

Precariato #2

(salario, schiavitù e operaio complessivo)

Precario: dal latino prèx, ossia “ottenuto per preghiera; che non dura per sempre, ma solo quanto vuole il concedente”. La lingua italiana ha certamente il pregio di essere ricca di termini che quasi sempre possono, senza eccessivi problemi, adeguarsi ai concetti che si vogliono esprimere. Già a partire da questa rapida indagine etimologica, si potrebbe individuare la tipicità del lavoro precario nel modo di produzione capitalistico, essendo la forma più adatta a permettere lo sfruttamento del lavoro salariato. Tuttavia, in un periodo in cui la confusione e mistificazione concettuale hanno la meglio – esclusivamente dal punto di vista editoriale e divulgativo – su ogni criterio di indagine scientifica, è necessario approfondire la questione, partendo proprio dall’inadeguatezza della visione “neo­schiavistica” del lavoro precario.

Ogni modo di produzione ha alla base un sistema di relazioni tra le classi sociali che è vincolata all’o­biettivo della propria esistenza ed evoluzione storica. Nei sistemi pre-capitalistici i membri delle classi subordinate (servi, schiavi e quant’altro) appartenevano legalmente alla classe “superiore” (patrizi, signori ecc.). Essi potevano venderli, acquistarli, disporre di loro in qualsivoglia maniera, anche privandoli dell’esi­stenza, essendone i proprietari: lo schiavo non “richiedeva” l’equivalente delle proprie sussistenze (cioè i prodotti necessari alla sua riproduzione) in cambio del proprio lavoro, poiché, già alla nascita, egli sapeva che per tutta la vita avrebbe dovuto lavorare ed essere a disposizione del suo proprietario (che eventualmente lo avrebbe potuto alienare a qualcuno che lo avrebbe acquistato come comune bene di consumo), così come un cane pastore, guardiano di un gregge, non chiede e contratta col padrone degli ovini un pagamento perché è esso stesso proprietà di costui per tutta la sua vita e non solo per il tempo di lavoro. Era lui (o lei) stesso una merce e le sue attività lavorative, servili o schiavistiche, erano le peculiarità per cui egli stesso “aveva mer­ca­­to” e un prezzo.

A differenza di allora, oggi è abbastanza chiaro a qualsiasi lavoratore, e anche e soprattutto al precario, che la sua persona non è di proprietà di nessuno: egli vive in una condizione di libertà legalizzata, ma fittizia, perché per vivere ha bisogno di vendere a qualcun altro la propria capacità (fisica o intellettuale non fa differenza in questo caso) per un quantitativo di ore, in cambio di una somma di denaro necessaria alla sussistenza sua e della (eventuale) famiglia. Mentre lo schiavo (come il servo della gleba) era venduto in un’unica soluzione e diveniva proprietà immediata del­l’ac­quirente (o comunque per nascita era già di qualcuno), il lavoratore salariato (e precario) è come se vendesse la propria forza-lavoro all’asta ogni giorno per 4, 8, 10 o 12 ore.

Qualitativamente la differenza cruciale tra le due figure è che la prima era merce in sé, mentre la seconda è legalmente libera ma è vincolata dal bisogno fisiologico di dover vendere comunque l’unica merce di cui dispone dalla nascita e che “ha mercato” e quindi un valore e un prezzo (il salario): la capacità lavorativa contenuta nelle proprie fibre muscolari o cerebrali. Il lavoratore è per il modo di produzione capitalistico innanzitutto un erogatore di forza-lavoro in quanto merce, mentre lo schiavo e il servo della gleba erano dispensatori di lavoro o di “tributi” (e dunque merce sin dalla nascita). Per questo motivo, sarebbe estremamente rivoluzionario ammettere che  “il lavoro è una merce” e che proprio su di esso si basa l’intera produzione capitalistica, invece di essere risucchiati da slogan puramente volontaristici e privi di sostanza che non fanno altro che negare il rapporto di sfruttamento e dominio di una classe sull’altra.

Non è un caso, infatti, che le dinamiche lavorative siano determinate da un ben noto mercato del lavoro (che di fatto media l’acquisizione della proprietà) dove viene stabilito il prezzo della merce forza lavoro (il salario) che corrisponde al valore dei mezzi di sussistenza di cui il lavoratore necessita per andare al lavoro in condizioni fisiche adeguate il giorno dopo aver ricevuto la busta paga. Dunque, il fatto che non è più l’in­dividuo nella sua interezza, ma la forza-lavoro ad essere la merce che viene appropriata dalla classe dominante, è il tratto distintivo della rivoluzione borghese  che ha completamente sovvertito i rapporti sociali esistenti fino a quel momento (il feudalesimo) dando vita, così, al modo di produzione capitalistico, in cui i possessori del capitale si contrappongono appunto ai lavoratori salariati.

Diviene a questo punto naturale chie­dersi per quale motivo la classe borghese abbia preferito “liberare” il quarto stato (ossia il proletariato) dai vincoli servili e dalle catene schiavistiche, eleggendo il “lavoro a salario” come il più adatto al sistema capitalistico, ossia quello in cui l’interazione sociale tra le classi ha lo scopo di determinare il massimo profitto per chi è al comando. Evidentemente è proprio il concetto di salario che permette l’esistenza di una produzione organizzata a livello sociale con lo scopo di ottenere il massimo profitto attraverso lo scambio della stessa. Dappri­ma, la merce che permetteva l’obiet­tivo della produzione sociale “per l’uso” era lo schiavo o il servo, mentre attualmente – come da almeno tre secoli – lo è la forza-lavoro, ossia una particolare abilità o qualità della “vecchia” merce. La nuova classe dominante (borghesia) ha deciso dun­que di mutare qualitativamente l’og­getto (la merce) a sé necessario per perseguire i propri obiettivi produttivi (lo scambio), limitandola sia quantitativamente che qualitativamente.

L’intuizione rivoluzionaria borghese è consistita nel comprendere quanto fosse vantaggioso “liberare” i membri delle classi subordinate da vincoli legali, alienandoli, dunque, dalla condizione di merce, rendendo merce, invece, solo la parte di cui realmente necessitavano per organizzare socialmente la loro produzione: la forza-lavoro, ossia la capacità fisica e intellettuale di interagire con la natura, come con le macchine. Quindi, se lo schiavo e il servo venivano comprati per 24 ore al giorno, il lavoratore salariato viene “acquistato” solo per il periodo in cui è utile, ossia solo per il suo uso ai fini della produzione di merci: questo lasso temporale co­incide proprio con la giornata lavorativa. Oltretutto, il guadagno è ulteriormente avvalorato dal fatto che, mentre lo schiavo e il servo erano di proprietà fino alla morte, la forza-lavoro del salariato viene comprata solo se adeguatamente produttiva in termini di profitto e, dunque, può essere liberata quotidianamente (attraverso il licenziamento con o senza “giusta causa”, il mancato rinnovo del contratto ecc.) e senza problemi grazie alla abbondanza di forza-lavoro disponibile.

È per questa ragione che, senza alcun dubbio, minori sono i vincoli legali che si creano tra capitale e operaio complessivo, maggiore sarà il bacino di plusvalore prodotto. Il lavoro a progetto, stagionale, affittato ecc. è dunque il modo sicuramente ottimale per realizzare l’autovalorizzazione del capitale, ossia l’accumu­lazione di nuovo capitale, reale finalità della produzione. Non è per altro che la precarietà del lavoro salariato è nata insieme al capitalismo e ne ha permesso “vita, morte e miracoli”, sebbene venga presentata demagogicamente come una peculiarità del “nuovo millennio”, per di più passeggera e riformabile.

Se si considerano, infatti le condizioni dei lavoratori espulsi dalle terre inglesi a seguito dell’editto delle enclosures (o quello delle chiudende nel nuorese), l’utilizzo della manodopera clandestina nei paesi imperialisti, o della forza-lavoro negli stati dominati, ci si rende conto che il precariato è necessariamente apparso nei paesi in cui viene maggiormente gestito il consenso, solo quando il capitale non ha potuto farne a meno. Solo allora, e dunque alla fine degli anni novanta, quando la crisi capitalistica diveniva insostenibile e l’organizza­zione dei lavoratori estremamente debole, la classe dominante ha potuto legalizzare, anche nei paesi imperialisti, quella forma di lavoro precario secondo le cui modalità, da sempre, l’operaio complessivo eroga la propria attività in cambio di salario. È proprio sulla mancanza di una visione complessiva del capitale come rapporto sociale e, dunque opposto al lavoro anch’esso come corpo unico, che si sono generate le confusioni più evidenti.

Il fatto che, talvolta, nei paesi a capitalismo avanzato, i salari di alcuni lavoratori permettano l’acquisto di merci che vanno ben oltre la semplice sussistenza, è il fumo che più spesso ha velato gli occhi della mente degli appartenenti alla classe subordinata. Bisognerebbe infatti tener conto della media dei salari dell’intera classe proletaria per avere una adeguata visione d’insieme del rapporto di sfruttamento capitalistico. Infatti, ciò che conta al momento della produzione di merci o servizi (e della loro circolazione) non è il salario del singolo lavoratore, ma la somma erogata per tutti i dipendenti, quindi anche per i precari che sono da sempre (e ora ancor di più) la parte nettamente maggioritaria del totale.

Il proprietario di una qualsiasi azienda, infatti, può decidere di retribuire molto di più un manager – anch’e­gli per nascita proprietario solamente della propria forza-lavoro e non già di macchine o industrie già avviate – poiché è più difficile reperirne altri sul mercato del lavoro; a fronte di questa spesa, però, tiene anche al di sotto della soglia di povertà il salario dei lavoratori impiegati in operazioni meno specializzate (call center, muratori, uscieri, autisti ecc.) e reperibili in maniera molto più sem­plice, in modo da compensare l’ec­cessiva – ma necessaria in termini di consenso delle masse – somma elargita a codesti aristocratici proletari.

Si pensi, ad esempio, ad un’azienda transnazionale come la Ibm. I managers aziendali potranno godere di un livello di vita sicuramente “gradevole” grazie ad una retribuzione che è 20 o 30 volte superiore rispetto al minimo necessario a vivere. Tuttavia, il proprietario dell’Ibm recupererà questo esborso, limitato in termini monetari rispetto al complessivo capitale variabile, pagando salari da fame alle centinaia di migliaia di operai cinesi che assemblano ogni pezzo, e agli operatori dei call center dell’help desk, tanti e precari, che, essendo in numero infinitamente superiore, permetteranno una drastica riduzione del salario medio per dipendente.

A seconda del livello di conflittualità tra lavoratori e capitalisti e della fase economica (crescita o recessione), il livello salariale dell’operaio complessivo è sempre tenuto, infatti, intorno al livello della sussistenza, ossia al valore della merce forza-la­voro, prezzo che ne garantisce la riproducibilità. Così, lo strumento della precarietà del rapporto di subordinazione, che garantisce facoltà di liberazione pressoché immediata di forza-lavoro, e contrattualizzazione salariale totalmente priva di controllo sociale, assolve la propria funzionalità di garantire, in ogni fase dello sviluppo capitalistico, una congrua produzione di plusvalore.

Un fatto emblematico, che può rendere l’idea dell’adeguatezza (più del­l’ovvia convenienza) del precariato, è ciò che è avvenuto alla fine del 2007, quando su un sito statunitense di annunci, si leggeva di una sedicente “Superficiale bellissima” che cercava un marito in cambio di almeno 500.000 dollari all’anno. La risposta di un banchiere (evidentemente un appartenente alla classe dei capitalisti) è stata assolutamente in linea con i principi del modo di produzione attuale: “Tu adesso hai 25 anni e rimarrai attraente per i prossimi cinque anni, ma sempre meno ogni anno che passa. La tua bellezza comincerà a sbiadire. Non è quindi un buon affare “comprarti” – che è quello che chiedi – sarebbe meglio affittarti”.        

[f.s.]

 

 

Prezzo di monopolio # 1

(trasformazione in rendita)          

Ora si chiede: che cosa deriva dalla rendita fondiaria del terreno peggiore, che non può essere attribuita a un differente grado di fertilità? Che il prezzo [<=] del prodotto agricolo è necessaria­mente un prezzo di monopolio nel senso comune della parola, o un prez­zo in cui la rendita entra, per la forma, come un’imposta, con la sola differenza che è prelevata dal proprietario fondiario invece che dallo Stato? Il punto è se la rendita pagata dal terreno peggiore passa nel prezzo del suo prodotto, prezzo che regola il prezzo generale di mercato allo stesso modo in cui un’imposta entra nel prezzo della merce [<=] che le è soggetta, in altre parole se questa rendita entra nel prezzo come un elemento indipendente dal suo valore [<=].

È possibile che i prodotti agricoli siano venduti al di sopra del loro prezzo di produzione e al di sotto del loro valore, come d’altro lato molti prodotti industriali fruttano il prezzo di produzione solo perché sono venduti al di sopra del loro valore. Il rapporto fra il prezzo di produzione di una merce e il suo valore è determinato esclusivamente dal rapporto in cui la parte variabile del capitale con cui essa è prodotta sta alla sua parte costante, ossia dalla composizione or­ganica del capitale che la produce.

Se la sua composizione organica è inferiore alla media sociale, il valore del suo prodotto sta quindi sopra il suo prezzo di produzione, poiché questo è u­guale alla sostituzione del capitale più il profitto medio, e il profitto medio è inferiore al profitto prodotto in questa merce. Esistenza e concetto del prezzo di produzione, e del saggio generale del profitto che esso include, si fondano sul fatto che le singole merci non sono vendute al loro valore. I prezzi di produzione de­rivano da un livellamento dei valori delle merci. Tale livellamento, dopo aver restitui­to i rispettivi valori-capi­tale con­su­mati nel­le diverse sfere di produzione, ripartisce il plusvalore complessivo, non nella proporzione in cui esso è stato prodotto nelle diverse sfere di produzione, e quindi in­corporato nei prodotti di queste, ma in rapporto alla grandezza del capita­le da essi anticipato.

Ma se il capitale [<=] incontra una forza estranea, che non può superare, o che può superare solo parzialmente, e che limita il suo investimento in particolari sfere di produzione, ammettendolo soltanto a certe condizioni che totalmente o parzialmente escludono quel generale livellamento del plusvalore al profitto medio, è evidente allora che in tali sfere di produzione l’eccedenza del valore delle merci al di sopra dei loro prezzi di produzione verrebbe a creare un plusprofitto, che potrebbe essere trasformato in rendita e reso autonomo rispetto al profitto. Ma appunto come tale forza estranea, come una tale barriera la proprietà fondiaria si contrappone al capitale nei suoi investimenti nella terra, ossia il proprietario fondiario si oppone al capitalista.

In conseguenza del limite posto dal­la proprietà fondiaria, il prezzo di mercato deve accrescersi fino a un punto in cui la terra può pagare un eccedenza sul prezzo di produzione, ossia una rendita. Ora, poiché il valore delle merci prodotte dal capitale agricolo è più elevato del loro prezzo di produzione, questa rendita costituisce l’eccedenza del valore sul prezzo di produzione o una parte di essa.

Che la rendita corrisponda all’intera differenza fra il valore e il prezzo di produzione, oppure sia soltanto ugua­le ad una parte maggiore o minore di questa differenza, dipenderà comple­tamente dal rapporto tra domanda e offerta e dell’estensione della terra messa a coltura. Nella misura in cui la rendita non è uguale al­l’eccedenza del valore dei prodotti agricoli sul loro prezzo di produzione, una parte di questa eccedenza entrerà sempre nel livellamento generale e nella ripartizione proporzionale del plusvalore complessivo fra i diversi capitali individuali. Quando la rendita è uguale all’ecce­denza del valore sul prezzo di produzione, tutta questa parte del plu­sva­lore che eccede il profitto medio sarebbe sottratta a questo livellamen­to. Ma sia che questa rendita assoluta sia uguale a tutta l’eccedenza del valore sul prezzo di produzione, sia che sia uguale soltanto a una parte di essa, i prodotti agricoli verrebbero sem­pre venduti a un prezzo di monopolio, non perché il loro prezzo eccederebbe il loro valore, ma perché sarebbe u­guale al loro valore, o inferiore al loro valore, ma superiore al loro prez­zo di produzione.

Il loro monopolio consisterebbe nel fatto che essi, a differenza degli altri prodotti dell’indu­stria il cui valore è superiore al prezzo generale di produzione, non vengono livellati al prezzo di produzione.                   

[k.m.]

(cfr. Capitale, libro III, cap.45)

 

 

Prezzo di monopolio # 2

(extraprofitto)

Occorre partire dalla considerazione che il salario [<=] è dato “material­mente” dai mezzi di sussistenza necessari al proletariato per riprodursi; perciò nessuna variazione dei loro prezzi può modificarne l’entità. Essa influisce – come annota Marx parlando degli effetti della concorrenza – soltanto sull’aggiunta del plusvalore [<=] ai diversi prezzi delle merci, ma non sopprime affatto il plusvalore stesso, né altera il “valore com­ples­sivo” del­le diverse merci che costituiscono il plusprodotto, in quanto fonte delle di­verse parti costitu­tive del prezzo [<=].

La composizione fisica dei capita­li, in quanto mezzi di produzione, è necessariamente differente dal­la com­posizione materiale dei salari, in quanto mezzi di sussistenza. Questo ulteriore motivo, oltre alla diversa composizione organica dei capitali, mostra come i prezzi di produzione siano essi stessi “idea­li” (al pari delle grandezze di valore, del resto). Per tale motivo gli economisti – dice Marx – parlano sempre dei prezzi di produzione come centri attorno ai quali oscillano i prezzi di mercato, dato che non sanno che i primi sono già forme del tutto vuote, estranee al loro contenuto di valore e di lavoro.

Questo è ciò che appare alla coscienza del capitalista (e dell’econo­mista) volgare. Ciò che si dilegua, di conseguenza, è la forma concorrenziale, anche come concorrenza tra monopoli transnazionali, in quanto lotta tra capitalisti. Per questo motivo, viceversa, si è spiegato che la differenza dei prezzi è solo in grado di incidere sulla misura delle quote in cui si scompone il plusvalore.

Tutto questo, ovviamente, vale anche in presenza di extraprofitto (o rendita) di monopolio, nella misura in cui non si tratti di una detrazione dal salario, ma costituisca sempre una parte del plusvalore. Si tratta dunque di stabilire una specifica “regola di ripartizione” del plusvalore tra i membri “monopo­li­sti” della classe dominante. Trovare infatti un corrispondente sistema di pesi adeguati, tali che, una volta determinati, affermino la desiderata regola di ripartizione del prodotto netto, qui nella figura sociale del plusvalore complessivo, conserva la medesima importanza anche nel processo di svolgimento delle forme di valore nel monopolio. Tali “pesi”, per definizione, sono i “prezzi”; quindi anche i prezzi di monopolio non si sottraggono a co­desta regola generale. La particolare “regola di ripartizione” socialmen­te presupposta, quale che sia, rispecchia i rapporti di proprietà prevalenti. Co­me tale, pertanto, essa determina qui, nel caso in esame, il tasso di extraprofitto monopolistico e, in sua funzione, precisamente quei prez­zi di monopolio ricercati. In base a questi, una volta terminato lo scambio di tut­te le merci tra i proprietari [<=], il plusvalore risulti esattamente redistribuito in base alle prestabilite posizioni di monopolio e di rendita.

Il significato di tale redistribuzione è paragonabile alla ripartizione materiale che si potrebbe avere attraverso la pratica corrente dell’“am­masso” di ricchezze. In un simile caso, le quote di prodotto spet­tanti a ciascuno sarebbero stabilite fisicamente una vol­ta per tutte; viceversa, con quei “pe­si”, ossia con i prezzi corrispondenti al tasso di profitto stabilito dalle forme della proprietà, ogni atto di scambio delle merci, singolarmente ripetuto quante volte si voglia in base a quei valori monetari relativi quantitativamente definiti, condurrebbero alla fine alla medesima ripartizione del prodotto netto prestabilita pro quota. La determinazione concettuale e il calcolo stesso di questi prezzi di riproduzione non concorrenziali è perciò analoga a quella valida per i prezzi concorrenziali, solo che al posto di un tasso generale uniforme di profitto si pone la diversa ripartizione “mono­polistica” del plusvalore.

Ora, anche se la struttura apparente del sistema monopolistico assume ne­cessariamente una forma diversa, non cambia la sostanza. L’impossibi­lità di definire uniformemente il tasso generale del profitto, al posto del quale si ha una gamma di grandezze corrispondenti alla regola di ripartizione monopolistica, non incide affatto sul­la determinazione univoca dei prezzi. Anche in questo caso, al si­stema considerato viene meno proprio quell’o­mogeneità che corrisponde all’e­qui­proporziona­li­tà tanto formale quanto sostanziale del tasso del profitto.

È dunque ora chiaro quanto detto di­anzi, e che cioè, anche se la norma sociale da seguire è di tipo “mo­no­po­li­stico”, con i corrispondenti prezzi di produzione adeguati allo scopo, la grandezza complessiva del plusvalore, mentre, da un lato, non altera la massa materiale dei mezzi di sussistenza che pagano, e fanno riprodurre, il lavoro vivo, dal­l’altro, limita la somma delle parti in cui esso si può suddividere.

La reale lotta tra capitali comporta dunque tassi di profitto difformi, che, per generalità, possono essere detti monopolistici. Se la ripartizione del plusvalore tra i “fra­tel­li” del capitale non è più u­niforme, perché i più forti sottomettono o sbranano quelli più piccoli di loro, prevale il fatto che sono tra loro “nemici”. Quando infatti i fratelli nemici più forti impongono, attraverso il loro atteso tasso di profitto, i propri adeguati prezzi di produzione, allora, si dànno due possibilità: i. i prezzi imposti da co­desti monopolisti risultano compatibili con quel­li degli altri “fratelli nemici” e, soprattutto, con i prezzi concorrenzia­li dei fratellastri minori; ii. i prezzi monopolistici sono inadeguati alla massa di plusvalore prodotta, rispetto a coloro con cui confliggono direttamente o ai prezzi concorrenziali.

Nel primo caso, la redistribuzione del plusvalore è esaustiva e la regola di ripartizione fissa prezzi tali da far­la rispettare, anche se con trasferimento forzoso dai più deboli ai più forti. Nel secondo caso, viceversa, il vincolo di plusvalore è rotto. Se un numero troppo grande di monopolisti volesse appropriarsi di quote di plusvalore la cui somma eccedesse l’am­montare disponibile, i prezzi da loro imposti non sarebbero compatibili con l’equilibrio richiesto a priori.

Ne risulterebbe così una spirale inflazionistica (finché qualche prezzo non ceda), per ristabilire forzosamen­te il vincolo di plusvalore violato. L’unica possibile spiegazione di inflazione stabile sta qui (con riscontri statistici secolari), nei prezzi di monopolio incompatibili col sistema [ma questa è una tematica particolare da trattare specificamente]. Altro che co­sti, domanda o indice generale! L’in­flazione è soltanto segno e conseguenza di una tale conflittualità intercapitalistica. Nel caso dei prez­zi di produzione monopolistici rientra concettualmente anche ogni tipologia di prezzo amministrato o politico (incluse componenti fiscali e tangenti, la cui derivazioni dai valori è fuori discussione). Il problema concerne qui sempre la loro compatibilità con il vincolo assoluto di plusvalore.

“Se il livellamento del plusvalore al profitto medio incontra ostacoli in monopoli artificiali o naturali, sì da rendere possibile un prezzo di monopolio superiore al prezzo di produzione e al valore delle merci, su cui il monopolio esercita la sua azione, i limiti dati dal valore delle merci non sarebbero per questo soppres­si. Il prezzo di monopolio di determinate merci trasferirebbe semplicemente al­le merci aventi prezzi di monopolio una parte del profitto degli altri pro­duttori di merce. La ripartizione del plusvalore fra le diverse sfere di pro­duzione subirebbe indirettamente una perturbazione locale, che però lascerebbe invariati i limiti di questo plusvalore stesso” – conferma Marx in conclusione del terzo libro del Capitale.                                    

[gf.p.]

 

 

Primo maggio

“... però a quelli in malafede, sempre a caccia delle streghe, dico: no! non è una cosa seria! non mettetemi alle strette, o, con quanto fiato ho in gola, vi urlerò: non c’è paura! ma che politica, che cultura, sono solo canzonette!...”. Allorché il giovane Edoardo Bennato irrideva così al potere, nella sua celebrazione di Peter Pan, forse non pensava di finire anche lui sul palco del “concertone” sindacale del primo maggio, dove la tragica ricorrenza di una giornata di dura lotta sindacale è finita – una seconda, una terza, un’ennesima volta – nella farsa delle “canzonette”: ma che politica, che cultura!

E pensare che il 1° maggio – al pari dell’8 marzo –  è nata come giornata di lotta, in ricorrenza di una tragedia proletaria. Ma si sa: il tempo sana le ferite (della borghesia!).

Otto ore: di lavoro, di svago, di riposo – questo fu lo slogan lanciato dai lavoratori australiani nel 1855, e fatto proprio dalla I internazionale (Ail) come “limite legale della giornata lavorativa” nel 1866 a Ginevra. Già il primo maggio dell’anno successivo, a Chicago, allora principale città industriale degli Usa, vi fu una manifestazione di massa. Senonché, nel 1877, ancora a Chicago, la locale confindustria organizzò un comitato cittadino di “giustizieri” per la “lotta armata contro le organizzazioni operaie”, dopo aver compilato “liste nere” degli scioperanti, i primi a dover essere almeno licenziati se non addirittura soppressi. Parallelamente invalse il principio padronale che vietava l’appartenenza dei lavoratori a qualsiasi sindacato operaio. Ciononostante le organizzazioni sindacali sor­gevano spontaneamente e crescevano. La stampa già scriveva che ciò rappresentava “da parte del comunismo, una minaccia per tutta la società americana”, spingendo il potere a regolare definitivamente i conti con quei “nemici”. 

Ma l’evento che segnò la storia fu legato al 1° maggio 1886, sempre a Chicago. Quasi mezzo milione di lavoratori sospese per quel giorno il lavoro, manifestando pacificamente. Col proseguire dello sciopero generale di protesta, contro i continui e massicci licenziamenti (la cui “cau­sa”, evidentemente, anche al­lora era ritenuta ...“giusta” dai padroni), con cui si facevano pagare ai lavoratori le conseguenze della grave crisi economica Usa, che durava dal 1882, gli industriali invocarono l’intervento di governo, magistratura e polizia. Que­st’ultima, col pretesto della voce messa in giro apposta, che i “comuni­sti” [<=] – chiunque protestava era “comu­nista” (“... comunista, comunista!”) – erano armati, il 3 e 4 maggio sparò sulla folla per “autodifesa preventiva”, uccidendo 21 persone.

Dopo che in piazza Haymarket, pro­vocatoriamente – secondo un piano, dei servizi segreti Pinkerton (poi Cia), che predispose dettagliatamente l’inciden­te – fu fatta scoppiare una bomba tra la folla e la polizia, vennero bandite le organizzazioni dei lavoratori, effettuate perquisizioni a tappeto e arrestati scioperanti e agitatori, tra cui i principali otto dirigenti sindacali; in base a quella falsa denuncia, che stava a testimoniare del completo arbitrio delle autorità, cinque di essi furono poi condannati a morte.

Appena sette anni dopo – tanto ormai i giochi del potere [<=] avevano fat­to il loro corso – tutti gli otto dirigenti furono riabilitati (anche quelli impiccati!), riconoscendo la totale infondatezza della provocatoria accusa e l’ingiustizia della conseguente condanna. Le provocazioni Usa hanno una lunga carriera alle spalle!

Ma il dado della giornata di lotta era tratto, almeno fino all’esito attuale delle “canzonette”. Così, il 1° maggio 1890 vide per la prima volta manifestazioni in tutto il mondo. L’anno dopo, il partito operaio francese organizzò la manifestazione del 1° maggio1891, incentrata sulla riduzione dell’orario di lavoro [<=] e, quindi, sulla rivendicazione dei diritti dei lavoratori e sul loro sviluppo intellettuale. Come scrisse un testimone di rilievo quale Paul Lafargue [che pubblicò quello stesso anno la sua nota sulla Francia, in Die neue zeit, n.36], l’appello dei lavoratori francesi era stato appena affisso che in molte città la polizia lo fece lacerare dato che – come si “giustificarono” al ministero degli interni – “i manifesti turbavano la circolazione, perché la folla si ammassava per leggerli”! L’appello fu riprodotto da tutta la stampa.

Dovunque esistessero camere del lavoro, organizzazioni sindacali e gruppi socialisti, si cercò con ogni mezzo di organizzare la sospensione generale del lavoro e manifestazioni di piazza. Nonostante gli sforzi dei padroni e del governo per ostacolare l’agitazione, questa fu portata avanti in modo tanto tranquillo quanto fermo. Disertò il lavoro un numero considerevole di lavoratori e la popolazione affluì in massa per appoggiare la propria delegazione. Il presidente della camera, che – come osservava ancora Lafargue – recitava la parte di Pulcinella nella commedia inscenata dal suo partito, rifiutò di ricevere i delegati perché ... il loro “numero era troppo grande”. Gli industriali, furibondi, dichiararono di non essere più padroni delle loro fabbriche, e tuttavia non osarono opporsi alla decisione presa, ricordandosi che l’anno pri­ma la loro resistenza aveva provocato parecchi scioperi. Fecero quindi conoscere la loro intenzione di proporre che il 1° maggio fosse riconosciuto come festa legale. La lotta proletaria [<=] fu santificata come festa borghese: ma per molti e molti anni ancora il carattere di lotta continuò.

In Italia, con la consueta cinica perfidia e infamia clericale, Leone XIII proprio il 1° maggio 1891 firmò l’en­ciclica Rerum novarum (che fu poi pubblicata il 15). Anche la strage di Portella delle ginestre fu ordinata dal potere ai banditi fascisti durante la manifestazione del 1° maggio 1947. Come durante il fascismo in Italia, negli Usa, proprio nel paese dove avvenne la strage conseguente allo scio­pero del 1° maggio 1886, si è continuato fino a oggi a considerare quel giorno come ricorrenza dei lavoratori “comunisti”, e perciò ostracizzata. Al suo posto è stato proclamato “giorno del lavoro” (e non dei lavoratori) la prima domenica (quindi già giornata festiva) di settembre: perché il “lavo­ro” riguarda tutti, a cominciare – e forse finendo lì – dai padroni. Non sembri un caso che oggi anche gli imitatori italioti degli yankee, anche nell’asinistra, vogliano varare un nuovo “statuto dei lavori” al posto di quello dei “lavoratori”.

Nei falsi colori dell’odierna “festa delle canzonette”, buonista e qualunquista, non è male ricordare alcune tra le ultime parole scritte da uno dei dirigenti sindacali che guidarono lo sciopero generale di Chicago a piazza Hymarket, prima di essere arrestato e poi impiccato. “I vostri padroni hanno scagliato contro di voi i loro cani da guardia, poliziotti assassini di chi, come voi, ha avuto il coraggio di disobbidire agli ordini padronali. Sono stati uccisi coloro che avevano osato chiedere una riduzione dell’orario di lavoro. Li hanno uccisi per mostrare a voi – "cittadini liberi d’America" – che dovete essere soddisfatti e contenti di quanto i padroni consentiranno di concedervi; in caso contrario, uccideranno anche voi. Se solo voi siete uomini liberi distruggerete il mostro ripugnante che vi vuole distruggere”. Il mostro, ancora vivo, ha distrutto chi lotta. A noi, dopo un secolo, ci dicono “sono solo canzonette”, in piazza si va per il “con­cer­tone”: il 1° maggio non è di lotta ma di festa! È qui la festa?                   

[gf.p.]

 

 

Prodotto del capitale totale

(merce singola come aliquota della massa)

La merce, come forma elementare della ricchezza borghese è il presupposto della formazione del capitale. D’altra parte, le merci appaiono ora come il prodotto del capitale, e mostrano che la merce come prodotto del capitale, come sua parte costitutiva aliquota, come depositaria del capitale che si è valorizzato e che perciò contiene in sé una quota parte del plusvalore creato, dev’essere considerata in modo diverso da come la consideravamo in quanto merce singola autonoma. La merce singola in quanto prodotto del ca­pitale e, in realtà, parte elementare del capitale riprodotto e valorizzato, si differenzia dalla merce singola dalla quale e­ravamo partiti come presupposto della formazione del capitale, insomma dalla merce considerata autonomamente, anche perché la vendita della merce singola al suo prezzo non realizza da sola né il valore del capitale anticipato per la produzione né quello del plusvalore da esso prodotto.

Tutta la difficoltà sta nel fatto che le merci non vengono scambiate semplice­mente come merci, ma come prodotti di capitali. Si noti che, come pure depositarie del capitale – non solo materialmente come parti del valore d’uso di cui il capitale consta, ma come depositarie del valore di cui il capitale si compone – le merci possono essere vendute al prezzo corrispondente al loro valore individuale e tuttavia al di sotto del loro valore come prodotti del capitale e come parti costitutive del prodotto totale in cui il capitale autovalorizzatosi esiste.

Se ora una parte del prodotto totale fos­se venduto al suo prezzo e le rimanenti porzioni rimanessero invendibili, l’atto di vendita riprodurrebbe solo la parte del capitale totale originario che è stata venduta: come depositari del capitale totale, cioè come prodotto attuale unico del capitale totale, quella parte sarebbe stata venduta al di sotto del suo valore e l’al­tra parte alla parte di valore mancante. Il prezzo complessivo delle merci prodotte da un capitale determinato in un tempo determinato deve soddisfare questa rivendicazione. In qualsiasi modo i prezzi delle diverse merci vengano all’inizio fissati o regolati reciprocamente, il loro movimento è determinato dalla legge del valore. Anche astraendo dall’azione decisiva della legge del valore, è dunque conforme alla realtà considerare i valori delle merci, non solo da un punto di vista teorico ma anche storico, come il prius dei prezzi di produzione. Quando si afferma che le merci dei vari rami di produzione vengono vendute ai loro valori si vuole, naturalmente, solo dire che il loro valore costituisce il punto attorno al quale gravitano i prezzi di queste mer­ci, e verso il quale si ristabilisce l’equili­brio delle loro incessanti oscillazioni sopra e sotto tale valore. Sarà sempre necessario fare una distinzione tra il valore di mercato e il valore individuale delle singole merci che vengono prodotte dai diversi produttori.

Lo scambio sviluppato di merci, e la forma della merce come forma sociale universalmente necessaria del prodotto, sono unicamente il risultato del modo di produzione capitalistico. La merce, in quanto tale, si esprime tangibilmente nell’unilateralità e nel carattere di massa del prodotto, il quale deve essere realizzato come valore di scambio, e quindi percorrere il ciclo di metamorfosi di ogni merce, come necessità per il rinnovo e la continuità del processo di produzione. Il problema non è qui, come per la merce autonoma, che la si venda al suo valore, ma che sia venduta al suo valore (prezzo) la merce in quanto depositaria del capitale anticipato per la sua produzione e perciò in quanto aliquota del prodotto totale del capitale. Occorre che essa sia venduta al suo prezzo come parte aliquota del valore totale del prodotto (e che questo coincida col valore totale venduto). Poiché con lo sviluppo della produzione capitalistica e la riduzione del prezzo delle merci a esso conseguente la loro massa cresce, aumenta il numero delle merci che devono essere ven­dute; è quindi necessaria per la produzione capitalistica un’incessante espansione del mercato. Al fine di semplificare le cose, consideriamo come una unica merce tutta la massa di merci di un ramo di produzione e come unico prezzo la somma dei prezzi di tutte le merci identiche. Tutto quello che è stato detto a proposito di una singola merce, può essere integralmente applicato alla massa di merci di un determinato ramo di produzione, disponibile sul mercato. Quanto si è affermato, ossia che il valore individuale della merce corrisponde al suo valore sociale, esprime ora, in un’ulte­riore applicazione o determinazione, il fatto che la quantità complessiva delle merci contiene la quantità di lavoro sociale necessaria alla sua produzione e che il valore di tale quantità corrisponde al suo valore di mercato.

La produzione capitalistica distrugge la base stessa della produzione mercantile semplice [einfache warenproduktion], la produzione individuale indipendente e lo scambio tra i possessori di merci, cioè lo scambio di equivalenti. Il processo di produzione immediato è costantemente e inseparabilmente processo lavorativo e processo di valorizzazione, così come il prodotto è unità di valore d’uso e di valore di scambio, cioè merce. La merce, così come esce dalla produzione capitalistica, presenta una determinazione diversa da quella che possedeva quando eravamo partiti da essa come elemento e presupposto della produzione capitalistica, in quanto prodotto indipendente in cui si era oggettivata una certa quantità di tempo di lavoro, e che perciò possedeva un valore (di scambio) di una grandezza data. Ma nella merce è oggettivata una somma totale di lavoro. La merce singola appare, non solo materialmente, come parte del prodotto totale del capitale, come parte aliquota della massa di merci da esso generata: non ci stanno più davanti merci isolate, prodotti singoli; come risultato del processo abbiamo non merci indipendenti, ma una massa di merci in cui si è riprodotto il valore del capitale anticipato più il plusvalore. Il lavoro speso in ogni singola merce non entra in conto; vale solo come aliquota del valore totale a essa spettante e idealmente computato.

La merce ora si mostra nel volume e nelle dimensioni della vendita che deve aver luogo, affinché l’originario valore capitale e il plusvalore da esso prodotto si realizzino, cosa che non si ottiene ven­dendo al valore loro proprio le singole merci o parti di esse. Si verificherebbe una svalutazione generale o una distruzione di capitale, sebbene il deprezzamento, consistente nel fatto che il produttore venderebbe la merce a un prezzo inferiore, si traduca necessariamente in un aumento di prezzo dalla parte del denaro, ovvero in un deprezzamento della merce prodotta rispetto al denaro, e un generale deprezzamento dei prezzi implichi generalmente sempre un aumento del prezzo del denaro, ossia della merce [particolare] su cui tutte le altre vengono stimate. In periodo di crisi si verifica dunque al tempo stesso, fino ad un certo momento, una svalutazione generale o distruzione di capitale. La svalutazione può essere generale, assoluta, non solo relativa come il deprezzamento, perché il valore non esprime semplicemente, come il prezzo, un rapporto tra una merce e un’altra, bensì il rapporto tra il prez­zo della merce e il lavoro in essa oggettivato, ovvero tra una quantità di lavoro oggettivato della medesima qualità, e un’altra quantità.

La maggior parte delle merci, considerate come masse di un dato prodotto, sono divisibili secondo le misure abitualmente applicate a esse in quanto valori d’uso. Il prodotto totale del capitale, qualunque grandezza abbia, può sempre riguardarsi come una sola merce, come un solo valore d’uso, il cui valore di scambio appare quindi nel prezzo totale – che, stando al suo concetto generale, è sin dall’inizio unicamente la forma monetaria del valore – come espressione del valore totale del prodotto totale. Il suo valore totale è determinante, in generale, solo per il valore della massa di prodotti. Semplificando, si può considerare la questione come se l’intero capitale fosse interamente contenuto, senza residui, nel prodotto del capitale totale da analizzare. A eccezione del nuovo lavoro aggiunto, gli elementi della produzione capitalistica entrano essi stessi nel processo produttivo già come merci, quindi con dati prezzi.

Il valore della singola merce si determina dividendo il prezzo totale del prodotto totale per le parti aliquote in cui, secondo l’unità di misura data, il prodotto si suddivide, ossia dividendo il prezzo totale del prodotto per il numero di unità di misura contenute nella massa del suo valore d’uso. In conclusione, il prezzo della singola merce si determina calcolando il suo valore d’uso come aliquota del prodotto totale, e il suo prezzo come aliquota corrispondente del valore totale generato dal capitale.                         

[k.m.]

(testi tratti da: lf, q.iv, ff.16-39; C, iii.10; VI ined., iii) 

 

 

Produttività # 1

(definizione)

Si tratta del “contributo dato da un fattore di produzione misurando la quanti­tà prodotta in rapporto alla quantità del fattore stesso” – questo dice qualsiasi manuale di economia. Lo spirito affaristico, per estensione, impiega il termi­ne come sinonimo di qualunque miglioramento quantitativo del risultato di impresa, e dunque di efficienza. Il senso comune di chi lavora è perciò portato a intenderla come indice della buona organizzazione (quasi come “dover es­sere”) della produzione: quindi come proprio dovere, impegno morale. Il sin­dacato, in misura direttamente proporzionale con la sua corporativizzazione, non solo si adegua agli effetti più barbari dell’ideologia dominante sul senso comune, ma fa della produttività un simbolo della propria inetta partecipazio­ne all’efficienza del sistema (il “farsene carico” con sacrifici in conto terzi). I lavoratori, e soprattutto gli operai, che, viceversa, in nome di questa cosiddet­ta “produttività”, vedono aumentare il loro sfruttamento, cercano di ostacolar­ne le manifestazioni in varie maniere. Sulla base di una tal sequela di frain­tendimenti, i critici più rigidi del capitalismo mettono automaticamente sotto accusa il concetto stesso di “produttività”. Per negare il malinteso e occultato­re senso impresso al concetto in questione dall’ideologia dominante, gli oppo­sitori di quest’ultima ne accettano appieno, in via subalterna e capovolta, la scorrettezza.

Al contrario, noi per produttività intendiamo ciò che, fin dal primo paragrafo del Capitale, viene indicata come produttività del lavoro sociale o produttivi­tà sociale del lavoro, ovverosia come risultato di quella forza produttiva che è determinata da molteplici circostanze, quali: l’abilità dei lavoratori, il grado di sviluppo e di applicabilità tecnologica della scienza, l’organizzazione della combinazione sociale del processo di produzione e della capacità operativa dei mezzi di produzione, oltre alle circostanze naturali. Dunque, propriamente produttività è soltanto quella del lavoro, in senso sociale, che si esprime nella grandezza relativa dei mezzi di produzione che il lavoro trasforma in prodotto durante un dato tempo e con la medesima tensione della forza-lavoro [<=]. Codesti mezzi di produzione, e le forze produttive in generale, sono soltanto le condi­zioni oggettive che assistono più o meno proficuamente il lavoro sociale. La prima fonte di voluto equivoco della definizione borghese risiede perciò nella supposta pluralità indifferenziata di fattori di produzione, cui attribuire parti del prodotto ottenuto: il lavoro è posto sullo stesso piano del “capitale” e della “terra”, cosicché lo sfruttamento sparisca.

Sulla base di questa definizione, la critica del concetto borghese volgare di “produttività” non avviene più accettandone i presupposti fallaci per poi sem­plicemente negarli, negando anche il significato materiale e contraddittorio della produttività correttamente intesa. In effetti, lo snodo di tutta la questione sta in quel paradosso economico per cui il mezzo più potente per la riduzione del tempo di lavoro – lo sviluppo delle forze produttive del lavoro sociale – si trasforma nel mezzo più infallibile per assoggettare tutto il tempo di vita dei lavoratori in tempo di lavoro disponibile per la valorizzazione del capitale. Giacché nella realtà del modo capitalistico della produzione sociale ogni ac­crescimento delle forze produttive, e segnatamente ogni perfezionamento delle macchine [<=], insieme all’aumento della produttività comporta antiteticamente anche l’aumento dello sfruttamento, di qui è facile rabbassare la coscienza al livello immediato della repulsione dell’uno unitamente all’altra. Basta rimettere le cose al loro posto. L’effetto “paradossale” di maggior sfrut­tamento non è affatto dovuto alle forze produttive – non rientra nella categoria di produttività – ma dipende dalla maggior tensione di forza-lavoro che rientra in altre categorie: più intensità (ritmi di lavoro), più condensazione (satura­zione), meno porosità (tempi morti), che si aggiungono all’estensione della durata della giornata lavorativa [<=] (straordinari). In tutti questi casi i migliori ri­sultati di cui vanno fieri gli affaristi sono dovuti solo all’estorsione di mag­gior pluslavoro non pagato. Gli effetti sul salario [<=] sono un’altra storia e un’altra “voce”.

[gf.p.]

 

 

Produttività # 2

(salario e salario come “variabile indipendente”)

Intorno ai numerosi quiproquo suscitati dall’uso improprio della parola “pro­duttività” sono perniciosamente cresciuti, e sovente evocati, due miti comple­mentari: il rapporto che presuntivamente legherebbe produttività e salario [<=] e la bizzarra fantasia del salario come variabile indipendente. La teoria borghese della pluralità dei “fattori di produzione” (la “falsa” produttività [<= # 1]) consente di nascondere il corretto significato del salario come prezzo per la riproduzione sociale della forza-lavoro [<=]; al suo posto viene messo un prezzo corrispondente al presunto apporto dato dal lavoro al conseguimento del prodotto, occultando così lo “scambio ineguale” tra capitale e (uso della) forza-lavoro, ossia lo sfruttamento. Codesto apporto – presunto, giacché non determinabile, se non in condizioni matematiche formalmente insignificanti e astratte, non corrispondenti ad alcuna realtà capitalistica – è chiamato “pro­duttività del lavoro” e surrettiziamente equiparato al salario, peraltro indivi­duale.

Conseguenze empiriche di ciò, da chiarire semmai altrove, come ricaduta di luoghi comuni nella quotidianità, sono: che il salario possa assumere un qua­lunque livello senza riguardo alla sussistenza storica (perciò anche valori infi­mi); che esso dipenda dallo zelo e dallo spirito di sacrificio di ogni singolo la­voratore, che quindi solo chi non abbia “voglia” di lavorare rimane senza la­voro; e che pertanto la disoccupazione più che un problema economico è que­stione di (buona) volontà, come fatto etico sociale; il senso comune riguarda come giusti e leciti questi e altri eventi di vita quotidiana. Di tutto ciò si ha correntemente riscontro nella comunicazione giornalistica e televisiva omologata all’ideologia della classe dominante. Da par loro, i sin­dacalisti vieppiù proni al neocorporativismo [<=] non battono ciglio di fronte alle arbitrarie asser­zioni secondo cui un aumento di salario non sarebbe possibile in assenza di un almeno pari o preferibilmente maggiore aumento di tal “produttività”: an­zi, lodevolmente “si fanno carico” di verificare che eventuali rivendicazioni non intacchino i cosiddetti “margini di operatività” delle imprese (che i nostri maggiori chiamavano “sfruttamento”), e siano “compatibili” con le leggi-oggettive-del-mercato.

Vi fu soltanto una bizzarra stagione in cui un supponente vento “sinistro" spinse parte del sindacato a fantasticare sul “salario come variabile indipen­dente”. La forte fase di autonomia delle lotte operaie e delle rivendicazioni fu scambiata ingenuamente con l’indipendenza del salario come categoria teori­ca economica: “indipendente” da che e da chi, c’è da chiedersi. Responsabile di ciò fu un certo Sraffa il quale, nel non richiesto né necessario sforzo di ag­giornare Marx, formulò ponderosamente la sciocchezza di reputare che il sa­lario diretto [<=] – a seconda della forza contrattuale dei lavoratori e dei padroni – potes­se liberamente oscillare tra il nulla e il tutto, pur essendo considerate ferma­mente date tutte le altre circostanze economiche. Che una tale incoerente enormità non fosse notata dai sindacalisti è cosa ovvia; ma essa fu difesa apertamente anche da cospicui sinistri accademici, loro consulenti. Il vecchio Marx aveva avvertito che, in condizioni date, è da riguardare come dato anche il salario (sia nel volume sia nel valore dei mezzi di sussistenza, storicamente determinati, questi sì, dalle condizioni di sviluppo della società, dai rapporti di forza [<=] tra le classi e dalla lotta di classe [<=]). Dunque, un dato non può essere una variabile, e a maggior ragione è fuori luogo la sua presunta indipendenza. Per l’appunto, invece, quel dato storico esprime i “movimenti assoluti entro l’accumulazione del capitale che si rispecchiano come movi­menti relativi entro la massa della forza-lavoro sfruttabile, e quindi sembrano dovuti al movimento proprio di quest’ultima. Per usare un’espressione mate­matica: la grandezza dell’accumulazione è la variabile indipendente, la gran­dezza del salario quella dipendente, non viceversa”.

Questo è il punto: mentre Marx considerava correttamente il salario come un rapporto sociale, una grandezza riferita all’intera classe lavoratrice e non al singolo individuo – intendendo perciò codesta dipendenza del salario, come massa, in quanto “l’ac­cumulazione del capitale è quindi l’aumento del proletariato” – gli insofferenti adepti neofiti del corporativismo [<=] aggiunsero fischi a fiaschi risarcendo l’ideo­logia borghese con la dipendenza del “salario” dalla cosiddetta “produttività”. Fu così che, sulla faccenda, il gran Lama del sindacalismo italico comunicò pubblicamente, in occasione della cosiddetta svolta dell’Eur [<=], il suo pentimento, maturato a lungo in più di un lustro di meditazioni corporative, brutalmente interrotte dagli “indiani metropolita­ni” alla Sapienza di Roma. In ossequio, dunque, al neocorporativismo trion­fante, gli apparati istituzionalizzati del sindacato passarono da un errore inge­nuo e veniale all’accettazione della più bieca fallacia padronale, affatto priva di ingenuità e gravemente colpevole, anzi dolosa. Con la restituzione del “sa­lario” alla “produttività”, per la scala mobile, e ogni altro automatismo sala­riale, iniziò a suonare la campana a morto.

[gf.p.]

 

 

Produttività # 3

(valore e sfruttamento)

Molti e disparati sono gli equivoci, spesso al di là della decenza, procurati dalla teoria borghese della cosiddetta  produttività [<= #1]. Quella “teoria”, in quanto pretesa teoria, vorrebbe misurare in termini fisici l’apporto del “fattore” lavoro all’ottenimento del prodotto: una certa quantità di prodot­to rapportata a una certa quantità di lavoro. Si dà il caso che non solo la misu­razione del lavoro (numero degli occupati, durata e intensità del tempo di la­voro) può presentare alcune difficoltà non irrilevanti; ma soprattutto – per ogni impresa che operi in un sistema capitalistico a dimensioni continuamente crescenti e con sempre maggiore differenziazione della produzione – diviene pressoché impossibile effettuare la misura del prodotto in unità fisiche (ovve­ro, qualora la si effettui a mo’ di inventario, essa non può più servire allo sco­po teorico richiesto). Pertanto, si usa misurare il prodotto in termini di valore aggiunto (cioè, al netto dei costi ammortizzabili), espresso in prezzi correnti, rapportato al numero dei lavoratori o alle ore lavorate (ignorando, in entrambi i casi, l’intensità del lavoro). Procedendo per tal via si perviene al risultato, indecente, per cui qualunque aumento di costi (materie prime, fonti energetiche, interessi sul denaro, ecc.) – che, non riuscendo a trasferirsi sul prezzo corrente del prodotto in questione, ne riduca il cosiddetto valore aggiunto – si rappresenta nella parvenza di una diminuzione della “produttività” del lavoro [giacché il numeratore del rappor­to in oggetto sarebbe diminuito a parità del denominatore]. Forte dell’artato equivoco tra quantità e valori, l’ideologia padronale, avallata dal consenso corporativo del sindacato, prescrive in simili casi la “necessaria” corrispon­dente diminuzione del salario [<=]. Un’analisi scientifica del rapporto che intercorre tra produttività, salario, sfruttamento e plusvalore relativo – avverte Marx – è tuttavia intellegibile solo a chi conosca la natura intima del capitale e ne abbia capito il movimento rea­le.

Il punto di partenza di tale comprensione sta nel fatto che il valore della forza-lavoro è determinato dal valore di una determinata quantità di mezzi di sussistenza. Quello che varia con il variare della forza produttiva del lavoro, è il valore di questi mezzi di sussistenza, non la loro massa. La massa stessa potrebbe, aumentando la produttività, crescere contemporaneamente e nella stessa proporzione per i lavoratori e per i capitalisti, senza che ciò determini una variazione nel rapporto di plusvalore [<=], ossia nel tasso di sfruttamento. Ovvero, rimanere la stessa, consentendo all’intera giornata lavorativa di dimi­nuire contemporaneamente e nella stessa proporzione per la parte di tempo di lavoro necessario pagato e per la parte di tempo di pluslavoro non pagato. Ma, viceversa, è proprio nella “natura intima” della produzione capitalistica che codesta “contemporaneità” venga negata. L’economia di lavoro mediante lo sviluppo della produttività non ha affatto lo scopo di abbreviare la giornata lavorativa [<=], ma solo il tempo di lavoro necessario per la produzione di una de­terminata quantità di merci. Qui è appunto l’arcano dell’imbroglio capitalisti­co sul nesso tra produttività e salario.

La massa del salario reale materiale viene considerata storicamente data (ossia, con un’evoluzione dinamica debo­le e predefinita), mentre la produttività cresce costantemente, così da permet­terne al valore di diminuire quasi altrettanto costantemente. Detto in soldoni: se si presume che il cosiddetto “paniere” dei consumi proletari rimanga pres­soché invariato, un aumento della produttività può permettere di produrlo più a buon mercato, dimodoché ai lavoratori si possa pagare un salario monetario relativamente minore. Infatti, se la forza produttiva del lavoro varia – mentre la grandezza della giornata lavorativa e l’intensità del lavoro sono date – non è possibile che si verifichino variazioni, aventi la medesima direzione, della grandezza assoluta sia della forza-lavoro sia del plusvalore, senza che al tem­po stesso varino le loro grandezze relative, ossia proporzionali. Solo l’aumen­to della produttività consente di produrre in minor tempo la stessa massa di mezzi di sussistenza di prima. Dunque, l’aumento del plusvalore relativo, e poi del tasso di profitto, è sempre conseguenza e mai causa (come invece so­vente vagheggiano gli economisti, dai marginalisti fino a Keynes, Sraffa e “tutti quanti”) della corrispondente diminuzione del valore della forza-lavoro: diminuzione que­st’ultima – è bene ripeterlo, poiché qui sta il trucco – ottenuta solo dalla combinazione perversa di costanza della consistenza materiale dei mezzi di sussistenza salariali e di aumento della produttività del lavoro sociale. Data la durata della giornata lavorativa, dunque, il maggior sfruttamento deve deriva­re dall’accor­cia­mento del tempo di lavoro necessario, e non viceversa: ma ciò è impossibile senza un aumento della forza produttiva del lavoro, cioè della produttività. È così allora che la cosiddetta “produttività”, passepartout del­l’i­deologia socio-economica borghese, ingloba in sé l’effettivo aumento della produttività sociale – in condizioni in cui si mantengono surrettiziamente vec­chie regole (la massa salariale data) in un gioco nuovo (le forze produttive perfezionate) – insieme all’intensificazione e condensazione dei tempi di la­voro, per occultare in un tutt’uno l’aumento dello sfruttamento.

Per pervenire a questo scopo, il capitale deve dunque far subentrare una rivo­luzione delle condizioni di produzione del lavoro – di cui le macchine [<=] e l’auto­mazione rappresentano da almeno due secoli la massima espressione – un cambiamento nel processo lavorativo in quei rami d’industria che producono i mezzi di sussistenza abituali, o quei prodotti che li possono sostituire, e an­che in quelli dei loro mezzi di produzione. È con questo cambiamento – il vero e proprio deus ex machina capitalistico, è proprio il caso di dire – che si ab­brevia il tempo di lavoro richiesto socialmente per la produzione, ossia il va­lore, della merce forza-lavoro, per abbreviare così la parte della giornata la­vorativa necessaria alla riproduzione di tale valore. Quindi il capitale, con il metodo di produzione perfezionato, si appropria di una parte maggiore della giornata lavorativa, sotto forma di pluslavoro, come plusvalore relativo. Sono queste le ragioni, solo apparentemente arcane, per cui il valore della forza-lavoro, come quello di ogni altra merce, sta in rapporto inverso alla forza pro­duttiva del lavoro, mentre il plusvalore relativo sta in rapporto diretto – ma ciò non è necessario, se non per i rapporti di forza [<=] esistenti sulla base del capitale – con la forza produttiva del lavoro sociale stessa. Da ciò – come si sa, conclude Marx – il paradosso economico che il mezzo più potente – il sistema di macchine – per l’accorciamento del tempo di lavoro si trasforma – “si trasforma”, non “è” – nel mezzo più infallibile per poter disporre di tutto il tempo della vita del lavoratore e della sua famiglia in tempo di lavoro per la valorizzazione del capitale.

[gf.p.]

 

 

Produttività # 4

(servizi e pubblico impiego)

Tra gli altri equivoci procurati dalla teoria borghese della cosiddetta produt­tività [<= #1-3], alcuni, superata la decenza, sconfinano nel para­dosso. Uno dei più clamorosi paradossi viene in luce allorché il “prodotto” oggetto dell’attività di impresa sia un servizio, in particolar modo se si tratti di un “servizio non vendibile”, come spesso è nel caso della pubblica ammini­strazione. Di fronte a tali circostanze, l’ideologia imperante non demorde dal­la scioccheria di voler considerare la “produttività” pure per i lavoratori di quei settori. Cosicché gli esperti della faccenda disputano intorno a diversi criteri per “misurare” un indice di quella fantasmatica “produttività”. Tra tali criteri, due meritano attenzione, per concorrere con successo al premio di massima paradossalità.

Uno misurerebbe l’indice in termini quantitativi di servizi resi (numero di malati accuditi, di studenti seguiti, di pratiche sbrigate o evase, di pagine scritte nell’attività di ricerca stile-Usa, ecc.) rispetto agli addetti: con la bella prospettiva che – per questa sorta di “produttività a peso” – una disfunzione ospedaliera per carenza di personale, un sovraffollamento scolastico, un ingolfamento burocratico di documenti inutili per sbrigare delle pratiche, o la prolissità insipiente di falsi eruditi, verrebbero tradotti da cotanti esperti in aumenti di “produttività”. Un altro criterio, volendo sembrare mag­giormente in linea con l’economia di mercato, per evitare le ambiguità prece­denti delle misure “a peso”, ma non potendo attribuire un “prezzo” ai servizi resi, si fonda sui bilanci delle amministrazioni considerate, assumendone la spesa globale (al posto di quel fatturato di valore aggiunto che in tali ammini­strazioni manca) sempre in rapporto agli addetti: cosicché – per questa sorta di “produttività a spreco” – qualsiasi causa di aumento di spesa (fondi di dotazio­ne, tariffe, stipendi, prebende e tangenti), a parità di personale, si capovolge­rebbe in clamorosi aumenti di “produttività”. Ciò che per i profani sembra una costellazione di assurdità, per i sacerdoti dell’ideologia economica significa la salvaguardia di un principio sacro e inviolabile: il “principio della produtti­vità”.

[gf.p.]

 

 

Produttività e pluslavoro

(sfruttamento e disoccupazione)

Il capitale, rappresentando la forma generale della ricchezza – il denaro – è l’impulso illimitato e smisurato ad oltrepassare i suoi ostacoli. Ogni limite è e deve essere per esso un ostacolo. Altrimenti esso cesserebbe di essere capitale, ossia denaro che produce sé stesso. Non appena non sentisse più un determinato limite come ostacolo, ma lo sentisse come limite tollerabile, esso stesso decadrebbe da valore di scambio a valore d’uso, da forma generale della ricchezza a contenuto sostanziale determinato della ricchezza stessa.

È importante notare che la ricchezza in quanto tale, ossia la ricchezza borghese, è sempre espressa alla massima potenza nel valore di scambio, ove essa è posta come mediatore, come mediazione degli estremi rappresentati dal valore di scambio e dal valore d’uso. Questo termine medio si presenta sempre come rapporto economico completo, perché abbraccia gli opposti, e si presenta infine sempre come una potenza unilaterale superiore di fronte agli estremi stessi; perché il movimento o il rapporto di mediazione tra gli estremi che compare all’origine, prosegue dialetticamente in questa direzione necessaria: che esso si presenta come mediazione con sé stesso, come il soggetto i cui momenti sono soltanto gli estremi, di cui esso nega la posizione autonoma iniziale per porsi, attraverso questa loro negazione stessa, come unico soggetto autonomo.

Il capitale in quanto tale crea un plusvalore limitato, perché non può crearne di colpo uno illimitato; ma esso è il movimento che tende perennemente a crearne di più. Il limite quantitativo del plusvalore appare ad esso soltanto come ostacolo naturale, come necessità che esso cerca perennemente di dominare e perennemente di scavalcare. L’accresciuta produttività del lavoro del lavoratore nella stessa misura in cui riduce il tempo per il risarcimento del lavoro in lui oggettivato (per il valore d’uso, la sussistenza), prolunga il suo tempo di lavoro per la valorizzazione del capitale (per il valore di scambio). Noi vediamo dunque che il pluslavoro (dal punto di vista del lavoratore) o il plusvalore (dal punto di vista del capitale) non crescono nella stessa proporzione numerica in cui cresce la produttività.

Primo: l’aumento della produttività del lavoro vivo aumenta il valore del capitale (o diminuisce il valore del lavoratore) non perché essa aumenti la quantità di prodotti o valori d’uso creati col medesimo lavoro – la forza produttiva del lavoro è la sua forza naturale –, ma perché riduce il lavoro necessario. Ossia, nella stessa proporzione in cui riduce quest’ultimo, essa crea pluslavoro o, che è lo stesso, plusvalore; poiché il plusvalore del capitale, il plusvalore che il capitale ottiene attraverso il processo di produzione, non è altro che l’ecce­denza di pluslavoro sul lavoro necessario. L’aumento della produttività può aumentare il pluslavoro solo in quanto esso riduce il rapporto tra lavoro necessario e pluslavoro, e solo nella proporzione in cui esso riduce tale rapporto. Il plusvalore è esattamente uguale al pluslavoro; l’aumen­to dell’uno è esattamente misurato dalla riduzione del lavoro necessario.

Secondo: il plusvalore del capitale non aumenta in ragione del moltiplicatore della produttività, ossia del numero di volte in cui aumenta la produttività (posta come unità, come moltiplicando), bensì in ragione del plusprodotto della frazione di giornata di lavoro vivo, che originariamente rappresenta il lavoro necessario, su questa frazione medesima, diviso per il moltiplicatore della produttività.

L’aumento della produttività in una determinata proporzione può dunque aumentare il valore del capitale diversamente a seconda per esempio dei diversi paesi. Un aumento generale della produttività nella medesima proporzione può aumentare e aumenterà il valore del capitale diversamente nei diversi rami dell’indu­stria, cioè a seconda della diversa proporzione esistente in questi rami tra lavoro necessario e giornata di lavoro vivo. In un sistema di libera concorrenza, tale proporzione sarebbe naturalmente identica in tutte le branche di attività economica se il lavoro fosse dappertutto lavoro semplice, se cioè il lavoro necessario fosse identico.

Terzo: quanto più grande è il plusvalore del capitale prima dell’au-mento della produttività, quanto più grande cioè è la quantità di pluslavoro o di plusvalore del capitale presupposto, o, in altri termini, quanto più è già ridotta la frazione di giornata lavorativa che costituisce l’equiva­lente del lavoratore, che esprime cioè il lavoro necessario –, tanto più si riduce l’aumento del plusvalore che il capitale ottiene dall’aumento della produttività. Il suo plusvalore aumenta, ma in proporzione sempre più piccola rispetto allo sviluppo della produttività. Ossia, quanto più il capitale è già sviluppato, quanto più pluslavoro esso ha creato, tanto più drasticamente esso deve sviluppare la produttività per valorizzarsi, per aggiungere cioè plusvalore, in proporzione pur sempre bassa – perché il suo ostacolo rimane sempre la proporzione tra la frazione di giornata che esprime il lavoro necessario e l’intera giornata lavorativa. Esso può muoversi soltanto entro questi limiti. Quanto più è già ridotta la frazione che incide sul lavoro necessario, ossia quanto maggiore è il pluslavoro, tanto meno un qualsiasi aumento della produttività può ridurre sensibilmente il lavoro necessario; giacché il denominatore è intanto aumentato enormemente.

L’autovalorizzazione del capitale diventa più difficile nella misura in cui esso è già valorizzato. L’aumento delle forze produttive diventerebbe indifferente per il capitale, e lo diventerebbe anche la valorizzazione, perché le sue proporzioni si sono ridotte al minimo. In tal modo esso avrebbe cessato di essere capitale. Ma ciò accade non perché è cresciuto il salario o perché è cresciuta la partecipazione del lavoro al prodotto, ma perché il salario è già diminuito enormemente, se lo consideriamo in rapporto al prodotto del lavoro o alla giornata di lavoro vivo.

Riassumendo, noi abbiamo, in generale, questo primo risultato: lo sviluppo della produttività del lavoro – che solo crea il pluslavoro – è condizione necessaria dell’aumento del valore o della valorizzazione dei capitale. Come impulso infinito all’arric­chimento, il capitale tende dunque ad un infinito aumento delle capacità produttive del lavoro stimolandole incessantemente. Ma d’altra parte ogni aumento della produttività del lavoro – a prescindere dal fatto che essa aumenta i valori d’uso per il capitalista – è un aumento della produttività del capitale, e, dall’attuale punto di vista, è produttività del lavoro solo in quanto è produttività del capitale.

                                                                                                                                               [k.m.]

{da Lineamenti, q.iii ff.22, 27-30}

 

 

 

Professionalità

(inquadramento unico)

L’armamentario ideologico, complessivamente definibile “strategia globale”, che ha condotto il sindacato all’attuale deriva neocorporativa [<=] (passando per la cosiddetta svolta dell’Eur [<=] e per la mistificazione della “produttività” [<=]), si è svolto nella sua perfetta coerenza a datare dagli anni succes­sivi al ‘72. Questa operazione aveva bisogno di una mediazione [<=] ideologica. Fu quella che ruotò intorno alla formula della “contestazione dell’organizza­zione capitalistica del lavoro” e che trovò, a fianco delle “150 ore”, una delle sue principali formulazioni nell’“inquadramento unico”. Non per caso l’inquadramento unico figurava al primo posto nelle piattafor­me, di cui, insieme alle norme sulla mobilità, occupavano l’80%: la direzione sindacale affidava all’inquadramento unico i quattro quinti della propria cre­dibilità “anticapitalistica” [<=]. Con l’inquadramento unico il sindacato realizzava una politica d’intervento nella questione della classificazione professionale [<=] ed economica dei lavoratori, del rapporto fra ciò che il lavoratore fa nel processo produttivo e il suo trattamento normativo e salariale.

Prima del ‘69 la politica sindacale su questo punto aveva portato a una proliferazione di qualifiche e quindi di livelli salariali all’interno di ogni settore e categoria produttiva: era il risultato di un tipo di negoziazione delle qualifiche e delle mansioni con cui il sindacato affrontava i problemi posti dalla profonda trasformazione indu­striale degli anni cinquanta. Il sindacato intese stabilire criteri “oggettivi” e “razionali” per la valutazione del lavoro ai fini della determinazione delle mansioni e del salario. Ciò significava, nella pratica, accettazione da parte del sindacato della organizzazione capitalistica del lavoro come misura del sala­rio [<=] e della gerarchia in fabbrica: lo sfruttamento e la divisione dei lavoratori potevano essere visti sotto il profilo meno minaccioso della incompetenza e incapacità padronali, e i lavoratori non più come salariati che vendono la forza-lavoro [<=] al prezzo più alto possibile, ma come gli organizzatori più “scientifici” del lavoro, che chiedono un prezzo più “giusto” per la forza-lavoro erogata.

La realtà materiale del tipo di sviluppo capitalistico creò le condizioni di un ribaltamento, nel ‘69, di quella tradizionale politica del sindacato, poiché di­strusse il carattere “oggettivo” dei criteri di classificazione e remunerazione differenziata e mise a nudo la reale natura discriminatoria e politicamente di­sgregante di molti dei rapporti gerarchici e delle divisioni esistenti fra i lavo­ratori. Contro questo si mosse, tre anni dopo, nel ‘72, l’inquadramento unico. Alla base dello scientismo tecnologico dell’inquadramento unico non poteva esser­ci un’analisi scientifica della dequalificazione come conseguenza materiale del processo di sviluppo, come spinta all’omogeneità materiale della forza-lavoro, e quindi come condizione di fatto su cui far leva per conquiste contrat­tuali che approdassero a un livello superiore di omogeneità economica e di unità politica dei lavoratori. La risposta sindacale fu, al contrario, il rifiuto del “disumano livellamento”, la illusoria e regressiva difesa del mestiere in que­sto determinato modo di produzione, il recupero della professionalità median­te lo studio. Non era più questione di lottare contro l’organizzazione capitali­stica del lavoro (che è durata, intensità, velocità del lavoro e anche, all’oppo­sto, sovrapposizione di gerarchie professionali, normative salariali, alla realtà dell’organizzazione produttiva), ma di contestare le sue espressioni ideologi­che.

A questa “contestazione” la “sinistra sindacale” dette il contributo di san­gue più generoso e di nervi più sensibili, elevando a un livello superiore la piattezza dell’armamentario ideologico che doveva coprire il cedimento op­portunistico. Si trattò di una riduzione ideologica della realtà dell’organizzazione capitalistica del lavoro. Si voleva creare un uomo nuovo nella fabbrica capitalistica, umaniz­zare il lavoro e battersi contro la divisione fra lavoratori “intellettuali” e lavo­ratori “manuali”, porre le basi per una “carriera” non “alienante”. Vennero così formulati i termini normativi di un rapporto fra “mobilità”, “valorizzazione professionale” ed “esigenze organizzative ed economico-produttive dell’a­zienda, nell’àmbito di quanto richiesto dalle attività aziendali e nel comune interesse di un equilibrato evolversi delle tecnologie, delle organizzazioni, della produttività e delle capacità professionali”. Di concreto e chiaro, in questo meccanismo, non c’era che la premessa, in quanto metteva al loro po­sto i lavoratori, non in quanto potesse scongiurare gli effetti devastanti della crisi [<=] capitalistica e della lotta di classe [<=] sui comuni interessi a equilibrati e ar­moniosi sviluppi.

Per tutti questi motivi, la normativa sull’inquadramento unico riuscì ambigua e subalterna a concezioni borghesi della professionalità del lavoro e della “razionalità” aziendale, che presuppone una professionalità neocorporativa [<=]. Furono inoltre sopravvalutate idealisticamente le reali possibilità, per la classe operaia, di muoversi utilmente attraverso le trappole e le contraddi­zioni del tortuoso meccanismo contrattuale (se così può essere benevolmente definito). Il cosiddetto “contratto aperto” [<=] rimase da “gestire”: i lavoratori spe­sero enormi energie nella “gestione”, mentre la crisi mangiava occupazione e salario. E fu appunto questo della crisi economica, allora già palese in ogni suo aspetto, l’altro e più importante elemento che venne trascurato e che doveva invece vanificare ogni illusione riformistica di spostare il problema della dife­sa e della resistenza quotidiana dei lavoratori al livello dei meccanismi istitu­zionali e contrattuali funzionanti in un quadro politico-economico assunto come neutrale o indifferente o alieno, e all’interno di rapporti di proprietà e di produzione assunti come un dato oggettivo e necessario.

Si veniva precisando sempre di più la tendenza a subordinare la difesa dei li­velli di occupazione alla “razionalità produttiva”, tendenza specialmente evi­dente nel pressoché sistematico abbinamento del discorso (ipotetico) sulla ri­duzione dell’orario di lavoro con quello dell’introduzione di nuovi turni. Tutta la politica contrattuale avviata nel ‘72 segna dunque un momento cru­ciale di elaborazione ideologica da parte del riformismo sindacale, e pone le premesse, proprio in quanto rottura di una linea operaia di lotta, di tutti i ne­cessari sviluppi successivi. Si trova così che la cosiddetta “globalità” è la ten­denza irresistibile del tipo di direzione sindacale subalterna alla controffensi­va capitalistica in questa fase. Solo nella “globalità” infatti sono confeziona­bili diversivi rispetto alle tendenze obiettive della lotta della classe operaia

[gf.c.]

 

 

Professionalità neocorporativa

Ai confini della decenza di classe [<=], la professionalità [<=] intesa alla maniera neo­corporativa [<=] alberga entro i confini sociali che premiano la cultura, in quanto obliterazione delle differenze di classe. Quest’ultima termina di essere prove­nienza vergognosa nell’assenso o impegno – “meritevole” di tutela nella for­ma giuridica – “etico” comportamento alla base dell’ambizione/promozione sociale. Filiazione diretta della democrazia [<=], dal cui seno si propaga a selezio­nare la naturalizzata scalata sociale degli individui ricattabili. La sua compe­tenza diviene sanzione di una gerarchia sociale già disposta dall’alto e intoc­cabile. Accoglie con benevolenza ogni straordinario o aumento di cottimo [<=], trasmu­tandosi in “dignità umana” col respingere ogni forma di assenteismo, diritto acquisito o sindacale, ferie, ecc. Adattabile ad ogni dinamica del mercato mondiale, spicca per doti di dipendenza, rapidità, elasticità. Fornisce suggeri­menti “volontari” all’azienda, nella quale ripone la massima fiducia e con la quale si sente omogenea. Non ha bisogno di incentivi che non possono invece essere distolti dai grandi vantaggi per la nazione [<=], nei cui confronti si profonde in dedizione.

L’efficienza è l’arma che si è conquistata per battere ed espandere la concor­renza tra monopoli, e quindi per emulare i colleghi, con i quali coopera. La propria identità è l’appartenenza, affianca la tradizione recuperando la mo­dernità. I suoi obiettivi: massima reattività alle azioni dei concorrenti esterni, facilita ogni sorta di interna riduzione dei costi. “Creativa” nelle marginalità utili all’impresa, interagisce disciplinata nel ri­spetto dei ruoli. Autoregolata nel proprio gruppo, si sottomette al condiziona­mento della dirigenza, rinunciando a relazioni antagoniste e cioè “autolesio­niste”. Offre gratuitamente il massimo vantaggio del lavoro collettivo nell’in­tensità, condensazione, durata prolungata delle sue prestazioni. Più che mo­strarsi specializzata, si predispone a sostenere ogni rotazione o prolungamen­to delle sue attività, fino al raggiungimento dell’obiettivo esterno al suo ope­rare, già pianificato. È la bacchetta magica della produzione “personalizza­ta”, il sostrato della corte­sia totale, la normalizzazione dello straordinario fino – se necessario – alla morte da superlavoro. È la cronica precarietà della riserva o, potendo, la lealtà a vita di una funzionalità incondizionata. Accoglie l’autoriduzione di salario ed in casi estremi si dimette “volontariamente”. Ha un’età: matura o senile; un sesso: maschile o qualunque altro ad esso assimilabile. Le sue differenze sono retributive, il suo hobby il risparmio. I suoi svaghi, accessori dell’impre­sa, corroborano la “sindrome da impegno” cui tende, per il compimento dell’individualizzazione salariale.

Costantemente supervisionata per via gerarchica, diviene quantità in progre­diente differenziazione monetizzabile, flessibile diligenza in parametri nume­rici. Partecipa [<=], per far dipendere tendenzialmente la maggior parte della busta-paga dal proprio rendimento, delega però le decisioni alla dirigenza perché: è la democrazia industriale. Primo gradino e per la carriera e per as­surgere a rappresentanza sindacale, da cui poi potrà spiccare per manifeste doti manageriali. Fonte di solidarietà tra impresa e sindacato, accetta di scio­perare lavorando. La sua organizzazione in tempo giusto è limitata solo dall’anarchia produttiva e da relazioni culturali non ancora riducibili a subalternità omologata. Indiffe­rente alla ripartizione mondiale dell’assetto proprietario, coglie la corruzione come instabilità gestionale e inaffidabilità tecnica. Paga i costi della crisi [<=], perché “armonizzata” col protezionismo o con la deregolamentazione, neces­sari alla gerarchia (inter)dipendente, di cui è emanazione. La sua modernizzazione e/o demodernizzazione sono variabili indipendenti da essa. È l’industrializzazione che si incarica di definirle come uno status de­mografico. È arrivando al fondo di questo status che viene posta di fronte all’alternativa di: “uguaglianza” o “protezione”.

[c.f.]

 

 

Proprietà

Brecht sintetizzò il dibattito tra comunisti con l’invito, secco e perentorio: “Compagni, parliamo dei rapporti di proprietà!”, perché questo è centrale per la comprensione di ogni modo di produzione, e in particolare di quello capita­listico, data la sua peculiare forma e capacità occultatrice. Nei recentissimi tempi di “ol­tremarxismo”, se non di espresso pentimento anche teorico, quel peculiare occultamento mistificatorio è particolarmente attivo, facendo dissolvere la proprietà nel possesso, nel controllo o nella gestione di dirigenza, o facendo­ne addirittura travisare i connotati privati e di classe. Viceversa, quella centralità è tale perché la proprietà appunto, e la relaziona­lità sociale che si innerva intorno a essa, caratterizza la società sia per la sua presenza che per la sua mancanza, sia positivamente che negativamente. In generale, Marx aveva avvertito l’esigenza di chiarire – soprattutto per i suoi stessi criteri d’analisi (nei materiali di studio da lui accantonati, che avrebbero dovuto costituire l’Introduzione del 1857 “per la critica dell’econo­mia politica”) – la sinonimia di “proprietà” e “produzione”. “Ogni produzione è un’appropriazione della natura da parte dell’indivi­duo, entro e mediante una determinata forma di società. In questo senso è una tautologia dire che la proprietà è una condizione della produzione. Ma è ridicolo saltare da questo fatto a una determinata forma della proprietà, per es. alla proprietà privata”.

Senonché, l’epoca storica del capitale porta agli estremi esiti la separazione tra proprietari non produttori e produttori non proprietari, da un lato tutta la proprietà storicamente significativa, dall’altro, al polo opposto, la sua assolu­ta mancanza, in due classi [<=] socialmente e funzionalmente distinte. Una tale sepa­razione avviene non solo tra le condizioni oggettive della produzione e del la­voro e il lavoro quale condizione soggettiva, ma perfino tra il lavoratore e il suo stesso lavoro, che gli è espropriato attraverso l’uso di forza-lavoro [<=] aliena­ta al proprietario delle condizioni oggettive di produzione. Sotto il dominio della forma di merce [<=] della produzione sociale, sia nella sua esistenza reale pratica sia nella riflessione scientifica e teorica, la proprietà capitalistica è investita necessariamente da una sua specificità con­cettuale. La proprietà capitalistica – ossia, quella “che conta” storicamente, che va con­siderata come tale – è la proprietà, economica (prima che sia riconosciuta giu­ridicamente, in forme assai diverse e spesso mascherate), delle condizioni del­la produzione sociale: importante è comprendere nell’oggettività di tali “con­dizioni” non solo, come troppo spesso si suol dire, i mezzi di produzione (strumenti, macchine, impianti), e, si sa, l’oggetto generale stesso della pro­duzione (la terra e le sue materie prime); ma anche – ciò che sovente non vie­ne considerato – l’intero apparato di conoscenze scientifiche e organizzative, senza le quali la produzione stessa non sarebbe affatto possibile o ne risulte­rebbe gravemente sminuita.

Quanti oggi credono di aver scoperto l’acqua calda, parlano di management, capitale cognitivo o general intellect, in contrapposizione fittizia alla “pro­prietà”. Non si rendono conto del rapporto di tutto ciò con le diverse forme del capitale variabile e costante, e del capitale fisso in particolare. Che ne sia­no consapevoli o meno, seguono i precetti aclassisti della sociologia struttura­lista di Parsons, che annulla la determinazione di “proprietà” in nome del “possesso”. Non sanno che qui si tratta proprio invece di elementi che costi­tuiscono parte integrante e specifica della proprietà capitalistica. E in così grande misura sono “capitale” che il “lavoro salariato” ne rimane espropriato e abbrutito, assolutamente deprivato di qualunque capacità conoscitiva e ri­flessiva. Questa proprietà è privata e di classe – ossia è l’inveramento crescente di quel processo che l’analisi marxista, partendo dalla rammentata storicizzazione della forma privatistica della proprietà originariamente comune, segue con as­soluta chiarezza indicando appunto la proprietà capitalistica, in quanto pro­prietà privata di classe, come la prima negazione della proprietà privata indi­viduale. “In seguito alla concentrazione dei mezzi di produzione e all’orga­nizzazione sociale del lavoro, il modo di produzione capitalistico sopprime, sia pure in forme contrastanti, e la proprietà individuale e il lavoro privato”, talché perfino la società per azioni quale “risultato del massimo sviluppo del­la produzione capitalistica è un momento necessario di transizione per la ri­trasformazione del capitale in proprietà dei produttori, non più per come pro­prietà privata di singoli produttori, ma come proprietà di essi in quanto asso­ciati, come proprietà sociale immediata”.

Dunque è chiaro come presso Marx, come per Hegel, la “negazione” sia dia­lettica, il che vuol dire che lo stesso “superamento” della proprietà privata – da individuale a classista – è un processo dialettico (quello che il “maestro He-leh”, per dirla con Brecht, chiamava aufhebung). La negazione della negazione, anche in questo caso del resto, non può mai ristabilire la posizione originaria, ma un supera­mento dialettico di entrambe, togliendo la forma privata alla proprietà conser­vata come produzione comune. C’è invece in giro qualche buontempone, preso dal sacro fuoco di prediche domenicali, che vorrebbe semplicemente annullare la forma capitalistica della proprietà privata per tornare indietro a quella, ugualmente privata, ma indivi­duale, che la storia ha già conosciuto, nelle forme medievali e rinascimentali dell’artisanat furieux. L’unica maniera oggi di riproporre soluzioni di tal tipo reazionario è quello, di gran moda “asinistra”, del recupero tardivo dell’auto­nomia presunta – pur entro l’incontrastato e indiscusso dominio del capitale, ma non più riconosciuto come tale – di un lavoratore “mentalmente” liberato da ogni costrizione che la forma salariale gli impone.

L’escamotage più spesso seguìto, per giustificare la capriola all’indietro verso la proprietà individuale piccolo-borghese, punta dritto sulla confusione tra proprietà (di classe) delle condizioni di produzione e proprietà (individuale) di mezzi di sussistenza e oggetti d’uso. Di quest’ultima, naturalmente, né Marx né i marxisti – non essendo stupidi come i loro superatori e critici – han­no mai negato la necessaria presenza, in qualsiasi formazione sociale: dalla proprietà individuale del perizoma degli aborigeni a quella dell’automobile di prestigio dello yuppy. Facendo pendant con i fautori del “possesso”, invece i coraggiosi “diffusori della proprietà” amano accomunare tutti sotto la medesi­ma unificante etichetta di “proprietario” [rimane necessaria la precisazione engelsiana per il ricatto borghese sulla casa], sol perché uno ha una maglia mentre l’altro una filanda, uno un giornale mentre l’altro l’intera testata: è so­lo questione di quantità, reddito e sua distribuzione, dicono in keynesiana memoria, non più capitale [<=].

[gf.p.]

 

 

Prostituzione

(sfruttamento del lavoro)

“Fare mercimonio di cosa che sia strettamente legata alla libertà e alla dignità di uomo; avvilire; fare mercimonio di se stessi, della propria persona, vender­si – dal latino prostituere, mettere in vendita, composto di pro-, davanti, e sta­tuere, porre”. Questo è il significato di prostituzione che dà il Dizionario Garzanti della lingua italiana. Non diverso il più antico Nuovissimo Palazzi che aggiunge un chiaro “ridurre a bassezza venale; abbassarsi vergognosa­mente, avvilire il proprio ingegno, il proprio carattere”. Appare evidente co­me, dallo stesso etimo latino, sia ben posto in evidenza il carattere di merce [<=] e di vendita che implica l’azione in questione, chiamando in causa semmai li­bertà [<=] e dignità, ingegno e carattere, della persona coinvolta. Non vi si trova alcun riferimento necessario al corpo della persona, o a sue specifiche parti, come oggetto della compravendita. Qualsiasi generico mercimonio di se stes­si è ugualmente definito da questa parola. Se con tale definizione si coniuga quella di sfruttamento, le idee in proposito saranno più chiare. Sempre i medesimi dizionari, ne estendono il senso, partendo materialmente dalla “terra”, per “far che renda maggior frutto di quello che potrebbe renderne normalmente, a scapito del suo mantenimento; esaurirne il vigore”, alla figu­razione, di “trarre il maggior profitto dal lavoro altrui senza ricompensarlo adeguatamente, senza offrire un’adeguata remunerazione”. Così riconducono correttamente questo concetto all’uso vantaggioso per l’acquirente di quella particolare merce offerta in uno con la propria persona da coloro che la ven­dono: ossia, scientificamente parlando, la forza-lavoro [<=].

In effetti, nulla può dirsi di più preciso – e “avvilente” – che “prostituzione” e “sfruttamento della prostituzione” in riferimento al lavoro salariato, qualsiasi genere di lavoro salariato, dall’operaio di fabbrica al bracciante, dall’impiega­to di banca al commesso, fino a travet e piccoli funzionari di grado medio basso. Senonché, così non la pensano preti ed economisti, moralisti e magistrati, po­liziotti e sindaci, che si sbracciano per circoscrivere l’uso di quei due termini – il cui significato italiano è invece chiarissimo – al solo traffico di sesso. Sicché recentemente sindaci del nord (di polo e ulivo senza distinzioni) hanno voluto colpire non solo le donne venditrici – le immigrate povere, non certo le “accompa­gnatrici” d’alto bordo degli “uomini d’affari” – ma pure gli acquirenti consumatori di tale merce, accusandoli anche di favoreggiamento, alla stregua dei protettori, nel momento in cui riaccom­pagnano le suddette donne sul “posto di lavoro”. Perché, allora, non incriminare i capitalisti che acquistano forza-lavoro e i conduttori di autobus e treni che ogni giorno ac­compagnano i lavoratori sui marciapiedi di fabbriche e uffici dove sono co­stretti ad “avvilire il proprio ingegno”?

[gf.p.]

 

 

Prostituzione generale

Nel modo di produzione capitalistico, cose che in sé e per sé non sono merci [<=], ad esempio coscienza [<=], onore ecc., dai loro possessori possono essere conside­rate in vendita per denaro e così ricevere la forma di merce, mediante il prez­zo loro attribuito. Qui l’espressione di prezzo diventa immaginaria, come cer­te grandezze della matematica. La forma di prezzo, infatti, non ammette sol­tanto la possibilità d’una incongruenza quantitativa fra grandezza di valore e prezzo, cioè fra la grandezza di valore e la sua espressione di denaro, ma può accogliere una contraddizione qualitativa, cosicché il prezzo in genere cessi d’essere espressione di valore, benché il denaro sia soltanto la forma di valore delle merci. Ciò che mediante il denaro è a nostra disposizione, ciò che noi possiamo pa­gare, ciò che il denaro può comprare, quello siamo noi. Quanto grande è il po­tere del denaro, tanto grande è il nostro potere.

Le caratteristiche del denaro sono le nostre stesse caratteristiche e le nostre forze essenziali. Ciò che noi siamo e possiamo non è quindi determinato dalla nostra individualità. Siamo brutti o brutte, ma possiamo comprarci le donne o gli uomini più belli; quindi non siamo brutti o brutte, perché l’effetto della bruttezza, la sua forza repulsi­va, è annullata dal denaro. Siamo malvagi, disonesti, senza scrupoli, stupidi; ma il denaro è onorato, e quindi anche il suo possessore. Il denaro è il bene supremo, e quindi il suo possessore è buono. Il denaro ci toglie la pena di es­ser disonesti, e quindi si presume che siamo onesti. Siamo degli stupidi, ma il denaro è la vera intelligenza di tutte le cose; e allora come potrebbe esser stu­pido chi lo possiede? Inoltre costui potrà sempre comprarsi persone intelli­genti, e chi ha potere sulle persone intelligenti, non è più intelligente delle persone intelligenti? Noi che col denaro abbiamo la facoltà di procurarci tutto quello a cui il cuore umano aspira, non possediamo forse tutte le umane facol­tà? Insomma, il modo di produzione capitalistico sviluppando fino alle estre­me conseguenze il valore di scambio finisce per identificarsi con la generale venalità, ovvero con la scambiabilità di tutti i prodotti, le cose, i sentimenti e i rapporti.

Questa prostituzione generale, però, è una fase necessaria dello sviluppo del carattere sociale delle disposizioni, delle capacità e delle attività personali. Ogni individuo ha nella sua tasca il potere sociale sotto forma di cosa. Private la cosa di questo potere sociale e si dovrà reintrodurre il dominio della perso­na sulla persona. Finché il potere del denaro non è il nexus rerum et homi­num, infatti, i legàmi devono essere organizzati sotto forma politica, religiosa ecc.

[k.m.]

(cfr. Il Capitale, I.3; Manoscritti economico-filosofici, III.42; Lineamenti fon­damentali, Q.I, f.23 e n.91)

 

 

Pubblica utilità

(nuova forma di produzione)

Il capitale in quanto tale – supposto che esista nella quantità necessaria – produrrà strade solo quando la produzione di strade è diventata una necessità per i produttori, e spe­cialmente per il capitale produttivo, ossia una condizione per la realizzazione del profitto del capitalista. Allora anche la strada rende. Ma in questi casi si pre­suppone che già esista un traffico piuttosto ampio. Si tratta del medesimo pre­supposto, in duplice forma: da un lato la ricchezza del paese concentrata e tra­sformata nella forma di capitale in quantità sufficiente da intraprendere tali la­vori come processi di valorizzazione del capitale; dall’al­tro un volume di traffi­co e una consa­pevolezza degli ostacoli rappresen­tati dalla mancanza di mezzi di comunicazione, l’una e l’altro sufficien­ti a far sì che il capitalista possa realiz­za­re il valore della strada (gradual­mente nel tempo) in quanto strada (vale a dire la sua utilizzazione). L’abban­do­no dei “lavori pubblici” da parte dello stato [<=] e il loro passaggio nel dominio dei lavori intrapresi dal capitale stesso, denuncia il grado in cui la comunità reale si è costituita nella forma del capitale.

Un paese, per esempio gli Stati Uni­ti, può anche avvertire, sotto il profi­lo produttivo, la necessità di ferrovie; tuttavia il vantaggio immediato che ne deriva per la produzione può essere troppo esiguo perché la spesa non appaia a fondo perduto. Il capitale al­lora la scarica sulle spalle dello stato, oppure, dove lo stato occupa tradizionalmente una posizione “su­perio­re” rispetto al capitale, esso possiede ancora il privilegio e la volontà di costringere la collettività a de­vol­vere u­na parte del suo reddito, non del suo capitale, in questi lavori di pub­blica utilità, i quali al tempo stesso figurano come condizioni generali della pro­duzione, e perciò non come condizione particolare per un capitalista qualsiasi – e fintantoché il capitale non assume la forma di società per azioni, esso cerca sempre soltanto le condizioni particolari della propria valorizzazione, rimetten­do quelle col­lettive all’intero paese come bisogni nazionali.

La dialettica dell’affidamento allo stato e la successiva riappropriazione dei “lavori pubblici” ruota intorno al presupposto duplice: il livello di concentrazione della ricchezza e la consape­volezza dello sviluppo della ricchezza sociale in forma capitalistica. Il primo termine rinvia direttamente alle determinazioni tecniche di monopolio naturale [<=], il secondo allo stadio dello sviluppo capitalistico in senso generale, identificato dallo stadio dei bisogni della comunità reale.

Questo risultato – la società per a­zioni – del massimo sviluppo della produzione capitalistica è un momen­to necessario di transizione per la ritrasformazione del capitale in proprietà dei produttori, ma come proprietà di essi in quanto associati, come proprietà sociale immediata. E i­noltre è momento di transizione per la trasformazione di tutte le funzioni che nel processo di riproduzione sono ancora connesse con la proprietà del capitale, in semplice funzioni dei pro­duttori associati, in funzioni sociali.

Questo significa la soppressione del modo di produzione capitalistico, nel­l’ambito dello stesso modo di produzione capitalistico, quindi è una contraddizione che si distrugge da se stessa, che prima facie si presenta co­me semplice momento di transizio­ne verso una nuova forma di produzione. Essa si presenta come tale anche all’apparenza. In certe sfere stabilisce il monopolio e richiede quindi l’inter­vento dello Stato.

Si arriva così, in singoli settori in cui il grado della produzione lo permette, a concentrare tutta quanta la produzione di un settore in una grande “società per azioni”, a direzione unica. La direzione tecnica rimane nelle stesse mani di prima, mentre la direzione strategica si trova concentrata nelle mani della direzione generale. In tal modo, in questi settori, la concorrenza è sostituita dal monopolio, e si prepara così, con nostra grande soddisfazione, la futura espropriazione da parte della società intera, da parte della nazione. 

[k.m.- f.e.]

(cfr. Marx. Lineamenti, q.V; Capitale, libro III, cap.27; Engels, Commenti al Capitale, l. III)