Soldati

(obbedienza e amor patrio)

Dopo la prima guerra mondiale, vedemmo, su una pubblica piazza della cittadina portuale di La Ciotat, nella Francia del sud, che festeggiava con una fiera il varo d’una nave, la bronzea statua d’un soldato dell’esercito francese, attorno alla quale si pigiava la folla. Avvicinandoci, scoprimmo che era un uomo vivo con un cappot­to color terra. L’elmo d’acciaio in testa e baionetta in canna, se ne stava immobile nel caldo sole di giugno sul­lo zoccolo di pietra. Aveva il viso e le mani tinti d’un color bronzeo. Non muoveva un muscolo né batteva ci­glio. Ai suoi piedi un pezzo di cartone, sul quale si potevano leggere le parole seguenti, era appoggiato allo zoccolo:

L’UOMO STATUA (Homme Statue)

Io, Charles-Louis Franchard, soldato del ... mo reggimento, dopo essere stato sepolto dalle macerie davanti a Verdun, ho acquistato l’insolita capacità di rimanere perfettamente immobile e di comportarmi come una statua quanto mi piaccia. Tale mia arte fu esaminata da molti professori e definita malattia inspiegabile. Date, ve ne prego, ad un padre di famiglia senza lavoro il vostro piccolo obolo!

Gettammo una moneta nel piatto che era accanto a quel cartello e proseguimmo scuotendo la testa.

È qui dunque, pensammo, armato fino ai denti, l’indistruttibile soldato di molti millenni; è con lui che s’è fatta la storia; è lui che ha reso possibili tutte le grandi imprese di Alessandro, di Cesare e Napoleone delle quali leg­giamo nei libri di scuola. Eccolo. Non batte ciglio. È questo l’arciere di Ciro, il conduttore dei carri falcati di Cambise che la sabbia del deserto non è riuscita a seppellire definitivamente, il legionario di Cesare, il lanciere di Gengis-Khan, lo svizzero di Luigi XIV e il granatiere di Napoleone I. Egli ha appunto la capacità, dopo tutto non tanto insolita, di far finta di nulla quando tutti gli strumenti di distruzione immaginabili vengono provati su di lui. Rimane insensibile come una pietra (dice lui) quando lo mandano alla morte. Trafitto dalle lance delle età più diverse, della pietra, del bronzo, del ferro; trasportato dai carri da guerra, quelli di Artaserse e quelli del generale Ludendorff; calpestato dagli elefanti di Annibale e dalle squadre dei cavalieri di Attila; sfracellato dai proiettili metallici dei cannoni sempre più perfetti di parecchi secoli, ma anche dalle pietre volanti delle cata­pulte; straziato da pallottole grosse come uova di colomba e piccole come api; comandato incessantemente in ogni sorta di lingue e senza mai sapere perché e a che scopo; indistruttibile egli sta. Non ha preso possesso del­le terre conquistate come il muratore non abita la casa che ha costruita. Né mai gli appartenne il paese che ha difeso. Neppure la sua arma o la sua divisa gli appartengono. Ma egli sta: su di lui la pioggia mortale degli aerei e la pece ardente delle mura cittadine, sotto di lui mine e trabocchetti, attorno a lui peste e gas asfissianti – esca di carne per frecce e giavellotti, fanghiglia per i carri armati, fornello a gas; davanti a lui il nemico e dietro il generale!

Ah! le mani innumerevoli che gli hanno tessuto la giubba, battuto la corazza, tagliato gli stivali! le infinite ta­sche riempite per suo mezzo! l’urlo smisurato in tutte le lingue del mondo che l’ha infiammato! Non c’è Dio che non l’abbia benedetto! lui che è affetto dalla spaventosa lebbra della pazienza, minato dal male inguaribile dell’insensibilità! Che seppellimento è mai questo, pensammo, cui egli deve tale malattia, quest’orribile, straordinaria malattia tanto contagiosa? Non potrebbe alla fine, ci chiedemmo, essere guaribile?

E a proposito dell’amor patrio o dell’odio per la patria altrui, il signor K. non riteneva necessario vivere in un paese determinato. E diceva: “Posso patire la fame dovunque”. Un giorno però, che girava per una città occupa­ta dal nemico del paese in cui viveva, gli venne incontro un ufficiale nemico e lo costrinse a scendere dal mar­ciapiede. Scendendo, il signor K. s’accorse d’essere indignato non solo contro quell’uomo, ma particolarmente contro il paese al quale quell’uomo apparteneva, al punto da desiderare che fosse cancellato dalla faccia della terra. “Come mai – domandò il signor K. – in quel minuto sono diventato nazionalista?”. Proprio perché ho in­contrato un nazionalista. Ed è per questo che bisogna estirpare l’imbecillità, giacché essa rende imbecilli chi l’incontra.

Alcuni ritenevano che avendo Hui-jeh oppresso molti popoli, in questi popoli il nazionalismo dovesse determi­nare qualche cosa di utile, cioè la caduta di Hui-jeh. Me-ti disse disapprovando: “Se questi popoli scuotono il giogo di Hui-jeh in modo nazionalistico, si sobbarcheranno il giogo dei loro propri signori. Il     nazionalismo dei grandi signori giova ai grandi signori. Il nazionalismo della povera gente giova anch’esso ai grandi signori. Il nazionalismo non diventa migliore per il fatto che si celi sotto i panni della povera  gente, anzi allora diventa totalmente assurdo”. Me-ti diceva: “Nel Grande Ordine rientra il diritto dei popoli alla autodeterminazione”, e aggiungeva: “A con­dizione che si eserciti a favore del Grande Ordine”. Abbiamo visto che il popolo, che viveva in pace con altri popoli, alimentava la guerra civile tra le sue proprie classi. Ma la guerra con altri popoli, cagionata dalle guerre tra le classi, portò alla pace civile tra le classi. Ep­pure al contempo aggravò la guerra tra le classi; così cessò la pace civile e la guerra delle classi concluse la guerra dei popoli.

[b.b.]

(da Bertolt Brecht, Il soldato di La Ciotat e Storielle del sig. Keuner da Storie da calendario; Me-ti)

 

 

Sovraproduzione

(la crisi secondo i padroni)

Toh ... la sovrapproduzione. Ma nessuno l’ha invitata. Anche gli analisti finanziari, però, devono tenerne conto nelle loro researches destinati agli investitori, agli agenti del capitale. Così nel suo Global equity strategy del 25 giugno, la banca d’affari J.P.Morgan tecnicamente informa, tra un grafico e l’altro: “Ecco perché noi siamo scettici sul settore dei semiconduttori: non c’è alcun segno di pieno utilizzo della capacità produttiva. Anche la notevole riduzione degli investimenti non sarà sufficiente per stabilizzare i tassi di utilizzo, e i prez­zi, se la domanda non inizia a riprendere. Si prenda ad esempio il segmento Dram [una componente dei semiconduttori – ndr]. Abbiamo iniziato l’anno con i prezzi che sono crollati verticalmente (like a stone) per la generalità dei produttori di Dram e ora il prezzo è sotto il costo variabile di produzione.

Questo sembrerebbe essere l’inne­sco naturale per una fase di consolidamento dell’industria. Nessuna speranza (not a hope). Il pieno utilizzo degli impianti era auspicato e atteso attraverso la chiusura [!!!] di Hynix semiconductors e dei suoi impianti [fantastico!]. Ma la società è riuscita ad emettere un prestito obbligazionario pari 1,3 miliardi di dollari e questo aumento di capitale convincerà i creditori a differire la riscossione dei crediti. Hinyx dunque sopravviverà appena e il risultato sarà che la capacità produttiva del settore rimarrà ancora intatta per qualche tempo”.

Grandissimo pezzo di interpretazione marxiana della storia.

Questi gli elementi:

1. la sovrapprodduzione persiste ed è causa di crisi [<=] (attraverso la crisi dei prezzi);

2. la crisi innesca un ciclo di concentrazione industriale;

3. l’unica via di uscita dalla crisi è il fallimento di qualcuno (vittima sacrificale qui è la Hinyx, che però si è sottratta agli auspici dei fratelli avvoltoi), veicolo oggettivo di concentrazione;

4. il differimento della crisi avviene nella sfera della circolazione [<=] (prestito obbligazionario). Ma è appunto soltanto un differimento, come lamenta nella sostanza J.P.Morgan, alla fine del commento: sopravviverà inutilmente perché provvisoriamente. Tan­to vale che crepi subito e faccia vivere chi rimane. Insomma, ma che modi! Un minimo di regole civili, questa Hinyx le vuole rispettare o no?

La realtà però a volte si vendica dei torti subiti. È del 14 agosto l’amara notizia che proprio J.P.Morgan deve ridurre il personale per la crisi che ha colpito le banche d’affari nel 2001, isola felice e vigorosa dell’occupa­zione bancaria soltanto due anni fa. Il contrappasso transita dunque nella sovrapproduzione di analisi economiche e finanziarie per gli investitori. A ciascuno la propria sovrapproduzione, perbacco.

Qualche dato inevitabile sulla competizione in job cuttings di questi campioni dell’analisi economica e in­dustriale, protagonisti attivi della recente bolla speculativa “dotcom” : in testa J.P.Morgan (7000 in meno); segue Merryl Lynch (3900); abbiamo poi Credit Suisse First Boston (3250). Includendo Deutsche Bank, Morgan Stanley, Goldman Sachs e così via si arriva a 25430 licenziati nel settore negli ultimi mesi, con punta a giugno.

Le banche d’affari hanno anticipato di due mesi l’applicazione dell’aboli­zio­ne, in Italia, dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, recentemente supportata da tutti, figli e padri di tutte le stagioni.

Di giugni schifosi ne avevamo avuti molti, ma come questo mai.

Insuperabile.

[m.g.]

 

 

Speculazione # 1

Nella terminologia economica l’espressione “speculazione” è stata molto usata negli ul­timi anni, insieme ad una serie di sinonimi più o meno appropriati come fi­nanziarizzazione, [o altri stranieri quali quick buck, zaitech, ecc.]. In tutti i casi il significato prevalente è stato quello di un’attività volta a conseguire dei guadagni attraverso operazioni finanziarie. La speculazione può essere condotta principalmente sulle azioni (in borsa [<=]), sui titoli obbligazionari pubblici e privati e sulle monete, oltre a tutta una se­rie di altri prodotti finanziari derivati da questi (opzioni, swap, future, ecc.). I guadagni speculativi vengono conseguiti fondamentalmente con l’acquisto di questi prodotti finanziari a prezzi più bassi di quelli di vendita. Trattandosi appunto di un’attività di compravendita è evidente che la somma dei guadagni e quella delle perdite dei partecipanti al mercato, in un dato momento, deve eguagliarsi. Quindi non viene creata nessuna nuova ricchezza reale, ma sem­plicemente viene distribuita in proporzioni variabili quella già esistente. Que­sto fatto ha dato àdito a notevoli confusioni, circa il ruolo economico della speculazione nell’ambito delle economie capitalistiche. Infatti, all’esaltazione di questa attività economica, nel decennio reaganiano, ha fatto séguito la ri­provazione per i suoi eccessi, in una contrapposizione fra “economia di carta” ed “economia reale” che ha sùbito assunto un sapore moralistico. Il fatto è che sembra di assistere, nel corso del tempo, ad un eterno movimento pendolare fra i due atteggia­menti, senza che venga avanzata, in entrambi i casi, una corretta valutazione.

In realtà la speculazione finanziaria non è un aspetto patologico della realtà economica capitalistica, bensì un meccanismo con una precisa funzionali­tà. Innanzitutto la speculazione è una parte consistente delle attività interne alla circolazione [<=] del capitale monetario [<=]. Ma la sua peculiarità è dovuta al fat­to che il capitale monetario che essa mette in movimento è di tipo particolare. Infatti il capitale monetario propriamente detto è quel denaro che acquista forza-lavoro [<=] da impiegare nel processo produttivo, per ricavarne un plusvalo­re [<=]. Parte di questo plusvalore viene ottenuto dal capitalista monetario, come guadagno per l’uso del suo capitale, in forma di interesse. Però gran parte di quelli che appaiono come capitali monetari, che cioè do­vrebbero fruttare un interesse, non lo sono realmente a priori, ma possono di­ventarlo o meno solo a posteriori. Marx a questo proposito fa uso della cate­goria del capitale fittizio [<=]: “La formazione di capitale fittizio la si chiama capi­talizzazione. Si capitalizza ogni reddito regolare e periodico, considerandolo in base al tasso medio dell’interesse come provento che verrebbe ricavato da un capitale dato in prestito a questo tasso d’interesse... Svanisce così anche l’ultima traccia di qualsiasi rapporto con l’effettivo processo di valorizzazio­ne del capitale e si consolida l’idea che rappresenta il capitale come automa che si valorizza di per se stesso”. La speculazione è esattamente quel proces­so economico che crea e distrugge il capitale fittizio, cioè dice Marx: “il va­lore di mercato di questi titoli è in parte speculativo, essendo determinato non dal provento reale, ma dal provento previsto, calcolato in anticipo”.

Quindi se i proventi reali (la massa di plusvalore creata nella produzione) corrispondono a quelli previsti, quei capitali fittizi opereranno realmente come capitali mo­netari e si approprieranno di una quota di plusvalore in forma di interesse; al­trimenti si svalorizzeranno mostrando così, a posteriori, la loro natura fittizia. In questo modo però essi svolgono un ruolo fondamentale, perché la svaloriz­zazione non è mai ugualmente distribuita fra i partecipanti al mercato. Proprio la distribuzione ineguale della svalorizzazione dei capitali fittizi è l’effettiva funzione economica della speculazione. Essa agevola la centralizzazione [<=] dei capitali monetari in pochi grandi operatori oligopolisti, i cui grandi guadagni derivano dalle molteplici piccole (o grandi) perdite, frazionate su una massa il più ampia possibile di capitalisti fittizi. Questo processo avviene incessantemente in tutti i mercati finanziari, ed è di­stribuito su migliaia di prodotti finanziari il cui prezzo sale e scende continua­mente. Quindi in uno stesso momento alcuni capitali fittizi vengono creati ed altri distrutti, e, data l’interconnessione telematica mondiale dei principali mercati [<=], la creazione e la svalorizzazione possono avvenire, oltre che in uno stesso mercato, agli angoli opposti del pianeta. Tuttavia quando la media complessiva di questi prezzi sale o scende, per un tempo prolungato, si evi­denziano delle fasi in cui la creazione o la svalorizzazione di capitale fittizio divengono un processo generale.

L’alternanza di questi periodi nel tempo si è manifestata prima all’inizio degli anni ottanta con l’onda crescente (ad es. con il rialzo delle borse), poi alla fine degli stessi con l’inversione della direzione. Questo movimento è dovuto alla dinamica mondiale dell’accumulazione di capitale. Infatti lo scoppio dell’ultima di crisi di sovraproduzione [<=], all’inizio degli anni ‘70, aveva lasciato in eredità al decennio successivo una enorme pletora di capitale monetario da prestito [<=] (come lo chiamava Marx). Quindi questo capitale liquido, inutilizzabile nella sfera produttiva, si era gettato nei mercati finanziari dando il via all’impetuoso movimento di creazione di capi­tale fittizio, che ha percorso il mercato mondiale nella prima metà degli anni ottanta. La svalorizzazione seguente ha svolto il suo compito di centralizza­zione [<=] dei capitali dispersi, permettendo poi nuovi investimenti produttivi nei punti del mercato mondiale profittevoli (come ad es. in America latina, dall’inizio degli anni ‘90). In Italia questa dinamica ha influito sui prezzi delle azioni quotate in borsa, che hanno raggiunto il massimo alla metà dell’86. Tuttavia dato lo scarso pe­so della borsa italiana, il processo di creazione e svalorizzazione del capitale fittizio si è avvalso soprattutto della forma dei titoli pubblici. La storia della crescita del debito pubblico italiano negli anni ottanta e dei provvedimenti successivi per la sua riduzione, è stata la versione nazionale principale della speculazione mondiale.

[o.l.]

 

 

Speculazione # 2

(bancocrazia)

Il progresso della produzione capitalistica non crea soltanto un mondo di godimenti, apre anche con la specula­zione [<= #1] e col credito mille fonti di arricchimento improvviso. A un certo livello di sviluppo un grado convenzio­nale di sperpero, che è allo stesso tempo ostentazione della ricchezza e quindi mezzo di credito, diventa addirit­tura necessità di mestiere per il “disgraziato” capitalista. Il lusso rientra nelle spese di rappresentanza del capi­tale. Benché la prodigalità del capitalista non abbia mai il carattere di buona fede che ha la prodigalità dello spensierato signore feudale, e benché anzi nello sfondo stiano sempre in agguato la più sudicia avarizia e il cal­colo più pavido, tuttavia la sua prodigalità cresce col crescere della sua accumulazione, senza che l’una pregiu­dichi l’altra. Tuttavia, con il crescere dell’accumulazione, nel seno sublime dell’individuo capitalista si accen­de un conflitto faustiano tra istinto di accumulazione e istinto di godimento. Come con un colpo di bacchetta magica, il debito pubblico conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia avuto bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. Anche astrazion fatta dalla classe di gente oziosa, vivente di rendita, che così viene creata, e della ricchezza improvvisata dei finanzieri che fanno da intermediari tra governo e nazione, il debito pubblico ha fatto nascere il gioco di borsa [<=] e la banco­crazia moderna.

Quanto più acute e frequenti diventano le rivoluzioni di valore del capitale, tanto più il corso della produzione normale viene ad assoggettarsi alla speculazione anormale, tanto più grande diventa il pericolo per l’esistenza dei capitali singoli. Se il credito appare come la leva principale della sovraproduzione e della sovraspeculazio­ne, ciò avviene soltanto perché il processo di produzione, che per sua natura è elastico, viene qui spinto al suo estremo limite, e vi viene spinto proprio perché una gran parte del capitale complessivo viene impiegato da co­loro che non ne sono proprietari, i quali quindi agiscono in tutt’altra maniera dai proprietari, i quali, quando operano personalmente, hanno paura di superare i limiti del proprio capitale privato. Da ciò risulta chiaro soltanto che la valorizzazione del capitale, fondata sul carattere antagonistico della produ­zione capitalistica, permette l’effettivo, libero sviluppo soltanto fino a un certo punto, quindi costituisce di fatto una catena e un limite immanente alla produzione, che viene costantemente spezzato dal sistema creditizio. In quanto il tasso di valorizzazione del capitale complessivo, il tasso del profitto, è lo stimolo della produzione capitalistica (come la valorizzazione del capitale ne costituisce l’unico scopo), la sua caduta rallenta la forma­zione di nuovi capitali indipendenti e appare come una minaccia per lo sviluppo del processo capitalistico di produzione; favorisce infatti la sovraproduzione, la speculazione, le crisi [<=], un eccesso di capitale contempora­neamente a un eccesso di popolazione.

L’horror che gli economisti, come Ricardo, provano di fronte alla ten­denza a decrescere del tasso di profitto, è ispirato soprattutto dal fatto che il modo di produzione capitalistico trova nello sviluppo delle forze produttive, un limite il quale non ha nulla a che vedere con la produzione della ricchezza come tale. All’accumulazione del capitale monetario [<=] contribuiscono coloro che hanno racimolato un gruzzoletto e si riti­rano dalla riproduzione; e quanto maggiore è il profitto che è stato realizzato nel corso del ciclo industriale, tanto maggiore è il numero di queste persone. L’accumulazione del capitale monetario da prestito [<=] esprime qui, d’altro lato, soltanto la misura della trasformazione dei capitalisti industriali in semplici capitalisti monetari. Ciò può essere dovuto a due cause: la sfera della produzione, in cui il capitale è impiegato, è satura; oppure l’accumulazione, per poter operare come capitale, deve aver raggiunto prima una certa consistenza, in rapporto alla scala dell’investimento del capitale nuovo. Se l’impiego di nuova accumulazione incontra delle difficoltà, se mancano le sfere di investimento, e si ha di conseguenza una saturazione dei rami di produzione e un’eccessiva offerta dei capitali da prestito, questa pleto­ra di capitale monetario da prestito attesta semplicemente i limiti della produzione capitalistica.

La speculazio­ne creditizia che ne segue prova che non esiste alcun ostacolo positivo all’impiego di questo capitale ecceden­te. Vi è tuttavia un ostacolo dovuto alle leggi della sua valorizzazione, ai limiti in cui il capitale può valorizzar­si in quanto capitale. Già per il fatto che l’accumulazione del capitale da prestito si estende per effetto di elementi indipendenti dall’accumulazione effettiva, ma che tuttavia l’accompagnano, si deve creare in determinate fasi del ciclo una co­stante pletora di capitale monetario, e questa pletora deve svilupparsi con il perfezionarsi del credito. Con essa si deve quindi contemporaneamente accentuare la necessità di spingere il processo di produzione al di là dei suoi limiti capitalistici: eccesso di commercio, eccesso di produzione, eccesso di credito. Contemporaneamente ciò deve assumere sempre delle forme che provocano una reazione. La quantità di mezzi di circolazione [<=] raggiunge il suo massimo al momento di massima espansione e di massi­ma speculazione: allora scoppia la crisi. Quando la crisi ha inizio si tratta soltanto di una questione di mezzi di pagamento. Ma poiché ognuno dipende dall’altro per il rientro di questi mezzi di pagamento, e nessuno sa se l’altro sarà in condizioni di pagare alla scadenza, subentra una vera caccia al tesoro per procacciarsi i mezzi di pagamento che si trovano sul mercato. Ciascuno sa, in ogni imbroglio di speculazione di borsa, che il tempora­le una volta o l’altra deve scoppiare, ma ciascuno spera che il fulmine cada sulla testa del suo vicino, e non pri­ma che egli abbia raccolto e portato al sicuro la pioggia d’oro. Après moi, le déluge! – è il motto di ogni capitali­sta e di ogni nazione [<=] capitalistica.

La libera concorrenza fa valere le leggi immanenti della produzione capitalistica come legge coercitiva esterna nei confronti del capitalista singolo. Nella società capitalistica, in cui l’intelletto sociale si fa valere sempre sol­tanto post festum, possono e devono intervenire costantemente grandi perturbamenti. Da un lato, pressione sul mercato monetario, mentre, viceversa, il mercato monetario favorevole a sua volta dà origine a una massa di imprese, cioè causa proprio le circostanze che più tardi dànno origine alla pressione sul mercato monetario. Questo è soggetto a pressione poiché è necessario costantemente per un lungo arco di tempo un’anticipazione di capitale monetario su larga scala, prescindendo dal fatto che industriali e commercianti gettano in specula­zioni il capitale monetario necessario per l’esercizio della loro impresa e lo sostituiscono con prestito sul mer­cato monetario. Costantemente vengono sottratti al mercato elementi del capitale produttivo e in luogo di que­sti viene gettato sul mercato soltanto un equivalente in denaro. Si aggiunge che, mentre durante questo tempo si compiono regolarmente frodi, avviene un grande trasferimento di capitale. Una banda di speculatori, appaltato­ri, ingegneri, avvocati, ecc., si arricchisce. “L’attuale legislazione bancaria è un’istituzione molto ben organiz­zata per trasferire periodicamente i profitti delle industrie nelle tasche degli usurai” (E. Capps, Bank acts, 1857).

[k.m.]

(le pagine che precedono sono variamente tratte dai capitoli I.8,22,24; II.4,16; III.15, 27,30-33,36 dei tre libri del Capitale)

 

 

Stabilizzazione

Destabilizzazione, ovvero “distruggere conformemente a uno scopo” (He­gel)

Le vie attraverso le quali l’organismo sociale [<=] vigente opera per la propria conservazione o stabilizzazione sono diverse. Ci limiteremo a ricordarne quat­tro:

1) difendendo tale organismo con la forza delle armi (polizia, esercito in fun­zione “antisommossa”, squadre speciali, gruppi paramilitari, stragismo di sta­to, ecc.);

2) difendendolo con le leggi (difesa proprietà [<=] privata, limitazioni libertà di stampa [<=] e di parola, chiusura di spazi di agibilità politica, ecc);

3) difendendolo con l’argomento che esso sarebbe dettato da un essere divino, cosicché ogni tentativo di infrangerlo sarebbe sacrilego (tradizioni, credenze religiose, senso comune più retrivo, ecc.);

4) difendendolo con la propaganda basata sulla pretesa che esso sarebbe “il migliore dei mondi possibili” (comunicazione neocorporativa [<=], che porta all’i­dentificazione con esso, e i suoi corollari di virtù, moralità, ecc.).

La destabilizzazione dell’organismo sociale vigente è un’avventura di cui non si può prevedere l’esito. È per l’appunto questa imprevedibilità (insieme alle difficoltà dell’impresa) che atterrisce un gran numero di persone. Si ha paura dell’ignoto, donde la riluttanza (sapientemente propagandata) a sostituire un organismo sociale con un altro (con un altro stato di cose). È ovvio che l’or­ganismo sociale attuale, il quale rappresenta, nella sua complessità, la sche­matizzazione dell’ordine vigente, ha meccanismi interni di difesa, che devono cioè opporsi frontalmente a ogni tentativo di diffondere e far trionfare la de­stabilizzazione.

Destabilizzare è molto difficile, poiché non si tratta di destabilizzare cose ma­teriali, si tratta di destabilizzare “rapporti” invisibili, impalpabili, anche se si nascondono nelle cose materiali. È destabilizzatore (e dunque creatore) chi destabilizza il vecchio per mettere alla luce, fare affiorare il nuovo che è dive­nuto “necessario”, e urge implacabilmente al limitare della storia. Vi sono va­ri modi di effettuare la destabilizzazione. Vi è anzitutto un modo “mentale”, consistente nel tentativo di inserire i processi di destabilizzazione nella gran­de tradizione della filosofia dialettica che comporta, com’è ben noto, non solo la valorizzazione del movimento, ma in generale la valorizzazione, entro il movimento, della antitesi. Il modo mentale, così come noi lo intendiamo, pre­suppone la tensione verso il superamento della separatezza del lavoro intellet­tuale, teorico e artistico. Vi è poi un altro modo, pratico, di diffondere la de­stabilizzazione: cioè partecipando con l’azione personale ai movimenti che contestano l’ordine vigente e che operano per sostituirgliene un altro. La con­sapevolezza che il superamento nel pensiero lascia intatta la realtà, spinge ad agire internamente al complesso dei due modi appena delineati: diffondere la destabilizzazione, o almeno la possibilità di essa, dentro le forme, mentali e pratiche, della critica sociale.

[n.g.]

 

 

Stati uniti d’Europa

Il nostro partito aveva deliberato di soprassedere sulla questione della parola d’ordine: “Stati uniti d’Eu­ropa”, finché non se ne fosse discusso sulla stampa il lato economico. La discussione di tale problema aveva preso un carattere politico unilaterale. In parte, ciò è forse dovuto al fatto che questa parola d’ordine era stata espressamente formulata come parola d’ordi­ne politica, e non solo si preconizzavano gli Stati uniti repubblicani d’Eu­ropa, ma si sottolineava specialmente che questa parola d’ordine è assurda e bugiarda “senza l’ab­battimento rivoluzionario delle monarchie tedesca, austriaca e russa”.

Opporsi, entro i limiti degli apprezzamenti politici di questa parola d’or­dine, a tale impostazione della questione mettendosi, per esempio, dal punto di vista che essa offusca o indebolisce la parola d’ordine della rivoluzione socialista, sarebbe assolutamente errato. Le trasformazioni politiche con tendenze effettivamente democratiche, e ancor più le rivoluzioni politiche, non possono in nessun caso, mai e a nessuna condizione, né offuscare né indebolire la parola d’ordine della rivoluzione socialista. Al contrario, esse avvicinano sempre più questa rivoluzione, ne allargano la base, attirano alla lotta socialista nuovi strati della piccola borghesia e delle masse semiproletarie. D’altra parte, le rivoluzioni politiche sono i­nevitabili durante lo sviluppo della ri­voluzione socialista, la quale non deve essere considerata come un atto singolo, bensì come un periodo di tempestose scosse politiche ed economiche, della più acuta lotta di classe, di guerra civile, di rivoluzioni e di controrivoluzioni.

Ma se la parola d’ordine degli Stati uniti repubblicani d’Europa, collegata all’abbattimento rivoluzionario delle tre monarchie europee più reazionarie, con la monarchia russa alla testa, è assolutamente inattaccabile come parola d’ordine politica, rimane pur sempre da risolvere la questione del suo contenuto e significato e­conomico. Dal punto di vista delle condizioni economiche dell’imperialismo [<=], ossia dell’esportazione del capitale e della spartizione del mondo da parte delle potenze coloniali “progredite” e “civili”, gli Stati uniti d’Europa in regime capitalistico sarebbero o impossibili o reazionari.

La prospettiva della spartizione della Cina – assoggettata al controllo economico di gruppi di finanzieri e di “investitori di capitale” intenti a pompare profitti per consumarli in Europa – dà origine al seguente apprezzamento economico di Hobson: “La più grande parte dell’Europa occidentale potrebbe assumere l’aspet­to e il carattere ora posseduti soltanto da alcuni luoghi, visitati dai turisti e abitati da gente ricca. Si avrebbe un piccolo gruppo di ricchi aristocratici, traenti le loro rendite e i loro dividendi dal lontano oriente;  accanto un gruppo alquanto più numeroso di impiegati e di commercianti e un gruppo ancora maggiore di domestici, lavoratori dei trasporti e operai occupati nel processo finale della lavorazione dei prodotti più svariati. Allora scomparirebbero i più importanti rami d’industria e gli alimenti e i prodotti base affluirebbero come tributo dall’Asia o dall’Africa. Ecco quale possibilità sarebbe offerta da una più vasta lega delle potenze occidentali, da una federazione europea delle gran­di potenze. Essa potrebbe presentare il gravissimo rischio di un parassitismo occidentale. Le classi elevate di un gruppo di nazioni industriali più progredite si produrrebbero grandi mas­se di impiegati e di servitori addomesticati, che sarebbero occupati nel servizio personale o in lavori industriali di secondo ordine sotto il controllo della nuova aristocrazia finanziaria”. Hobson ha completamente ragione. Qui è posto nel suo vero valore il significato degli “Stati uniti d’Europa” nell’odierna congiuntura im­perialistica. L’imperialismo, che significa la spartizione di tutto il mondo e lo sfruttamento non soltanto della Cina, che significa alti profitti monopolistici a beneficio di un piccolo gruppo di paesi più ricchi, crea la possibilità economica di corrompere gli strati superiori del proletariato.  

Il capitale è divenuto internazionale e monopolistico. Il mondo è diviso tra un piccolo numero di grandi potenze, vale a dire tra le potenze che sono meglio riuscite a spogliare e ad asservire su grande scala altre nazioni. Quattro grandi potenze europee: Inghilterra, Francia, Russia e Germania, con una popolazione fra i 250 e i 300 milioni d’abitanti e con una superficie di circa 7 milioni di chilometri quadrati, posseggono colonie con circa mezzo miliardo di abitanti e una superficie di 64,6 milioni di chilometri quadrati, cioè circa la metà del globo terrestre (pari a 133 milioni di chilometri quadrati, senza le regioni polari). Aggiungete a questo i tre stati asiatici, la Cina, la Turchia, la Persia, i quali sono ora fatti a pezzi dai briganti che conducono la guerra “liberatrice”, e cioè dal Giappone, dalla Russia, dall’Inghilterra e dalla Francia. Quei tre stati asiatici, i quali potrebbero essere definiti semicolonie (in realtà oggi sono colonie per 9/10), hanno una popolazione di 360 milioni e una superficie di 14,5 milioni di chilometri quadrati (cioè circa una volta e mezza la superficie di tutta l’Eu­ropa).

Inoltre, l’Inghilterra, la Francia e la Germania hanno investito all’estero non meno di 70 miliardi di rubli di capitale. Per ricevere un profitto “legale” da questa bella somma – un profitto di più di 3 miliardi di rubli all’anno – esistono dei comitati nazionali di milionari, chiamati governi, provvisti di eserciti e di flotte da guerra, i quali “installano” nelle colonie e semicolonie i figli e i fratelli del “signor miliardo”, in qualità di viceré, consoli, ambasciatori, funzionari di ogni sorta, preti e simili sanguisughe. Così è organizzata, nel periodo del più alto sviluppo del capitalismo, la spoliazione di circa un miliardo di uomini da parte di un gruppetto di grandi potenze. E nessun’altra forma di organizzazione è possibile in regime capitalistico. Rinunciare alle colonie, alle “sfere di influenza”, all’e­sportazione di capitali? Pensare questo, significherebbe mettersi al livello del pretonzolo che ogni domenica predica ai ricchi la grandezza del cristianesimo e consiglia di fare dono ai poveri ... se non di qualche miliardo, almeno di qualche centinaio di rubli all’anno.

In regime capitalistico, gli Stati uniti d’Europa equivalgono a un accordo per la spartizione delle colonie. Ma in regime capitalistico non è possibile altra base, altro principio di spartizione che la forza. Il miliardario non può dividere con altri il “reddito nazionale” di un paese capitalista, se non secondo una determinata proporzione: “secondo il capitale” (e con un supplemento, affinché il grande capitale riceva più di quel che gli spetta). Il capitalismo è proprietà privata dei mezzi di produzione e anarchia della produzione. Predicare una “giusta” divisione del reddito su tale base è proudhonismo, ignoranza piccolo-bor­ghese, filisteismo. Non si può dividere se non “secondo la forza”. È la forza che cambia nel corso dello sviluppo economico. Dopo il 1871 la Germania si è rafforzata tre o quattro volte più dell’Inghilterra e della Fran­cia, e il Giappone dieci volte più rapidamente della Russia. Per mettere a prova la forza reale di uno stato capitalista, non c’è e non può esservi altro mezzo che la guerra. La guerra non è in contraddizione con le basi della proprietà privata, ma è il risultato diretto e inevitabile dello sviluppo di queste basi. In regime capitalistico non è possibile un ritmo uniforme del­lo sviluppo economico, né delle piccole aziende, né dei singoli stati. In regime capitalistico non sono possibili altri mezzi per ristabilire di tanto in tanto l’equilibrio spezzato, al di fuori della crisi nell’industria e della guerra nella politica.

Certo, fra i capitalisti e fra le potenze sono possibili degli accordi temporanei. In tal senso sono anche possibili gli Stati uniti d’Europa, come accordo fra i capitalisti europei ... Ma a qual fine? Soltanto al fine di schiacciare tutti insieme il socialismo in Europa e per conservare tutti insieme le colonie accaparrate contro il Giappone e l’America, che sono molto lesi dall’attuale spartizione delle colonie e che, nell’ultimo cinquantennio, si sono rafforzati con rapidità incomparabilmente maggiore dell’Europa arretrata, monarchica, la quale comincia a putrefarsi per senilità. In confronto agli Stati uniti d’America, l’Europa, nel suo insieme, rappresenta la stasi economica. Sulla base economica attuale, ossia in regime capitalistico, gli Stati uniti d’Euro­pa significherebbero l’organizzazione della reazione per frenare lo sviluppo più rapido dell’America. Il tempo in cui la causa della democrazia e del socialismo concerneva soltanto l’Eu­ropa, è passato senza ritorno.

Gli Stati uniti del mondo (e non d’Eu­ropa) rappresentano la forma statale di unione e di libertà delle nazioni, che per noi è legata al socialismo, fino a che la completa vittoria del comunismo non porterà alla sparizione definitiva di qualsiasi stato, compresi quelli democratici. La parola d’ordine degli Stati uniti del mondo, come parola d’ordine indipendente, non sarebbe forse giusta, innanzitutto perché essa coincide con il socialismo; in secondo luogo, perché potrebbe in­generare l’opinione errata dell’impos­sibilità della vittoria del socialismo in un solo paese e la concezione errata dei rapporti di tale paese con gli altri.

L’ineguaglianza dello sviluppo economico e politico è una legge assoluta del capitalismo. Ne risulta che è possibile il trionfo del socialismo al­l’inizio in alcuni paesi o anche in un solo paese capitalistico, preso separatamente. Il proletariato vittorioso di questo paese, espropriati i capitalisti e organizzata nel proprio paese la produzione socialista, si solleverebbe contro il resto del mondo capitalista, attirando a sé le classi oppresse degli altri paesi, spingendole ad insorgere contro i capitalisti, intervenendo, in caso di necessità, anche con la forza armata contro le classi sfruttatrici ed i loro stati. La forma politica della società nella quale il proletariato vince abbattendo la borghesia, sarà la repubblica democratica che centralizzerà sempre più la forza del proletariato di una nazione, o di più nazioni, per la lotta contro gli stati non ancora passati al socialismo. Impossibile è la soppressione delle classi senza la dittatura della classe oppressa, del proletariato. Impossibile la libera unione delle nazioni nel socialismo senza una lotta ostinata, più o meno lunga, fra repubbliche socialiste e stati arretrati. In forza di queste considerazioni, la parola d’ordine degli Stati uniti d’Europa è sbagliata.

 [v.l.]

(Lenin, Sotsial-Demokrat, n.44, 23.8.1915; L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, 1916)

 

 

Stato sociale # 1

(premessa)

La giustapposizione al sostantivo “stato” dell’aggettivo – che vor­rebbe così qualificarlo come “sociale” – racchiude in sé già tutto il program­ma mistificatorio della falsa coscienza [<=] della borghesia e della sua ideologia. Ma è proprio questa la categorizzazione borghese dello stato, in quanto entità astratta, separata e contrapposta alla società civile. Il concetto di stato è così costretto a ricevere come pleonastico l’attributo di sociale [<=], nonostante che po­trebbe sembrare stravagante che un’organizzazione di molti individui fosse qualcosa di meno che una organizzazione “sociale”. Cionondimeno la realtà borghese supera qualsivoglia stravaganza: cosicché essa è costretta dalla sua stessa ipocrisia ad aggiungere parole inutili a concetti ormai capovolti [come, in altre occasioni, si sente parlare di “giustizia giusta”, di “scambio equo”, ecc., laddove evidentemente la cattiva coscienza  borghese sa che essa non persegue giustizia, scambio, ecc.]. Non altro che questo intendeva già il giovane Marx quando asseriva che “lo stato in quanto stato annulla la proprietà privata, dichiara soppressa politica­mente la proprietà privata. Tuttavia, con l’annullamento politico della proprie­tà privata non solo non viene soppressa la proprietà privata, ma essa viene addirittura presupposta. Solo così, al di sopra degli elementi particolari, lo stato si costituisce come universalità. Il compimento dell’idealismo dello sta­to fu contemporaneamente il compimento del materialismo della proprietà”.

Oggi – e a prima vista parrebbe curioso – quell’idealismo dello stato è diventa­to piuttosto patrimonio ideologico dell’“asinistra”, mentre i veri rappresentan­ti del materialismo sono per l’appunto i detentori della proprietà [<=]. E ciò si manifesta in forme vieppiù penetranti anche, e necessariamente, nel materiali­smo della proprietà dello stato. In effetti, lo stato borghese – che è ed è sem­pre esistito come stato del capitale, commerciale prima, industriale e finan­ziario poi – è la forma costituita come universalità (al di sopra delle particola­rità, ma non al di sopra delle parti!) della proprietà privata. Nel becero de­cennio degli anni 1980, ascritto al nome volgare del reaganthatcherismo, lo slogan “menostatopiùmercato” è servito solo per aumentare, non già per di­minuire, gli oneri dell’intervento statale a favore del capitale (di cui il “mer­cato” [<=] costituisce l’improprio metonimo), mediante la diminuzione, invece, soltanto delle cosiddette spese sociali. Se non si capisce – e non si denuncia politicamente – che lo stato qual è rappresenta, oggi più che mai, la forma massimamente raffinata dell’occupazione privata di una presupposta sociali­tà, si rimane impigliati nell’ideo­logia: nell’“idealismo dello stato”, per l’appun­to.

Le privatizzazioni, in atto un po’ ovunque nel mondo, costituiscono solo una delle possibili conseguenze di ciò, e neppure la più rilevante seppure la più appariscente. La forma emergente – la più razionale dal punto di vista della grande borghesia transnazionale del neocorporativismo [<=], epperò la più subdola – consiste infatti nel rendere funzionale a fini privatistici l’intera gestione del­la cosa pubblica, lasciandone immutata la forma statuale. Lo stato è privato. Ma questo è già un altro discorso. Cionondimeno, capito tutto ciò, sta il fat­to che la mistificazione borghese dello stato, con la sua falsa attribuzione di socialità, rimanga antitetica alla lotta dei comunisti, anche nella forma pub­blica della statalità. Che gli slogan contro le “privatizzazioni” e per lo “stato sociale” abbiano un giusto fondamento di lotta è fuor di discussione. Il pro­blema è dare una base reale di sostanza sociale alla forma statuale di ciò che è o pretende di essere pubblico (in Italia, i pregressi esempi ante-privatizzazioni di Eni, Rai, Iri, e via pub­blicizzando, sono emblemi sufficienti). Per cui, la difesa di ciò che è formal­mente pubblico perderebbe ogni significato se non fosse accompagnata da un sostanziamento della sua rilevanza sociale pratica. Quella difesa, che è una condizione non sufficiente, rischia perfino di diventare non necessaria – nella misura in cui non sia fatta chiarezza sull’am­biguità borghese dello “statalismo”: abbiamo ripetuto più volte che Bismarck non è Lenin, e viceversa.

È appunto nel pre-corporativismo bismarckiano che si colloca il cosiddetto “stato so­ciale” keynesiano. Ma fu lo stesso Keynes a dirci – nell’offrire la sua teoria agli economisti nazisti – che la sua teoria generale “si adatta assai più facil­mente alle condizioni di uno stato totalitario”. Oggi qualcosa non fila più li­scio, come cento o duecento anni fa, quando Smith rendeva “invisibile” la “mano” pubblica, ancora saggiamente occultata nel mercato [<=]. Fu così Keynes l’artefice del tentativo di salvataggio del capitalismo, dotandolo di una mano artificiale in più, resa visibile per riaggiustare il perduto equilibrio, non più automatico e spontaneo, con la domanda dello stato creata surrettiziamente dall’offerta pletorica e strozzata. Con buona pace per i tardivi (o ritardati) estimatori di Roosevelt (Bertinotti incluso), occorre ricordare che – a detta degli stessi keynesiani doc – “fu soltanto la spesa monetaria enormemente ac­cresciuta per la seconda guerra mondiale che finalmente curò la grande de­pressione”. Il fallimento keynesiano del cosiddetto stato sociale porta allo sta­to a-sociale del capitale, in tutta la sua capacità di dominio imperialistico [<=].

Sulla base del sistema del capitale gli unici miglioramenti sociali sono quelli che il capitale stesso è costretto a consentire, sotto il peso della dialettica dell’antagonismo e della lotta di classe [<=] che lo trasforma, facendo superare lo stadio provvisoriamente raggiunto. È follia cercare di fondare un’idea di “stato sociale” senza lotta sociale, su basi che concorrano tutte a organizzare gli in­teressi costituiti del capitale, come classe, e a occultare il reale rapporto anta­gonistico di capitale. Marx diceva: “L’uomo per mezzo dello stato, politica­mente, si libera di un limite, innalzandosi oltre tale limite, in contraddizione con se stesso, in un modo astratto e limitato, in un modo parziale. Ne conse­gue che l’uomo, liberandosi politicamente, si libera per via indiretta, attraver­so un mezzo, anche se un mezzo necessario. Lo stato è il mediatore tra l’uomo e la libertà dell’uomo”.

[gf.p.]

 

 

Stato sociale # 2

Secondo gli studiosi il termine “welfare state” (stato del benessere, stato assi­stenziale, stato sociale [<=]) divenne comune durante gli anni ‘40 in Gran Breta­gna, per sottolineare il contrasto fra la democracità dello stato inglese, “socia­le” appunto, ed il “warfare state” (stato di guerra) nazista. Di fatto Hitler era andato al potere proprio in seguito agli attacchi diretti, contro il Wolhfah­rstaat della Repubblica di Weimar nel 1932, da parte del Cancelliere Von Pa­pen che accusava i suoi predecessori di aver causato “l’esaurimento morale della popolazione tedesca con la creazione di una specie di stato del benesse­re che oberava lo stato stesso di compiti superiori alle sue possibilità”. L’ulti­mo governo della repubblica di Weimar naufragò proprio sulla votazione per l’aumento dei sussidi di disoccupazione, introdotti in Germania nel 1927. Non appena presero il potere i nazisti svuotarono le casse-malattia patrocinate dai sindacati, prima ancora di scioglierli, e affrontarono il problema della disoc­cupazione [<=] con la politica di riarmo, seguiti dagli altri governi capitalistici “democratici e non”.

Tornando al welfare state, le sue origini risalgono alla nascita degli stati na­zionali capitalistici e all’affer­marsi del movimento operaio, soprattutto in Eu­ropa. Sotto l’incalzare della lotta di classe [<=] promossa dalle organizzazioni ope­raie, gli stati borghesi (sia quelli democratico-parlamentari che quelli monarchico-asso­lutisti) furono costretti a fare alcune concessioni sul piano previdenziale ed assistenziale. Si presentarono come garanti di alcuni diritti sociali e tentarono, allo stesso tempo, di integrare una parte del movimento dei lavoratori all’interno del quadro istituzionale capitalistico, isolando e re­primendo le frange rivoluzionarie. Effettivamente all’inizio furono proprio i regimi dittatoriali ad introdurre i germi della politica sociale (la famosa carota di Bismarck, il bastone furono le “leggi antisocialiste”). Tuttavia qui ci preme evidenziare i legami dello stato sociale con la lotta di classe da un lato, e dall’altro con la dinamica dell’accu­mulazione del capitale, per mostrare come i suoi progressi e regressi siano legati strettamente a queste due variabili. L’essenza del welfare state fu all’inizio, proprio la sussistenza della classe la­voratrice, nel suo complesso, sotto forma di servizi di assistenza, previdenza ed istruzione [<=], il cosiddetto salario sociale reale [<=], cioè quella parte di salario non monetario, strappato con le lotte alla borghesia.

Scriveva Marx, nel Capitale, che per la riproduzione della forza-lavoro [<=] è ne­cessaria una certa somma di mezzi di sussistenza che consenta al lavoratore [<=] di soddisfare i bisogni naturali (come nutrimento, vestiario, riscaldamento, al­loggio), i quali sono un prodotto della storia e della civiltà di un dato paese. La forza-lavoro può ammalarsi e quindi ha pure bisogno di cure mediche per poter assolvere di nuovo alle proprie funzioni, anche se ai tempi di Marx, co­me egli sottolineava, la borghesia spendeva assai poco per tali necessità. Si sa che per Marx, “la somma dei mezzi di sussistenza necessari alla produzione della forza-lavoro, include i mezzi di sussistenza delle forze di ricambio, cioè i figli dei lavoratori, in modo che questa razza di peculiare possessori di merci si perpetui sul mercato”. Inoltre: “per modificare la natura umana generale in modo da farle raggiungere abilità e destrezza in un dato ramo di lavoro, da farla diventare forza-lavoro sviluppata e specifica, c’è bisogno di una certa preparazione o educazione, che costa a sua volta una somma maggiore o mi­nore di equivalenti di merci... Queste spese di istruzione infinitesime per la forza-lavoro ordinaria, entrano dunque nel ciclo dei valori spesi per la produ­zione della forza-lavoro”.

Dalle famigerate leggi per i poveri, dalle persecuzioni contro i “vagabondi” rinchiusi nelle workhouses, o costretti a lavorare in fabbrica all’inizio dell’e­ra capitalistica, dall’assistenza delle parrocchie ai poveri, dal monopolio reli­gioso pressoché assoluto dell’istruzione scolastica, dal sorgere e dal moltipli­carsi delle società di mutuo soccorso, alle conquiste delle prime leggi sugli infortuni e la pensione di vecchiaia, fino alla legislazione dei nostri giorni, la storia del welfare state è la storia della lotta da parte delle classi lavoratrici, per la propria sopravvivenza e riproduzione all’interno della società capitali­stica. Tale più alto livello di salario sociale non è dato una volta per tutte, come i recenti o remoti avvenimenti purtroppo dimostrano ampiamente, dato che il capitale tende a ridurre al minimo possibile il salario. Proprio ripercor­rendo le tappe della storia travagliata del welfare state si evidenzia una cicli­cità, pur nel carattere tendenziamente progressivo determinatosi fino alla me­tà degli anni settanta, ciclicità legata agli alterni periodi di accumulazione po­sitiva o di crisi del capitale. Infatti è nei periodi di crisi [<=] che i governi borghe­si, democratici o autoritari, ridimensionano la spesa sociale, per tagliare indi­rettamente una quota del salario sociale della classe lavoratrice. Si badi bene non la spesa pubblica nel suo complesso, che può risultare maggiore (a causa ad esempio del sostegno diretto ed indiretto dello stato alle imprese capitali­stiche, o delle spese di riarmo per rendere possibile la svalorizzazione del ca­pitale, come accadde negli anni ‘30) ed il cui onere attraverso la fiscalità ed il debito pubblico ricade pur sempre sulle masse lavoratrici.

La necessità che lo stato si assumesse l’onere maggiore per le spese sociali, e la loro natu­ra di salario in forma non monetaria, era ben chiara ad un economista borghe­se come Keynes, tanto caro a molti esponenti della “sinistra” italiana. Nel suo scritto, “Il problema degli alti salari” del 1930, egli affermava infatti: “La tas­sazione è un metodo di sottoscrizione obbligatoria che si distribuisce su tutta la comunità. Ma se la si fa cadere solo sulla particolare categoria dei datori di lavoro, allora non ci dobbiamo sorprendere se il livello di produzione e di oc­cupazione è più basso di quello che dovrebbe essere. Nei decenni precedenti alla guerra vi è stato un forte movimento in questa direzione attraverso lo svi­luppo delle assicurazioni sociali e dell’istruzione gratuita. Dalla fine della guerra inoltre siamo andati molto avanti in particolare aumentando assicura­zioni e pensioni e sussidiando le case dei lavoratori: tutto ciò è stato finanzia­to con tasse tali da non rappresentare un particolare deterrente degli affari. Se vogliamo migliorare le condizioni della classe operaia... c’è un abbondanza di mezzi per farlo diversi dagli incrementi salariali, per assegnarle una porzione di tutto il reddito nazionale maggiore di quello di cui ha goduto in passato”.

In pratica, colui che viene considerato uno dei maggiori fautori del welfare state, si preoccupava affinché lo stato, con la fiscalità [<=], redistribuisse l’onere delle spese sociali che altrimenti sarebbero ricadute maggiormente sulle spalle dei capitalisti. Tuttavia la preoccupazione principale di Lord Keynes, nonostante le interpretazioni di “sinistra” del suo pensiero, non era il miglioramento delle condizioni della classe lavoratrice, viste le sue simpatie per le politiche di blocco dei salari dei nazisti, quanto rimettere in funzione il meccanismo dell’accumulazione capitalistica bruscamente interrotto dalla crisi. Nel mede­simo articolo affermava infatti: “Quello di cui veramente avremmo bisogno per il benessere dell’intera nazione, benché io sia consapevole che non è uma­namente possibile, è un nuovo patto con il quale i salari siano ridotti o stabi­lizzati in cambio di altri vantaggi derivanti da un maggior carico fiscale”. La coscienza del fallimento delle sue teorie sulla spesa pubblica per risolvere pa­cificamente la crisi, emerge in un articolo pubblicato in America nel 1940, in cui Keynes, riferendosi principalmente al New deal, scriveva: “Sembra politi­camente impossibile che una democrazia capitalistica organizzi la spesa sulla scala necessaria per realizzare il grande esperimento che darebbe riprova del­le mie tesi, salvo che si verifichi una guerra” [<=].

Una delle maggiori mistificazioni dell’ideologia dominante consiste nell’oc­cultare nella spesa pubblica generale la spesa sociale, per cui si può benissi­mo continuare a finanziare il capitale in crisi con i soldi dello stato e nello stesso tempo invocare pesanti tagli previdenziali ed assistenziali, come avvie­ne da tempo in Italia, individuando in tali forme di spesa pubblica la “causa” della crisi. Comprendere questo vuol dire demistificare il ruolo dello stato, ovvero identificare chi siano i beneficiati e chi abbia pagato le spese e soprat­tutto quanto ancora i lavoratori dovranno pagare in termini di salario (mone­tario e in forma di servizi) per sostenere direttamente o indirettamente l’accu­mulazione capitalistica. L’estensione dei servizi a tutti i cittadini, ovvero il carattere universalistico delle prestazioni sociali, sviluppatosi a partire dal secondo dopoguerra, ha in parte occultato il loro carattere di salario sociale. Anche la gestione particolaristico-clientelare inaugurata dal regime fascista italiano negli anni ‘30, con la creazione degli enti previdenziali (Inps, Inam, Inail), e perfe­zionata dai regimi democristiani ne ha snaturato gli scopi originari dal punto di vista della classe lavoratrice, facendone invece uno strumento di consenso [<=] al potere della classe dominante. L’attuale smantellamento della spesa sociale non è semplicemente un’inversione delle riforme sociali erogate dallo “stato benefattore”, o la negazione politica di alcuni diritti dei cittadini, o la fine dell’illusione socialdemocratica di una via pacifica al socialismo. Infatti lo sviluppo di quella parte del salario sociale erogata in forma di servizi colletti­vi, pur non potendo di per sé travalicare i confini del modo di produzione ca­pitalistico, rappresenta comunque una contraddizione positiva per i lavoratori (come del resto ogni altro incremento salariale reale): un buon motivo per non accettarne passivamente la riduzione.

[s.t.]

 

 

Stato sociale # 3

(fasi della crisi)

Le mistificazioni che specificamente riguardano il cosiddetto stato sociale [<= #1-2] e il suo illusorio modo di operare – fino a confonderlo con un “pezzo di sociali­smo” – sono già state ampiamente indicate e commentate. Occorre solo aggiungere ciò che concerne la sua collocazione nella fase di crisi [<=] per la sua funzionalità rispetto al ciclo del capitale. Nella fase del ciclo di accumulazione che precede lo scoppio della crisi da sovraproduzione, che è ancora una fase di espansione, si suol dire che vi è “carenza di domanda”. Detto meglio, ciò significa che il capitale non trova più, così facilmente come prima, occasioni di investimento profittevole: l’estrazione di plusvalore [<=] si fa più ardua. Ecco allora che l’imperialismo, all’espor­tazione di capitale, prima di rifugiarsi nella speculazione [<=] pura, associa lo sviluppo artificiale della “do­manda” interna: come vuole il keynesismo doc, preceduto da II e III reich di Schacht, e dal I reich di Bismarck (per non dire delle anticipazioni prussiane di Rodbertus).

La “mano visibile” di lord Keynes è la dimostrazione della funzione capitalistica dello stato “asociale” del capitale nel suo ciclo. Si dà al­la società solo ciò che può rientrare, valorizzato, nei conti del capitale: purché la spesa pubblica dia profitto, tutto può andar bene dalle strade (come già in­segnava Marx) alle medicine, dai libri alle armi, ecc.; di qui appalti, commes­se, tangenti e corruzione, che non sono l’eccezione ma la regola dello “stato sociale”. Dunque è altrettanto ovvio che quanto si è voluto “dare” con appa­rente generosità in fase di espansione, non si esiti a “togliere” con ancor mag­giore facilità quando occorre stringere la cinta (della popolazione [<=]). Lo stato sociale, altrimenti detto stato del benessere, si riduce a mercato del benessere, solo per chi può spendere (da welfare state a welfare market, dicono). La me­diazione [<=] col proletariato sembra cessare di colpo, e la contraddizione tra valo­re d’uso dei servizi sociali e loro valore di scambio come merci riemerge pre­potente.

[gf.p.]

 

 

 

Sussistenza

(condizione dei lavoratori)

La divisione del lavoro, lo sfruttamento della forza idraulica, ed il meccanismo delle macchine sono le tre grandi leve con le quali l’industria lavora dalla metà del diciannovesimo secolo a modificare gli assetti del mondo. La piccola industria creò la classe media, la grande industria creò il classe operaia e pose sul trono i pochi eletti della classe media, ma soltanto per potere un giorno tanto più sicuramente farli precipitare. Frattanto, però, è innegabile e facilmente spiegabile che la classe dei piccoli borghesi, numerosa nel “buon tempo antico”, è rovinata dall’indu­stria e si è risolta in ricchi capitalisti, da una parte, e lavoratori poveri dal­l’altra.

La tendenza accentratrice dell’indu­stria, tuttavia, non si ferma qui. Anche la popolazione viene accentrata, come il capitale; e ciò è naturale perché nell’industria l’uomo, il lavoratore, viene considerato solo come una porzione di capitale, che si mette a disposizione del fabbricante e alla quale il fabbricante restituisce degli interessi, sotto il nome di salario. Il grande stabilimento industriale richiede molti operai, che lavorano insieme e, là dove sorge una fabbrica di una certa grandezza, formano già un villaggio. Gli abitanti del villaggio, specie la generazione più giovane, si abituano al lavoro di fabbrica, come è naturale, si familiarizzano con esso, e se la prima fabbrica, come è naturale, non può occupare tutti, il salario cade e di conseguenza vi si stabiliscono nuovi fabbricanti. Così dal villaggio nasce una piccola città, dalla piccola una grande città.

Questa agglomerazione ha innalzato Londra al rango di capitale commerciale del mondo, ha creato giganteschi docks e radunato migliaia di bastimenti che ricoprono in permanenza il Tamigi: tutto ciò è così grandioso, così immenso da dare le vertigini, e si resta sbalorditi della grandezza del­l’Inghilterra \ancora prima di mettere piede sul suolo inglese. Ma è solo in seguito che si scopre quanti sacrifici sia costato tutto ciò. Dopo aver calcato per qualche giorno il selciato delle strade principali, dopo esser penetrati con gran fatica nel brulicare umano, tra le file interminabili di carri e carrozze, dopo aver visitato i “quartieri brutti” della metropoli, soltanto allora si rileva che questi londinesi hanno dovuto sacrificare la parte migliore della loro umanità per compiere tutti quei miracoli di civiltà di cui la loro città è piena, e che centinaia di forze latenti in essi sono rimaste inattive e sono state soffocate affinché alcune poche potessero svilupparsi più compiutamente e moltiplicarsi mediante l’unione con quelle di altri. Già il traffico delle strade ha qualcosa di repellente, qualcosa contro cui la natura umana si ribella. Le centinaia di migliaia di individui di tutte le classi e di tutti i ceti che si urtano tra loro non sono tutti quanti uomini con le stesse capacità, e con lo stesso desiderio di essere felici? E non devono forse tutti quanti, alla fine, ricercare la felicità per le stesse vie e con gli stessi mezzi? Eppure si passano davanti in fretta come se non avessero nulla in comune, nulla a che fare l’u­no con l’altro, e tra loro vi è solo il tacito accordo per cui ciascuno si tiene sulla parte del marciapiede alla sua destra, affinché le due correnti della calca, che si precipitano in direzioni opposte, non si ostacolino a vicenda il cammino; eppure nessuno pensa di degnare gli altri di uno sguardo.

La brutale indifferenza, l’insensibile isolamento di ciascuno nel suo interesse personale emerge in un modo tanto più ripugnante ed offensivo, quanto maggiore è il numero di questi singoli individui che sono ammassati in uno spazio ristretto; e anche se sappiamo che questo isolamento del singolo, quanto angusto è dappertutto il principio fondamentale della nostra odierna società, pure in nessun luogo esso si rivela in modo così sfrontato e aperto così consapevole come qui, nella calca della grande città. La decomposizione dell’umanità in monadi, ciascuna delle quali ha un principio di vita particolare ed uno scopo particolare, il mondo degli atomi, sono portati qui alle sue estreme conseguenze. È per questo che la guerra sociale, la guerra di tutti contro tutti è dichiarata qui apertamente.

Poiché in questa guerra sociale, il capitale, il possesso diretto o indiretto dei mezzi di sussistenza e dei mezzi di produzione, è l’arma con la quale si combatte, è lampante che tutti gli svantaggi di una tale situazione ricadano sul povero. Nessuno si cura di lui; afferrato dal vortice selvaggio, deve cavarsela come può. Se è tanto fortunato da ottenere lavoro, cioè se la borghesia gli fa la grazia di volersi arricchire per suo mezzo, lo attende un salario che gli è appena sufficiente a mantenersi in vita; se non ottiene lavoro, può rubare, ove non tema la polizia, oppure morire di fame, e anche qui la polizia si prenderà cura di far sì che egli muoia di fame in silenzio, senza offendere la borghesia.

Senza dubbio sono soltanto singoli individui a morire di fame, ma quale garanzia ha il lavoratore che domani non tocchi la stessa sorte a lui? Chi gli dà la sicurezza che, se domani, per un motivo qualsiasi o anche senza motivo, venisse licenziato dal padrone, egli potrà con i suoi cavarsela fino a che non ne trovi un altro che gli “dia il pane”? Chi garantisce al lavoratore che basta la buona volontà di lavorare per ottenere lavoro, che l’o­nestà, la diligenza, la parsimonia e come altro si chiamano tutte le numerose virtù che gli vengono raccomandate dalla saggia borghesia, siano realmente per lui la strada verso la felicità? Nessuno. Egli sa che oggi ha qualcosa e che non dipende da lui stesso se domani avrà ancora qualcosa; sa che ogni mutamento, ogni capriccio del padrone, ogni cattiva congiuntura negli affari lo può risospingere nel vortice selvaggio dal quale ha trovato momentaneo scampo e nel quale è difficile, spesso impossibile, restare a galla. Egli sa che se oggi può vivere, è assai incerto che lo possa anche domani.

La concorrenza è l’espressione più completa della guerra di tutti contro tutti, che predomina nella moderna società borghese. Questa guerra, una guerra per vita, per l’esistenza per tutti, e perciò anche in caso di necessità una guerra di vita o di morte, non sussiste soltanto tra le diverse classi della società, ma anche tra i singoli membri di queste classi; ciascuno è di ostacolo all’altro e, perciò, ciascuno cerca di togliere di mezzo tutti coloro che gli sono d’ostacolo e di porsi al loro posto. I lavoratori sono in concorrenza tra loro così come lo sono i borghesi tra loro.

Abbiamo allora la concorrenza dei proletari tra loro. Se tutti i proletari tra loro manifestassero semplicemente la decisione di morire di fame piuttosto che voler lavorare per la borghesia, questa dovrebbe bene abbandonare il proprio monopolio; ma questo caso non si verifica, anzi è un caso pressoché impossibile, e perciò la borghesia se la passa tuttora bene. Questa concorrenza tra lavoratori ha solo un limite: nessun lavoratore vorrà lavorare per meno di quel che è necessario per la sua esistenza; se proprio deve morire di fame, preferisce subire questa sorte rimanendo in ozio piuttosto che lavorando. Naturalmente questo limite è relativo; c’è chi ha bisogni maggiori o è abituato a maggiori comodità di un altro; l’in­glese, che conserva un certo grado di civiltà ha maggiori esigenze dell’ir­landese, che si veste di stracci, mangia patate e dorme in un porcile. Ma ciò non impedisce che l’irlandese faccia concorrenza all’inglese, abbassando gradatamente il salario, e con esso il grado di civiltà, dell’operaio inglese al proprio livello. Certi lavori esigono un determinato grado di incivilimento, e tra essi vi sono quasi tutti i lavori industriali; in essi, perciò il salario, già nell’interesse della stessa borghesia, deve essere così alto da consentire all’operaio di mantenersi in tale sfera. L’irlandese immigrato di fresco, che si accampa alla prima stalla che gli capiti, che anche trovando una abitazione sopportabile viene buttato sulla strada ogni settimana perché sperpera tutto nel bere e non può pagare il fitto, sarebbe un cattivo operaio di fabbrica; perciò ai lavoratori deve essere dato tanto da consentire ad essi di allevare i loro figli ad un lavoro regolare, ma anche non più di tanto, affinché essi non possano fare a meno del salario dei loro figli e non li facciano diventare qualcosa d’altro che non semplici operai. Anche qui il limite, il minimo del salario, è relativo; là dove nella famiglia tutti lavorano, il singolo può accontentarsi di una paga corrispondentemente minore, e la borghesia ha sfruttato largamente, al fine di abbassare il salario, la possibilità, offertale dal lavoro a macchina di sfruttare le donne e i fanciulli.

Comprendiamo così cosa sia il minimo del salario. Il massimo viene stabilito dalla reciproca concorrenza dei borghesi, poiché, come abbiamo visto, essa esiste anche tra loro. Il borghese può aumentare il suo capitale soltanto attraverso il commercio o l’industria, e in ambedue i casi ha bisogno di operai. Ne ha bisogno indirettamente anche se presta il suo capitale ad interesse, perché senza com­mercio e industria nessuno potrebbe dargli interessi per quel capitale, nessuno potrebbe utilizzarlo. In questo senso è vero che il borghese ha bisogno del proletario, ma non per la vita immediata – infatti potrebbe consumare il suo capitale – bensì per arricchirsi, cioè come si ha bisogno di un articolo commerciale o una bestia da soma.

Così gli operai vengono trascurati e respinti dalla classe dominante non solo fisicamente ed intellettualmente, ma anche moralmente. L’unica attenzione che viene loro prestata è data dalla legge, che li ghermisce non appena fanno un torto alla borghesia; come per gli animali irragionevoli, uno solo è il mezzo di educazione che si usa nei loro confronti: la frusta, la violenza brutale che non persuade, che solo intimorisce. Non c’è quindi neppure da meravigliarsi se gli operai, trattati come bestie, o divengono veramente tali o riescono a conservare la coscienza e il sentimento della propria umanità soltanto mediante l’odio più ardente, mediante una perpetua rivolta interna contro la borghesia dominante. Essi sono uomini soltanto fino a che provano ira contro la classe dominante; diventano bestie non appena si adattano pazientemente al loro giogo, senza voler spezzare il giogo stesso.

Questo è dunque tutto ciò che la borghesia ha fatto per educare la classe operaia; e se noi pensiamo, oltre a ciò, alle condizioni in cui que­st’ultima vive, non potremo minimamente rimproverarle lo sdegno che essa nutre contro la classe al potere. L’educazione morale, che non viene impartita all’operaio nelle scuole, non gli viene fornita neppure negli altri momenti della sua vita; almeno, non quella educazione morale che ha qualche valore agli occhi della borghesia. Tutta la sua posizione ed il suo ambiente racchiudono i più forti incitamenti all’immoralità. Egli è povero, la vita è per lui senza attrattive, quasi tutti i piaceri gli sono negati, i rigori della legge non hanno per lui nulla di più spaventoso; perché dunque dovrebbe frenare i suoi desideri, perché dovrebbe lasciare al ricco il godimento delle sue ricchezze, anziché appropriarsene una parte? Quali motivi ha il proletario per non rubare? È molto bello certamente e suona assai bene alle orecchie del borghese, quando si dice che “la proprietà è sacra”; ma per chi non ha alcuna proprietà questa santità della proprietà cessa automaticamente. Il denaro è il dio di questo mondo. Il borghese toglie al proletario il suo denaro, e per ciò stesso ne fa praticamente un ateo. Non c’è dunque da meravigliarsi se il proletario conserva il suo ateismo e non rispetta più la santità ed il potere del dio terreno. E quando la povertà del proletario cresce fino alla mancanza vera e propria dei mezzi più necessari di vita, fino alla miseria e alla fame, cresce ancor più lo stimolo a non tener conto di qualsiasi ordinamento sociale. Questo lo sanno anche molti borghesi.

Ma il proletario, il quale non possiede nulla all’infuori delle proprie braccia, che consuma oggi ciò che ha guadagnato ieri, che è interamente soggetto al giuoco del caso, che non ha nulla che gli garantisca anche in futuro la possibilità di procurarsi i mezzi più necessari di sussistenza – una crisi, un capriccio qualsiasi del suo padrone lo può lasciare disoccupato – il proletario è ridotto alla condizione più disumana, più rivoltante che l’uomo possa immaginare. Lo schiavo ha almeno l’esistenza assicurata dall’interesse egoistico del suo padrone, il servo della gleba ha ancora un pezzetto di terra, del quale vive, essi hanno una garanzia almeno per l’esistenza pura e semplice: ma il proletario è abbandonato a sé stesso, e tuttavia, nello stesso tempo è messo nell’impossibilità di impiegare le sue forze in modo da potervi contare. Tutto ciò che il proletariato stesso può fare per migliorare la sua posizione scompare come una goccia nel mare, di fronte all’incalzare delle vicende alle quali è esposto, e sulle quali non ha il minimo potere. Egli è l’oggetto passivo di tutte le possibili combinazioni di circostanze, e può ancora ringraziare la fortuna se per qualche tempo riesce a salvare almeno la vita. E, come è normale, il suo carattere ed il suo modo di vivere si adattano a loro volta a tali circostanze. O egli cerca in questo vortice di tenersi a galla, e può farlo solo sollevandosi contro la borghesia, contro la classe che lo sfrutta così spietatamente e lo abbandona poi al suo destino, che cerca di costringerlo a rimanere in questa condizione indegna di un uomo: oppure abbandona, considerandola inutile, la lotta contro la sua condizione e cerca, per quanto gli è possibile, di approfittare dei momenti favorevoli. Risparmiare non gli giova a nulla, poiché al massimo riesce a mettere da parte ciò che gli può servire per sfamarsi per qualche settimana; e quando resta senza lavoro, non vi resta solo per qualche settimana.

Il mondo non è per essi una casa paterna, ma una cupa prigione piena di tormenti feroci e di sterili ribellioni, odio e risentimento verso se stessi e verso tutti gli uomini.                       

[f.e.]

(da La situazione della classe operaia in Inghilterra, 1845)

 

 

 

Svolta dell’Eur

Espressione che sentirete da noi per l’ultima volta. Dalla conclusione di que­sta nota noi, dal canto nostro, facciamo divieto a chicchessia di pronunciarla. Insomma, ne decretiamo la scomparsa. Presunzione, col vostro permesso. E anche senza il vostro permesso. Del resto, ci sono cose delle quali, trattandosi di ridicolaggini, sarebbe consi­gliabile non parlare del tutto: per non rischiare di ringiovanire involontaria­mente il tedioso lessico consegnato ai classificatori di stampa grigia negli scantinati burocratici, nei quali ficcherà forse un naso polveroso e privo d’im­maginazione qualche studente di scienze politiche a corto di idee per le sue tesine, o rovisterà l’ultimo fannullone che schiva il lavoro in una relazioncina sul “nuovo modello di sviluppo” capace di introdurlo tra i quadri sindacali.

La cosiddetta svolta dell’Eur del febbraio 1978 non richiese a nessuno di svoltare in nessun luogo: ritenne di doverlo fare solo la sinistra sindacale, che aveva creduto fino a quel momento di aver camminato su un’altra strada. La “svolta” fu una mera registrazione di eventi già consumati nel nuovo corso sindacale iniziato nei primi anni settanta (e formalmente nel 1972), con il sa­botaggio organizzato e consapevole dell’unità di classe [<=] dei consigli di fabbri­ca, con la spartizione burocratica del movimento sancita dal “Patto federativo” fra le tre Confederazioni, e soprattutto con la prova generale dei contratti col­lettivi di lavoro [<=] del 1972-73, i quali fornirono i lineamenti fondamentali di una copertura ideologica della liquidazione del ruolo storico del sindacato: abbandono progressivo della resistenza operaia sulle principali questioni che, per essere economiche, non cessano di essere strategiche (orario, salario, ri­duzione delle divisioni economiche e professionali); centralità delle “esigenze produttive dell’azienda” nelle piattaforme contrattuali. Il ruolo principale di copertura ideologica era affidato a invenzioni cervellotiche “disinistra” come l’inquadramento unico e il diritto allo studio, ai quali non corrisponderà mai nulla di apprezzabilmente concreto. Fece sùbito séguito una politica triconfederale che, senza alcuna discontinui­tà, doveva coerentemente sfociare nell’attuale fase neocorporativa [<=] (da noi esaminata fino alla nausea nel corso di questi anni). Questa politica delle Confederazioni subordinava e subordina al nuovo corso il ruolo storico del sindacato, fino a farlo scomparire. Il nuovo corso antepo­neva e antepone agli interessi di parte dei lavoratori quelli generali dell’“economia nazionale” (cioè gli interessi particolari del capitale) e la “centralità del mercato e dell’impresa”.

La lotta per le riforme, per il nuovo modello di sviluppo, per gli investimenti, per la democrazia economica ecc. ecc. (tutte variazioni sul tema, contenenti obbiettivi necessariamente mancati in assenza di un’alterna­tiva politica pru­dentemente scongiurata dal “compromesso storico”) era la copertura ideologi­ca della politica reale di cedimento alle esigenze di profitto e di ristrutturazio­ne del sistema industriale: contenere i salari [<=], estendere gli orari di fatto, in­tensificare lo sfruttamento attraverso ogni sorta di “mobilità” e “flessibilità” [<=] del lavoro (utilizzazione degli impianti, produttività [<=], professionalità [<=] e simili sono gli ideologismi specifici più correnti). Tutto ciò senza alcun “ritorno tat­tico" di compromesso o di fase: né in termini politici (Pci al governo) né in termini economici (sviluppo o almeno difesa dell’occupazione, che infatti è stata sempre più duramente colpita congiuntamente al salario). Il progressivo soffocamento di ogni democrazia [<=] operaia, l’avocazione pro­gressiva nelle mani delle burocrazie confederali di ogni decisione di fondo sulla condotta sindacale, gli accordi-quadro di vertice con padronato e gover­no circa il tasso di sfruttamento più conveniente all’economia nazionale, era­no e sono gli strumenti di repressione burocratica contro i lavoratori. Tutto questo è avvenuto, secondo uno stesso disegno politico, al coperto di una stessa ideologia egemone e lungo una stessa linea di continuità, prima du­rante e dopo la “svolta dell’Eur”. La non percezione di questa continuità ha impedito alla sinistra sindacale storica di capire come mai ha perduto la sua speciosa battaglia contro le burocrazie centrali, tra le quali peraltro era orga­nizzativamente inserita.

La sinistra sindacale storica ha partecipato a pieno titolo ai contratti del ‘72-73; ha partecipato a pieno titolo alla confezione successiva, e ossessivamente reiterata, di quelle interminabili “parti politiche” dei contratti che, conceden­do permessi retribuiti e privilegi burocratici e auspicando “informazioni” inu­tilizzabili, introducevano alle parti successive, a quanto pare impolitiche, do­ve più stringate e concrete proposizioni frenavano le rivendicazioni economi­che, liberalizzavano lo straordinario e allargavano la sfera di discrezionalità del comando; ha partecipato a pieno titolo alla confezione delle grandi piatta­forme polverone, nazionali o “articolate”, per i nuovi modi e modelli che, nel­la chiacchiera confederale, dovevano favorire le varie “riprese”, e nelle inten­zioni delle mosche cocchiere “disinistra” rappresentavano la scorciatoia pan­sindacalista alla lotta politica per il potere. Mentre nella realtà coprivano la diversione politica dalla difesa sindacale dei lavoratori. Quando il rogito notarile dell’Eur ha mostrato alla sinistra sindacale quello che aveva combinato, lei si è smarrita, ha storto la bocca. Ma non si è suffi­cientemente ravveduta, se è vero che molti dei dirigenti della fronda sindacale, e anche di Rifondazione comunista, non sono sembrati in grado di prendere le distanze da tutta la prima fase del nuovo corso alla quale hanno attivamente contribuito. Ecco perché non potranno, finché non si renderanno conto di questa contraddizione, costruire alcuna linea di lotta di classe [<=], pro­durre alcuna teoria di opposizione alla fase neocorporativa del capitale. Ma tutte queste cose le avevamo già dette una quantità di volte, in maniera molto meno antipatica. Studiate figlioli, studiate. Poi però risparmiateci quan­to avrete appreso sulla “svolta dell’Eur”: da ora in poi non sarà più consentito a nessuno parlarne. Chi lo farà, mentirà sapendo di mentire.

[gf.c.]

 

 

 

Tasso di interesse

(relazione con il profitto industriale)

L’oggetto di questa analisi è sviluppare l’autonomizzazione dell’interes­se nei confronti del profitto [le brevi oscillazioni del mercato monetario ne sono la conseguenza ed esulano dal quadro]. Il corso del tasso di interesse presuppone che venga rappresentato il ciclo industriale (la medesima osservazione vale per il livellamento più o meno approssimativo del tasso d’interesse sul mercato mondiale).

“Il rapporto tra la somma che è pagata per l’uso di un capitale e questo capitale stesso esprime il tasso d’inte­resse misurato in denaro. Il tasso d’in­teresse dipende: 1. dal tasso di profitto; 2. dal rapporto secondo cui il profitto totale è ripartito tra chi dà a prestito e chi prende a prestito” [Economist]. “Poiché ciò che viene pagato come interesse per l’uso di ciò che si prende a prestito è una parte del profitto che la somma prestata è capace di produrre, allora questo interesse deve essere sempre regolato da quel profitto” [Massie].

Poiché l’interesse è semplicemente una parte del profitto che, secondo quanto presupposto, il capitalista industriale deve pagare al capitalista monetario, allora il profitto stesso ap­pare come il limite massimo dell’in­teresse, quando la parte che spetta al capitalista operante fosse uguale a zero. Astraendo da casi particolari, in cui l’interesse è effettivamente più elevato del profitto e non può quindi essere pagato traendolo dal profitto, si potrebbe forse considerare come limite massimo dell’interesse tutto quanto il profitto meno quella porzione di esso che è risolvibile nel “salario di sorveglianza”. È assolutamente impossibile determinare il limite minimo dell’interesse. Esso può cadere al livello più basso immaginabile. Ciò nondimeno subentrano poi di continuo circostanze che agiscono in senso contrario e lo elevano sopra questo minimo relativo.

Vogliamo in un primo tempo supporre che esista un rapporto fisso tra il profitto totale e la parte dello stesso che deve essere pagato come interesse al capitalista monetario. È allora chiaro che l’interesse salirà o cadrà come il profitto totale e questo a sua volta è determinato dal tasso generale di profitto e dalle sue oscillazioni. Poiché si è visto che il livello del tasso di profitto è inversamente proporzionale allo sviluppo della produzione capitalistica, ne deriva che in ogni paese anche il tasso d’interesse è inversamente proporzionale al grado dello sviluppo industriale.

Esamineremo subito più da vicino questa necessità di collegare l’inte­resse al profitto. Quando si tratta di ripartire un tutto dato, come il profitto, tra due persone, tale ripartizione dipende naturalmente in primo luogo dalla grandezza del tutto da ripartire e la grandezza del profitto è determinata dal suo tasso medio. Presupponendo dato il tasso generale del profitto, quindi la grandezza del profitto per un capitale di grandezza determinata, le variazioni dell’interesse sono eviden­temente inversamente proporzionali alle variazioni della parte di profitto che rimane al capitalista operante, il quale lavora però con capitale preso a prestito. E le circostanze che determinano la grandezza del profitto da ripartire, del prodotto-valore del lavoro non pagato, differiscono considerevolmente da quelle che determinano la sua ripartizione tra queste due categorie di capitalisti e agiscono spesso in senso diametralmente opposto.

Se si considerano i cicli di rotazione secondo i quali si muove l’industria moderna – fase di calma, animazione crescente, prosperità, sovraproduzione, crollo, stagnazione, fase di calma, ecc. si troverà che generalmente un basso livello dell’interesse corrisponde a periodi di prosperità o di profitti straordinari, che invece l’aumento dell’interesse si verifica nella fase-li­mite tra la prosperità e il tracollo e che l’interesse massimo fino all’e­strema usura si ha nei periodi di crisi.

D’altro lato non vi è dubbio che un interesse poco elevato possa coincidere con una fase di ristagno, e un interesse moderatamente in aumento con una ripresa crescente. Il tasso d’in­teresse raggiunge il suo livello massimo durante le crisi, quando per pagare bisogna prendere a prestito, costi quel che costi. E poiché l’aumento dell’interesse corrisponde a una diminuzione del prezzo dei titoli, questa, per chi ha capitale monetario disponibile, è al tempo stesso un’ottima occasione per impadronirsi a prezzo irrisorio di questi titoli fruttiferi che, se le cose seguono il loro corso normale, devono salire di nuovo almeno fino al loro prezzo medio, non appena il tasso del­l’interesse riprende a scendere. Ma esiste anche una tendenza alla diminuzione del tasso dell’interesse del tutto indipendente dalle oscillazioni del tasso del profitto. E precisamente per due motivi principali: 1. Una categoria di persone i cui semplici in­teressi sono sufficienti per farli vivere ha una tendenza a diventare sempre più numerosa nella misura in cui la ricchezza del paese aumenta [a es., la categoria dei rentiers aumenta]. Nei paesi vecchi e ricchi la parte del capitale nazionale che i legittimi proprietari non vogliono utilizzare di persona costituisce perciò una porzione maggiore del capitale produttivo complessivo della società rispetto a quello che si verifica nei paesi giovani e poveri. 2. Lo sviluppo del sistema creditizio e il fatto conseguente che gli industriali ed i commercianti tramite i banchieri, possono agire co­me capitale monetario, devono allo stesso tempo ridurre il tasso dell’inte­resse. (molti prendono a prestito senza avere in vista il più piccolo investimento produttivo)” [Ramsay].

 Per trovare il tasso medio d’inte­resse, occorre calcolare: i. la media del tasso d’interesse durante le sue variazioni nei grandi cicli industriali; ii. il tasso d’interesse per quegli investimenti in cui il capitale viene prestato per periodi più lunghi.

Il tasso medio d’interesse predominante in un paese – a differenza del tasso di mercato che varia continuamente – non può assolutamente essere determinato da alcuna legge. Non esiste così un tasso naturale d’inte­resse, nel senso in cui gli economisti parlano di un tasso naturale del profitto e di un tasso naturale del salario. Massie nota qui a ragione che “non esiste altro metodo per determinarlo all’infuori del criterio di chi prende a prestito e di chi dà a prestito in generale; poiché il giusto o l’ingiusto a questo proposito è soltanto quello che il consenso generale vuole che sia”. L’equilibrio dell’offerta e della domanda – essendo presupposto come dato il tasso del profitto medio – non significa qui assolutamente nulla. È un metodo per pervenire dalle variazioni che accompagnano la concorrenza ai limiti di queste variazioni. Quando, in questo caso, decide la concorrenza in quanto tale, la determinazione in sé e per sé è accidentale, puramente empirica e solo la pedanteria o la fantasia può voler trasformare questa casualità in qualche cosa di necessario.

Se si domanda ancora perché i limiti del tasso medio d’interesse non si possono derivare dalle leggi generali, la risposta si trova semplicemente nella natura dell’interesse. Esso è semplicemente una parte del profitto medio. Il medesimo capitale appare in una duplice caratteristica, come capitale da prestito in mano di chi presta, come capitale industriale o commerciale in mano del capitalista operante. Ma esso non opera che una volta e ugualmente non produce il profitto che una volta. Anche nel processo di produzione il carattere del capitale, in quanto capitale da prestito, non ha alcuna importanza. Come poi le due persone che hanno diritto a questo profitto se lo ripartiscano, è una questione in sé e per sé puramente empirica, che appartiene al regno della casualità, precisamente come la ripartizione delle percentuali del profitto comune di una società tra i diversi soci. Nella ripartizione tra plusvalore e salario, su cui si fonda essenzialmente la determinazione del tasso di profitto, esercitano un’azione decisiva due elementi completamente diversi, forza-lavoro e capitale; essi sono funzioni di due variabili indipendenti che si limitano reciprocamente e dalla loro differenza qualitativa proviene la ripartizione quantitativa del valore prodotto. Lo stesso si verifica per la ripartizione del plusvalore tra rendita e profitto.

Per l’interesse non si verifica nulla di simile. Qui la differenza qualitativa proviene al contrario dalla ripartizione puramente quantitativa della stessa parte di plusvalore. Mentre da un lato, contrariamente al tasso generale del profitto, il tasso medio d’in­teresse non è determinabile nei suoi limiti da nessuna legge generale, appare al contrario come una grandezza regolare, determinata e tangibile, che non si riscontra nel tasso generale del profitto. “Le merci sono destinate ai diversi usi del consumo, il denaro serve a tutti gli scopi” [Stewart]. Il tasso dell’interesse sta al tasso del profitto precisamente come il prezzo di mercato della merce sta al suo valore. In ogni paese il tasso medio del­l’interesse appare per periodi piuttosto lunghi come una grandezza costante, perché il tasso generale del profitto – nonostante i continui mutamenti dei tassi di profitto particolari, nei quali tuttavia il mutamento in una sfera viene compensato da un mutamento opposto nell’altra – cambia soltanto dopo periodi molto lunghi. E la sua relativa stabilità appare proprio in questo carattere più o meno costante del tasso medio dell’interesse.

Per quanto riguarda il tasso di mercato dell’interesse, che oscilla in continuazione, esso è dato in ogni momento come una grandezza fissa, co­me il prezzo di mercato delle merci, perché sul mercato monetario tutto il capitale che può essere dato in prestito si oppone sempre come massa totale al capitale operante, quindi il livello di mercato dell’interesse è deciso ogni volta dal rapporto tra l’offerta del capitale da dare in prestito da un lato e la domanda di questo stesso ca­pitale dall’altro.

Lo sviluppo e la concentrazione del credito, connessa con questo sviluppo, attribuiscono al capitale da dare in prestito un carattere generalmente sociale e lo gettano tutto in una volta e contemporaneamente sul mercato monetario. Con lo sviluppo della grande industria, il capitale monetario, facendo la sua apparizione sul mercato, è rappresentato sempre più non dal singolo capitalista, dal proprietario di questa o di quella frazione del capitale che si trova sul mercato, ma come una massa concentrata, organizzata, che, del tutto diversamente dalla produzione reale, è posta sotto il controllo del banchiere che rappresenta il capitale sociale.

Il capitale industriale che si presenta come capitale sostanzialmente comune di tutta la classe solo nel movimento e nella concorrenza tra le diverse sfere, si manifesta qui realmente come tale, con tutto il suo peso, nella domanda e nell’offerta di capitale. In questo modo, in rapporto alla forma della domanda, al capitale da prestito si contrappone il peso di una classe; per quanto riguarda l’offerta, esso stesso si presenta in massa come capitale che può essere prestato.

Il tasso generale del profitto è in realtà determinato: i. dal plusvalore che il capitale complessivo produce, ii. dal rapporto tra questo plusvalore e il valore del capitale complessivo, iii. dalla concorrenza, nella misura in cui i capitali investiti cercano di trarre da questo plusvalore dividendi proporzionali alle loro grandezze relative. Il tasso generale del profitto è quindi determinato da cause ben diverse e assai più complicate che non il tasso di mercato dell’interesse, che invece è determinato direttamente e immediatamente dal rapporto tra domanda e offerta e quindi non è un fatto tangibile e dato, come il tasso dell’interesse. Il capitale produttivo d’interesse, pur essendo una categoria assolutamente distinta dalla merce, si trasforma in merce sui generis e quindi l’interesse ne diventa il prezzo, che, come per il prezzo di mercato della merce ordinaria, è di volta in volta fissato dalla domanda e dall’offerta. Le oscillazioni quotidiane del prezzo di mercato delle merci non impediscono che tali prezzi vengano registrati quotidianamente nei bollettini, allo stesso modo il tasso dell’interesse è registrato regolarmente come “prezzo del denaro”. I bollettini meteorologici non indicano il livello del barometro e del termometro con precisione maggiore di quella con cui i bollettini di borsa indicano il livello del tasso d’interesse, non per questo o per quel capitale, ma per il capitale che si trova sul mercato monetario, ossia per il capitale prestabile in generale. Sul mercato monetario si trovano di fronte unicamente chi dà a prestito e chi prende a prestito. La merce non ha che una forma, il denaro. Tutte le forme particolari che il capitale assume sono qui cancellate. Esso esiste qui nella forma omogenea, uguale a se stessa, del valore autonomo del denaro. Questi sono alcuni dei motivi per cui il tasso generale del profitto appare come una immagine nebulosa, evanescente, rispetto al tasso dell’interesse determinato, il quale, sebbene possa variare di grandezza, per il fatto che esso varia in uguale misura per tutti coloro che prendono a prestito, si presenta sempre ad essi come entità fissa, data. Il tasso d’inte­resse appare perciò sempre come tasso generale dell’interesse, come tanto denaro per tanto denaro, come quantitativamente determinato.

[Una forma particolare del credito si ha quando il denaro serve come mezzo di pagamento e non come mezzo di acquisto, e la merce viene alienata ma il pagamento avviene dopo che la merce è stata rivenduta; ossia, questa vendita diventa un mezzo di acquisto (titoli di credito, cambiali ecc. diventano mezzi di pagamento per il creditore) e la loro compensazione sostituisce il denaro].

[k.m.]

(dal Capitale, iii.22)

 

 

Terra e finanza

(valore d’uso e capitale fittizio)

Intorno al concetto di rendita si è ormai creata troppa confusione. Qui se ne analizza il “concetto” e non l’uso giornalistico – che può trovare pure una qualche motivazione comune, ma non certo una giustificazione teoretica – che ne viene fatto anche dai politici. Si sta in un periodo storico del modo di produzione capitalistico che in misura crescente è proiettato verso la sua fase imperialistica [<=], la forma monopolistica finanziaria; in più, negli ultimi decenni il mercato mondiale [<=] non sa uscire dalla sua crisi e, negli anni recenti, è stato segnato da artificiosi e preoccupanti rigonfiamenti speculativi [<=] nell’attività di borsa [<=], svolta soprattutto – ma finanche di aspetti non capitalistici si tratta – sotto le sembianze del capitale fittizio [<=].

In questo periodo – pure da parte di coloro apparentemente, loro malgrado, critici – si tende all’occulta­mento del ruolo che continua a rivestire il valore d’uso nella produzione (capitalistica) di merci [<=]. “Il valore d’uso della merce è premessa al suo valore di scambio e quindi del suo valore”, sostiene Marx.  L’atti­vità lavorativa sul­la terra – “terra” sinteticamente intesa, quale elemento fondante di tutta la produzione materiale del pianeta – soprattutto quella agricola, rispetto alla tecnologia avanzata contemporanea e agli affari puramente finanziari, deperisce sempre più, dal punto di vista sociale dell’indu­stria capitalistica mo­derna.

“La produzione degli alimenti è la prima condizione della vita e di tutta la produzione in generale. La base naturale del pluslavoro in generale, ossia una condizione naturale, senza la quale esso non è possibile, è che la natura fornisca i mezzi di sussistenza necessari, senza l’impiego di un tempo di lavoro che assorba tutta la giornata lavorativa. Questa produttività naturale del lavoro agricolo è la base di ogni pluslavoro” [C, III.37 ss.; per tutte le citazioni da C]. In realtà, il ruolo della ricchezza reale, cioè dei valori d’uso ottenuti e disponibili, è più importante che mai, a cominciare dai prodotti della terra, proprio ora in cui la visibilità dell’i­nedia e della fame nel mondo sfidano la crescita della popolazione avviata verso la saturazione della “portata” del pianeta.

Ma siccome il lavoro (la forza-lavoro [<=]), che gli umani applicano direttamente alle risorse del globo terracqueo per la trasformazione di esse, diminuisce a vista d’occhio, anche quel plusvalore [<=] da loro procurato a tali padroni appare sempre meno direttamente significativo (salvo i giganteschi profitti del pugno di grandi transnazionali che controllano la filiera agro-alimentare e l’indu­stria chimica farmaceutica). È tale circostanza che fa erroneamente derubricare la produzione materiale di valori d’uso, a vantaggio solo del valore (di scambio) come se questo potesse for­marsi senza la ricchezza reale. 

È evidente, dunque, che la terra è un materialissimo elemento della pro­duzione (e immediatamente, come ta­le, non della circolazione, tanto meno speculativa). “La fertilità della natura costituisce una base; lo sviluppo della forza produttiva sociale del lavoro costituisce l’altra” [ivi]. William Pet­ty, all’inizio del XVIII sec., considerava la terra (la natura) “madre” di ogni ricchezza materiale, così come il lavoro era riguardato come il “padre”. Pur senza arrivare a questi estremi – nella concezione materialistica la differenza tra lavoro (fonte attiva) e terra (elemento passivo) è evidente – la natura occupa una posizione indispensabile in ogni processo materiale di produzione, al pari del lavoro in generale, che però è attività, ma già prima che esso diventi “salariato”.

La separazione del lavoro, come elemento soggettivo, nel dissolvimento del suo rapporto con la “terra”, che è il primo oggetto di lavoro appropriato dalla classe padronale dell’e­poca, cor­rispondente al modo di produzione storicamente dominante [cfr. Lf, q.V, f.28, “forme economiche precapitalistiche”], si fonda in verità sulla forma di monopolio che assume la proprietà dell’“oggetto”. “La proprietà fondiaria presuppone il diritto monopolistico, da parte di certi individui, di disporre di determinate porzioni del globo, come sfere riservate alla loro volontà privata, con esclusione di tutti gli altri” [C, loc.cit.]. Col capitalismo, poi, anche al “soggetto” – il lavoratore – con la trasformazione del lavoro in lavoro salariato, merce forza-lavoro, è tolta ogni proprietà su tutte le condizioni della produzione.

E questo è il rapporto di capitale il  quale richiede “che il produttore diretto sia emancipato dalla posizione di semplice accessorio del suolo”. Ma la rendita, in quanto tale, non può che riferirsi originariamente al processo materiale di produzione; ciò implica che, se l’elemento produttivo in questione è la “terra”, la sua proprietà si presenti solo in forma di monopolio, da cui deriva la rendita stessa. Alla stessa maniera che nei modi di produzione precapitalistici avviene nel capitalismo; epperò “la rendita non può svilupparsi come rendita monetaria che sulla base della produzione capitalistica; ma nella stessa misura in cui quest’ulti­ma si sviluppa, si sviluppa la capacità della proprietà fondiaria di impadronirsi, a causa del suo monopolio sulla terra, di una parte crescente di questo plusvalore. In que­sto senso il monopolio della proprietà fondiaria è un presupposto storico e rimane la base costante del modo di produzione capitalistico” [ivi].

Senonché ora “si tratta di analizzare il valore economico, ossia la valorizzazione di questo monopolio, sulla base della produzione capitalistica. “La rendita fondiaria è dunque la forma – scrive ancora Marx, cioè la somma di denaro che l’affittuario paga – sotto la quale la proprietà fondiaria è valorizzata economicamente. Ma questa capitalizzazione della rendita presuppone la rendita stessa”. In generale, “per vendere una cosa (che ha un prezzo e non ha valore, in quanto non è il prodotto del lavoro, come la terra) basta che essa possa essere oggetto di monopolio e sia alienabile”. Marx precisò come la “rendita” provenga dalla terra (in sen­so lato) e, sotto la determinazione storica del monopolio capitalistico, si manifesti in plusprofitto; questo – attribuibile alla “terra, natura inorganica come tale, in tutta la sua selvaggia primitività” e base di tutti i modi di produzione – “trasforma in rendita fondiaria una parte crescente del plusvalore”, creato senza l’inter­vento del proprietario della terra.

“Qualsiasi rendita fondiaria è plusvalore, prodotto di pluslavoro. Individui che vengono considerati possessori di parti del globo terrestre, proprietari fondiari, possono concedere” l’uso della loro terra; “il plus­profitto che ne deriva non dipende dal capitale, ma dall’utilizzazione per mezzo del capitale di una forza naturale che è stata monopolizzata. In tali circostanze il plusprofitto si trasforma in rendita fondiaria. La forza naturale non è la fonte del plusprofitto, ma unicamente la sua base naturale dell’ac­cresciuta produttività del lavoro” [ivi].

È bene anzitutto chiarire gli equivoci introdotti dalle tesi economiche do­minanti. Non ci sono capitalisti “cattivi”, speculatori parassiti, e capitalisti “buoni”, operosi industriali. La voluta confusione keynesiana identifica i primi nel cosiddetto “rentier” del quale si preconizza l’“eutanasia”, cosicché i secondi possano salvarsi. Tali tesi hanno ormai invaso anche l’asini­stra, che condanna giustamente gli speculatori ma salvaguarda spesso gli industriosi “produttori” [ricordate il famigerato conf-corporativo “patto-tra-produttori”?]. Si è detto che sono tutti i capitalisti che ora producono ora speculano secondo le fasi della crisi, costituendo, prima di inimicarsi l’un l’altro, “una vera massoneria nei confronti della classe operaia nel suo complesso”, come notava Marx.

La speculazione occupa lo spazio lasciato libero da quell’ecce­denza di capitale che, come insegna Henryk Grossmann, non può essere accumulata neppure all’estero e quindi viene “esportata all’interno” in borsa. Questi “percettori di reddito” non hanno alcun rapporto con la produzione, e la loro attività” si svolge tutta nella sfera del consumo, con l’uso allo stato puro; in questo senso il principio dell’utilità marginale è l’ideo­logia, l’individualismo ha il suo equivalente nel metodo “soggettivo comportamentale” e la dottrina economica del marginalismo – senza alcuna distinzione di classe e di rapporti di proprietà – ne costituisce perciò la più adatta rappresentazione pseudoscientifica [cfr. Bukharin; lemma precedente].

Seguendo la convenzione giornalistica, capita di scrivere “rendita finanziaria” per denotare gli incassi dei rentiers (i quali, oltre a essere speculatori, è meglio semmai chiamare “ta­gliacedole”). Ma, a rigor di logica e concettualmente, si tratta di una terminologia sbagliata. Non di rendita si tratta, poiché gli affaristi della finanza, che sono senza dubbio ricchi di origine borghese, costituiscono solamente un gruppo interno alla borghesia che opera monetariamente per­cependo soltanto interesse [<=].

Questi individui che agiscono da “rentiersspeculano su denaro, titoli, capitale fittizio, “scommesse” borsistiche, seguono listini e bollettini finanziari, possiedono azioni e dipendono dalle vicissitudini delle speculazioni, sì che ogni giorno possono per­dere tutto o intascare enormi som­me, nel vuoto della circolazione irrea­le. È sùbito evidente che si tratta di attività al puro livello della circolazione, che, come argomentato, sono spesso fuori non solo della produzione, ma anche dal processo di circolazione capitalistico propriamente detto; infatti, la speculazione in quanto tale si svolge sul denaro in quanto denaro [<=], quindi al di qua dell’at­tività capitalistica vera e propria.

Così – a parte la convenzione giornalistica o del calcolo attuariale – nessun senso scientifico può essere attribuito alla definizione di “rendita” estesa alla speculazione monetaria o fittizia nella misura in cui è totalmente estranea a qualsiasi attività produttiva reale. Tale speculazione, dunque, non produce né valore né plusvalore (prodotto dal pluslavoro sulla terra e di cui si appropria la rendita vera e propria per “detrazione” da esso per la sua parte monopolistica) ma ne intasca soltanto una parte, già prodotta altrimenti, solo per “trasferimento” dal profitto medio industriale.

“Il fatto che la rendita fondiaria stes­sa viene confusa con la forma di interesse per chi acquista la terra – confusione questa che deriva da un’as­soluta incomprensione della natura della rendita fondiaria – deve portare alle conclusioni più bizzarre e fallaci. La rendita e contemporaneamente il valore del terreno si sviluppano parallelamente al mercato dei prodotti della terra” [ivi]. La speculazione parassitaria galleggia solo sulla superficie di quella confusione e raccatta semplicemente, si potrebbe dire “creativamente”, qualcosa che è appunto identificabile come “interesse monetario” [<=], il cui “prezzo” (non “valore”) che grava sul plusvalore prodotto dai lavoratori è determinato erraticamente dall’offer­ta e dalla domanda di quel particolare titolo monetario oggetto di “scommessa”.                                                                

[gf.p]

 

 

Terrore imperiale

(economia mondiale, pacifismo)

Negli stati moderni il ricorso agli eccessi di violenza e di coercizione da parte dei governi – secondo Perry Anderson [Ambiguità di Gramsci, Laterza, Bari 1978] – non è affatto la dimostrazione che il blocco storico di classe [<=] al potere si sia rinforzato; anzi, spesso è il segnale di una crisi di egemonia, cioè dell’incapacità di mantenere il consenso [<=] maggioritario con mezzi “pacifici”: il blocco di potere inasprisce la repressione (fino a instaurare regimi autoritari) quando è in difficoltà di fronte alle crescenti rivendicazioni di indipendenza delle classi subalterne e al pericolo (anche se non immediato) di un rovesciamento reale dei rapporti di forza – rivoluzione sociale e della possibile presa del potere – rivoluzione politica – da parte del blocco di classe alternativo (se qualcuno pensa ai governi di “alternanza democratica”, può smettere di leggere qui e tornare a guardare la tv). In sostanza (come Gramsci aveva intuito, ma non inquadrato in una teoria coerente) in questi casi si tratta sempre di controrivoluzione preventiva.

Quanto sopra è ben applicabile alla fase attuale dei rapporti internazionali. Oggi il grado di violenza più o meno “concentrata” e diretta contro le classi lavoratrici e le masse popolari, tramite la cosiddetta “spirale guerra-terrorismo” alimentata sistematicamente dal “blocco storico” imperialista transnazionale, comandato dalla lobby industriale militare Usa, è spaventosamente grande. Ciò significa che la forza reale del sistema non è più sufficiente per gestire “pacificamente” il “Nuovo ordine mondiale”, limitandosi cioè a finanziare i predoni locali e i massacri “a bassa intensità” per procurarsi “a credito” (leggasi rapinare) quantità spropositate di risorse e garantire così i privilegi delle classi al potere e il consenso delle “classi medie” nei paesi dominanti.

Analizziamo un po’ più a fondo il fenomeno. Negli ultimi decenni si so­no sviluppati con una progressione travolgente, per effetto della crisi generale da sovraproduzione [<=] di capitale, gli elementi di specificità introdotti dal capitalismo maturo (im­perialista) nei rapporti fra politica ed economia, cambiando il quadro strategico di riferimento.

Dal versante della proprietà [<=] è maturato il passaggio dalle concentrazioni “multinazionali” di capitale – che si contendono i superprofitti monopolistici essenzialmente aumentando le dimensioni (scala) della produzione di merci in settori specifici – verso la prevalenza delle centrali finanziarie “transnazionali”, che tendono al controllo di intere filiere economiche (dalle fonti primarie di risorse, alle aziende di trasformazione, alla grande distribuzione) e delle politiche economiche degli stati dipendenti, attraverso le manovre sugli investimenti diretti esteri (ide) [<=] e sul credito [<=], che (data l’enorme quantità e velocità di spostamento – dislocazione) sono capaci di provocare “crescite miracolose” e fallimenti catastrofici di intere economie nazionali (vedi Argentina, ma è solo un esempio). Sotto la maschera della “liberalizzazione dei mercati” e accanto alla realtà della competizione monetaria , questa è la base della “globalizzazione[<=].

In quest’ottica anche il concetto di proprietà privata [<=] si deve aggiornare: è l’intera classe lavoratrice (nazionale e internazionale) che viene sempre più “privata” (privare = togliere, far mancare) di ogni controllo individuale (e, nelle intenzioni dei “privatizzatori”, anche collettivo e sociale) sulla propria forza-lavoro [<=] venduta come merce e sottoposta alle condizioni di profitto del capitale; e ciò, si badi bene, succede anche quando lo stato assuma la proprietà giuridico-formale e gestisca direttamente aziende e servizi “pubblici”, se l’interesse primario resta quello privato di una ristretta borghesia al potere. D’altra parte già Marx, che definì la proprietà capitalistica non genericamente, ma riferendosi al comando sui mezzi di produzione, cioè sulle risorse naturali, sul lavoro morto incorporato nel capitale costante, e sul lavoro vivo fornito dalla forza-lavoro riprodotta socialmente (capitale variabile), scrisse pagine di fuoco contro gli “statalisti” seguaci di Lassalle.

Dal versante del potere, le crescenti difficoltà nella competizione economica inducono le frazioni di comando che risiedono nei paesi dominanti all’uso sempre più diretto degli apparati politici e militari statali e sovrastatuali (altro che “neoliberismo”!) per assicurarsi condizioni di favore nelle aree strategiche: da qui l’esca­lation di guerre [<=] “preventive” e di attacchi generalizzati alla forza-la­voro sociale. [A margine (ma non a caso) possiamo notare la “discesa in campo” politico di protagonisti della lotta economica (curiosamente anche stavolta l’Italia ha aperto la strada col Cavaliere, seguita a ruota dagli Usa col Petroliere, come fu, in altre circostanze storiche, per il Duce rispetto al Führer)].

Le “tecniche innovative” di controllo sociale e di controrivoluzione preventiva diretta da parte delle agenzie del capitale hanno parecchie varianti. Fra queste, la creazione del “pericolo terrorista” da parte dei servizi segreti, molto di moda oggi, e l’instaurazione di regimi autoritari tramite forme di autogolpe (si veda, a riprova, l’uso di bin Laden a sostegno, oltre che della guerra permanente, del Patriot act e della campagna elettorale di W; a controprova, il tentativo fallito di Az­nar in Spagna).

Bush, Blair, Berlusconi & co. chiamano a gran voce i cittadini, i patrioti, i “difensori della democrazia” a mobilitarsi (ovviamente sotto il comando dei loro padroni e dei padroni della finanza mondiale) per combattere contro il vero, l’unico nemico globale: il terrorismo internazionale!! In questo modo, oltre ai risultati “tradizionali” delle precedenti guerre imperialiste (enorme sviluppo delle produzioni di morte e distruzione delle “eccedenze”, per ristabilire il controllo e le opportunità di profitto monopolistico nei paesi vincitori), si ottiene anche il vantaggio di far apparire le potenze imperialiste come alleate fra loro nel presunto “scontro di civiltà” in atto, evitando lo scoppio diretto di reciproche ostilità (impedito di fatto dallo strapotere militare degli Usa, almeno per ora), ma esponendo le popolazioni e i lavoratori direttamente “in prima linea” di fronte agli attacchi dei fantomatici nemici terroristi: in tal modo l’ansia e la paura collettive si scaricano contro gli stessi obiettivi imperialisti, sia esterni (i movimenti di resistenza nei paesi oppressi), sia interni (chi resiste alla propaganda di guerra e continua ad indicare ai lavoratori che il vero nemico globale è il capitalismo) [ma non risparmiando neppure una malcapitata che fa onestamente il suo mestiere di giudice].

Per sostenere questo continuo aumento di tensione senza scatenare conflitti interni non gestibili, si devono studiare e realizzare con cura le strategie di “disinnesco”.

Dalle “torri gemelle” in poi, la tecnica “brevettata” negli Usa a questo scopo si può chiamare “terrorizza (davvero) e proteggi (per finta)”. La diffusione sistematica della paura di nemici diabolici, “terroristi globali” (noti o ignoti, esterni o interni che siano), induce il bisogno diffuso di “protezione”. Questa è la condizione più favorevole affinché i mezzi di comunicazione possano imporre alla “opinione pubblica” la vendita di sistemi di “difesa” e “reazione” ad altissima tecnologia e capacità distruttiva (stile “James Bond”), cioè l’e­sat­to contrario della sicurezza sociale, a tutto vantaggio sia dei profitti del settore, sia dell’accettazione da parte della società civile (più o meno entusiasta a seconda della collocazione di classe) degli enormi apparati militari, spionistici e repressivi, con il conseguente imbarbarimento delle relazioni umane, dalla dimensione interpersonale a quella internazionale.

Se il capitale in crisi di valorizzazione globale, come un animale affamato, mangia le sue stesse basi di sostegno (distrugge quantità crescenti di forza-lavoro produttiva e di valore), altrettanto “globale” dev’essere la risposta di classe dei lavoratori per riappropriarsi collettivamente di questo mondo, prima che sia reso del tutto invivibile dalla logica perversa della competizione capitalistica transnazionale e dalle élites che la incarnano. Diventa sempre più necessario e urgente porsi seriamente l’obiettivo di unificare il “prezzo della forza lavoro” (cioè in sostanza le condizioni di lavoro e le opportunità di vita) a livello mondiale e – anche se in modi molto diversi e apparentemente contrastanti, p. es. fra le metropoli del­l’imperialismo e le periferie variamente colonizzate – di riconoscersi come proletariato mondiale e di “mettere a fuoco” il nemico principale, che non sono gli Usa, ma le lobbies dell’imperialismo finanziario in guerra fra loro – di cui quelle residenti in Usa, pur predominanti sul piano militare, su quello economico hanno sempre maggiori difficoltà a difendere il dollaro dall’avanzata dell’euro.

Forse non ha avuto torto il New York Times, dal suo punto di vista (liberal democratico), a parlare del movimento no/new global come della “sola grande potenza”’ in grado di contrastare l’egemonia mondiale degli Usa. Ma tale potenza non si trasformerà in azione efficace fino a che le opzioni morali del pacifismo e della nonviolenza non si trasformeranno in sostegno politico attivo ai combattenti per l’indipendenza e l’emanci­pazione dei loro popoli, i quali non possono permettersi il lusso di essere pacifisti e non violenti. Certo, bisogna sconfiggere l’integralismo e il fanatismo in tutte le sue forme. A cominciare da noi: chi propaganda il pacifismo e la non violenza in modo “fanatico” e “integralista” o è un idealista ingenuo o, peggio, è un “pompiere” opportunista mascherato da “guru” [il riferimento a Bertinotti, nuovo beniamino dell’asinistra doc, è del tutto voluto].

Infatti, riproporre i “pannicelli caldi” del riformismo [vedi il riferimento diretto al manifesto di Bad Godesberg], accompagnati con l’ideologia della non violenza, a un movimento locale e mondiale che sta faticosamente maturando coscienza e autonomia di classe per adeguarsi al livello dello scontro, non solo è sbagliato: è oggettivamente criminale. L’unico pacifismo che può essere efficace è quello che indica coraggiosamente i tempi “lunghi e tormentosi”, per dirla con Marx, della formazione di una coscienza capace di percorrere la via del passaggio (rivoluzione) dal dominio sociale del ciclo di valorizzazione (e crisi) del capitale sul mercato mondiale [<=], a un nuovo ciclo, di valorizzazione del lavoro organizzato socialmente, per la riproduzione allargata delle condizioni di vita e di civiltà, nel rispetto delle diversità culturali e in equilibrio con l’ambiente. Non è un problema teorico: siamo, ancora una volta, al confronto drammatico con l’opportuni­smo socialdemocratico, che nei periodi di crisi ha sempre preparato, per tutto il Novecento, l’avvento dei peggiori regimi autoritari (basterà ricordare i crediti di guerra nel 1914 e i cedimenti della repubblica di Weimar nella Germania prenazista?).                                  

[p.v.]

 

 

Tobintax # 1

(plusvalore e funzioni originarie)

La cosiddetta “sinistra democrati­ca” internazionale pretende di seguire le evoluzioni in volo del denaro mondiale – il cosiddetto flying capital. Ma oltre a essere impreparata, non sa essere abbastanza maliziosa: cerca infatti di colpire separatamente la speculazione di contro alla produzione, il che non solo è utopico ma sbagliato. Questa sinistra bor­ghese degli “economisti illuminati”, la chiama Marx, non essendo capace di individuare la comune fonte del plusvalore, crea confusione e ri­schia perfino di favorire il ricompattamento del fronte borghese in crisi, ri­portando alle “regole” del grande capitale transnazionale anche l’aristocra­zia finanziaria sfuggita al suo controllo e in conflitto con es­so: cosicché sia sempre il proletariato – la classe che col suo pluslavoro produce e fa circolare quel plusvalore complessivo – a farne le spe­se.

In effetti – fin dal 1848 del Manifesto comunista, di cui si mutuano qui le formulazioni – uno dei limiti storici di codesta sinistra è sempre stato di volere le condizioni di vita della società civile costruita sul modo di produ­zione capitalistico senza gli “inconvenienti” del capitalismo stesso: la con­traddizione economica sociale e politica è ignorata: “il loro socialismo consi­ste appunto nell’affermare che i borghesi sono borghesi – nel­l’inte­resse del­la classe operaia”. Anche Gramsci avvisava di considerare quella componente de­mocratica come l’ala sinistra progressista della borghesia e non come l’ala destra moderata del proletariato. La qual cosa, certo, pone il problema non facile delle alleanze necessarie in fasi critiche della storia so­ciale, e quindi anche quello della possibilità di re­putare perfino migliore e più seria la prima della seconda. Ma è neces­sario preliminarmente chiarire la differente prospettiva di classe da cui ci si pone.

Le osservazioni che precedono possono risultare apodittiche se non vengono argomentate convenientemente. Si può perciò provare a fornire ta­li argomentazioni – dal punto di vista dell’analisi marxista e restituire base teorica ai comunisti per dare fondamento scientifico alla lotta di classe – per riuscire a giudicare corretta­mente le determinazioni economiche che ne stanno alla base. Nel caso del “parassitismo dei rentiers” è bene precisare, innanzitutto, che sono propria­mente i capitalisti operanti i primi interessati a ridurre alla ragione l’auto­nomia della speculazione, e questo dialetticamente proprio per non far dileguare la speculazione stessa. Ecco allora donde viene la spinta per una nuova “regolazione” dell’economia mondiale, fino alla formale tassazione dei redditi finanziari speculativi e dei cosiddetti capital gains. Non è male cercare di capire come e perché.

La formula più seguìta per rincorrere siffatta regolazione è quella della tassa proposta da James Tobin. Non per niente Tobin fu capo degli eco­nomisti di John F. Kennedy (inizio anni ‘60) e poi premio Nobel (1981): che nessuno di questi due “titoli” sia insegna di comunismo, ma neppure di difesa degli interessi del proletariato, nessuno può disconoscerlo. Fu proprio nel mezzo del cammin della sua vita – nel 1972, all’acme della manifestazione della crisi esplosa a metà del decennio precedente, nel momento in cui pertanto la crisi era già netta, ancorché latente, ma la sua forma monetaria, inevitabilmente precoce, era ormai decisamente conclamata – che il dr. Tobin, per cercare di tamponare le scorribande borsistiche dei finanzieri d’as­salto e al contempo finanziare la stabilizzazione dei cambi e dei prezzi turbati dalla crisi stessa e dagli affaristi, pensò alla tassazione dei guadagni speculativi derivanti dagli arbi­traggi sulle operazioni a breve termine effettuate in valuta; l’obiettivo originariamente dichiarato, assolutamente provvisorio, voleva essere quello di stabilizzazione delle borse nelle transazioni giornaliere (cioè sulle crescenti possibilità degli “operatori finanziari” di lucrare sulle differenze e sulle rapide oscillazioni dei cambi in connessione alle operazioni di compravendita, sempre più fittizie, di valute estere e di titoli denominati in tali valute contro altre valute). [Fu tra il 1999 (cfr. Proposta, 27, Milano 1999) e il 2001, con coda fino al 2003 per la morte di Tobin, che ci occupammo altrove più volte della Tobintax originaria].

Questo era il quadro di una fase in cui, dopo la crisi reale da sovrapro­duzione, di fronte all’incipiente pressione della pletora di denaro (capitale monetario), il capitale finanziario propriamente detto – quello controllato dal­la grande borghesia industriale transnazionale – cominciava le proprie ma­novre per cercare di contenere l’autonomizzazione degli avventurieri della speculazione borsistica. L’iniziativa “kennediana” (e post-rooseveltiana) di Tobin si colloca in tale quadro. Senonché, mentre la borghesia capitalistica andava avanti col suo “pensiero” – non tanto “unico”, quanto da secoli domi­nante (è principio elementare che “l’i­deologia dominante è l’ideologia della classe dominante”) – la “sinistra democratica” si adagiava nella ricordata conservazione del modo di produ­zione capitalistico senza i suoi “inconvenienti” [l’acronimo Attac, emotiva­mente significante e noto per altre diverse iniziative popolari, nacque invece proprio dalle iniziali di “Azione per una Tassa Tobin di Aiuto alla Cittadinanza”; ma preoccupa qualora sia manifestata da chi si ritenga “mar­xista” e quindi comunista].

Il “significato” delle parole celate in quell’acronimo implica la presunzione di cambiare le cose attraverso una “tassa”; a tale proposito basterebbe rammentare ai marxisti quanto proprio Marx indicava nelle istru­zioni ai delegati della i internazionale: “nessuna modifica della forma di imposizione può produrre un qualche importante cambiamen­to nelle relazioni tra lavoro e capitale. Ciononostante, dovendo scegliere tra due sistemi di imposizione, raccomandiamo la totale abolizione delle imposte indirette, e la loro sostituzione generale con le imposte diret­te”, seguita dalla “trasformazione delle imposte dirette in un’im­posta progressiva sui redditi”. Con l’acronimo si fa riferimento a un economista assolutamente borghese come Tobin ed è impossibile trovare la benché minima traccia né del carattere diretto né di quello progressivo di quella “tassa”, che invece è indiretta e proporzionale. Sicché il presunt(uos)o “aiuto alla cittadinanza” implica la negazione della presa di coscienza nella centralità della classe lavoratrice, a vantaggio della generica categoria di “cittadino”.

Il concetto mancante, alla base del tutto, è quello di plusvalore, come si è poc’anzi accennato. E il plusvalore proviene – tutto intero – dal pluslavo­ro dei salariati occupati nella sfera della produzione, sì che con la parte di esso accumulata nel precedente ciclo di metamorfosi del capitale si possa­no pagare anche i redditi degli altri lavoratori occupati nella sfera della circo­lazione. Tutto, assolutamente tutto, il plusvalore nuovamente prodotto va nelle casse della classe dominante – borghesia industriale e commerciale, banchieri e aristocrazia finanziaria, proprietari fondiari e ogni altra sorta di sfruttatori – la quale ne effettua la ripartizione secondo i rapporti di forza che i rispettivi “diritti di proprietà” garantiscono, con alterne sorti secondo il ciclo della crisi, a cia­scuna delle sue componenti. Afferma Marx che “a causa della forma antitetica delle parti in cui il plusvalore si suddivide, si dimentica che esse sono semplicemente parti del plusvalore stesso e che la sua ripartizione non può mutare la sua natura, la sua origine e le sue condizioni di esisten­za. Per il lavoratore salariato è del tutto indifferente se il capitalista è pro­prietario del capitale con cui opera, e intasca tutto il plusvalore, o se ne de­ve pagare una parte a un terzo come proprietario giuridico” – di come la tor­ta, che lui ha faticato a produrre insieme ai suoi compagni, venga divisa tra i padroni. Ovverosia, codesta spartizione è solo affar loro, e non cambia nulla immediatamente nella vita dei proletari di tutti i paesi.

Quindi, la “creazione di nuovi strumenti di regolazione e di controllo a livello naziona­le, europeo e internazionale”, reclamata a gran voce dai postkeynesiani re­golazionisti, può solo servire per restituire il predominio a una parte del ca­pitale imperialistico sull’altra. Ed è proprio quello che, ligi al loro ruo­lo di “teste d’uovo” della borghesia industriale, i vari Tobin & co. con coeren­za perseguono. La loro “teoria” è invece quella in cui profitto industriale e commerciale, interesse e rendita, sono separati originariamente con riferimento a cause e contributi affatto diversi, sì che gli uni siano visti come capitalisti “buoni”, quelli che meriterebbero ricompense per il loro ... “lavoro”, e gli altri quelli “cattivi”, che da speculatori parassiti non fanno un tubo tutto il santo giorno (e che sono perciò considerati come la sola classe “pura” di proprietari tagliacedole).

Ma qual è l’interesse dei marxisti? Non certo quello di accreditare simi­li mistificazioni ideologiche manichee, favorire e allearsi con i “buoni” con­tro i “cattivi”, fare fronti neocorporativi di produttori e via armonizzando. Per­tanto è certo curioso che, anche sulla stampa comunista (o dichiaratamente schierata come tale), si faccia riferimento esclusivo a economisti borghesi dalla testa ai piedi (in questo caso soprattutto ... pedestri) e neppure per errore o distrazione venga fatto cenno, magari pure implicito, alla teoria marxista del valore, del plusvalore, del denaro e delle crisi. Quei comunisti che invocano la “tassa Tobin” o qualsiasi altro attacco fabiano al­la così impropriamente detta “rendita” speculativa, ritengono ancora che viga lo sfruttamento del lavoro salariato? e che da esso, e solo da esso, provenga tutto il plusvalore? o, ancora, che la crisi sia dovuta sempre a eccesso di sovraproduzione di va­lore e che la massa di denaro-mer­ce, quindi, non possa trovare periodica­mente altro sbocco provvisorio che nella speculazione?

Se ritengono ancora valida tutta l’a­nalisi marxista farebbero be­ne a ripensare alla loro coerenza con provvedimenti tampone di stampo marginalistico keynesiano, buoni solo per un regolamento di conti interno al­la classe dominante. Gli economisti illuminati di scuola borghese, infatti, lo­ro sì nella negazione e mistificazione dello sfruttamento (plusvalore), pos­sono ben ritenere che sia il “continuo incremento delle rendite da capitale” la causa, anziché l’effetto, della caduta dell’attività produttiva e del connes­so deterioramento occupazio­nale, salariale e del livello di vita. Ma la vera causa causante di tutto ciò, viceversa, è precisamente l’eccesso di sovra­produzione che il capitale stesso ciclicamente non è in condizioni di soste­nere. Senonché, non solo ora ma già da diverso tempo (l’asinistra non se n’è ancora accorta, e comunque percepisce la realtà con la lentezza, ma non con la saggezza, di un bradipo), gli interventi sovrastatuali sono ritornati alla grande contro quello che loro chiamano “li­berismo selvaggio” (ce n’è uno “educato”, evidentemente!). Tali organismi hanno stabilito regole operative internazionali per “favorire” l’intermediazione finanziaria “educata”, quella che fa ugualmente un mucchio di miliardi sui “fondi” e sui “derivati” ma ... mette a disposizione dei mercati finanziari (sic! le borse più che le banche) denaro liquido con maggiore stabilità e in funzione anticiclica, in nome della ... liquidità internazionale agognata. La più che blanda tassazione introdotta nei cosiddetti mercati regolamentati è il massimo che il grande capitale monopolistico finanziario mondiale, unito, accetti: ed è quanto accetta e fa contento anche Tobin, il quale ha così svolto il suo cómpito.

Epperò Tobin stesso ha dichiarato [cfr. il Financial times, proprio del fatidico 11 settembre 2001, poco pri­ma del clamoroso crollo delle “torri gemelle”] che quella sua vecchia proposta è stata vanificata e superata dagli avvenimenti finanziari internazionali, perché la speculazione di breve periodo è tornata sotto controllo internazionale. Proprio da tutto ciò deriva che la “lotta tra fratelli nemici” si scateni di conseguenza per ap­propriarsi della fetta più grande possibile del plusvalore complessivo già prodotto. Con la duplice conseguenza, questa sì, che, da un lato, come ri­conosciuto da molti sostenitori borghesi di Tobin, si otterrebbe il risultato, ri­cercato e voluto dal grande capitale monopolistico finanziario di centralizza­re ulteriormente il mercato mondiale delle operazioni di arbitraggio in valuta, oggi troppo frammentate e disperse rispetto al resto delle transazioni borsi­stiche e perciò, dall’altro, non avere difficoltà a traslare la “tassa Tobin” prima sul “parco buoi” dei piccoli risparmiatori di borsa e poi, in ultima istan­za, sui lavoratori stessi, magari attraverso giochi speculativi dei fondi pen­sione. Bel risultato! La spartizione del plusvalore può avere – mediatamente – conse­guenze anche sulla dinamica della composizione del proletariato: i capitalisti, se fan­no “emigrare” il denaro nella speculazione, come insegna Grossmann, non è per “cattiveria” ma è solo perché non possono più spremere plusvalore nelle condizioni date del mercato mondiale. Dunque il proletariato può solo, ma deve saperlo fare, avvalersi di codesta contraddizione in seno alla borghe­sia e amplificarla al massimo a proprio vantaggio, anziché assecondare una fazione borghese sull’al­tra, di fronte a leve speculative venti\ trenta volte superiori al valore nominale, a rischio di “bolla”.

Tutti gli “esperti”, Tobin stesso in testa, sono concordi nel ritenere che una simile tassa potreb­be funzionare solo se applicata simultaneamente e con le identiche norme in tutto il mondo, o almeno in quello che conta finanziariamente: se no il capitale continua a volare dov’è più libero. Sicché, in ultima analisi, il movimento a favore della tassa Tobin – oltre a esprimere il massi­mo sostegno al grande capitale monopolistico finanziario transnazionale vieppiù centralizzato di contro agli speculatori d’as­salto dell’oligarchia fi­nanziaria speculativa autonoma – si infrange sulle vorticose pale del mulino a vento mosso dall’intero capitale mondiale a cui si vorrebbe sugge­rire il suicidio. Almeno Keynes, col chiaro senso dell’opportunismo che lo distingue­va, proponeva ai rentiers una “dolce morte” diluita nel tempo. Invece i nostri eroi attaccano direttamente quei mulini, proprio come credeva di fare Don Quijote per riaffermare l’onore dei cavalieri erranti di fronte all’ap­parire della rivoluzione borghese. In effetti la tassazione dei capitali, se portata alle estreme conseguenze, altro non è che un invito al suicidio rivolto al capitale stesso!

Senonché, per raggiungere tali conseguenze finali, occorrerebbe avere una forza mille e mille volte superiore: una forza, raggiunta la quale, non si penserebbe più a “quisquilie e pinzillacchere” come il sistema fiscale, ma a rivoluzionare dalle fondamenta il modo di produzione capitalistico. E una rivoluzione – per giunta una rivoluzione a scala mondiale – non si può fare “per legge”, chiedendola ai padroni stessi. Una fesseria del genere si appella alla “dimensione etica” per far “rivivere la filantropia” del capitale, ma ovviamente in favore dei consumatori sì da non gravare sulle transazioni finanziarie: toh! e che la misera tassa Tobin dimezzata (essendo la stabilizzazione della liquidità ... liquidata apparentemente con gli accordi sovrastatuali sulla regolazione degli interventi speculativi) possa andare a finanziare la lotta per sradicare in tutto il mondo la povertà estrema dei cosiddetti Hipc [appunto i paesi poveri fortemente indebitati]. Va da sé che il keynesiano kennediano James Tobin – fedele alla consegna di non sfavorire troppo gli investimenti industriali produttivi duraturi e gli scambi commerciali, rispetto alle scorrerie istantanee degli speculatori – suggerì di tassare poco, in realtà lo 0,1%, questi ultimi per disincentivarli appena nei loro più sordidi affari.

Ma l’espropriazione generalizzata dei grandi padroni non è certo ciò che voleva James “Bond” Tobin con la sua tassa! Riassumendo in ordine decrescente di praticabilità politica oggi  i veri punti sarebbero: l’esproprio dei capitali finanziari, con una rivoluzione di là da venire; la confisca del plusvalore totale, con misure di transizione da cui pure si è però ancora assai lontani; ovvero la tassazione progressiva di tutte le forme di ricchezza patrimoniale (ossia plusvalore accumulato), che parrebbe più abbordabile come avviene parzialmente già in altri stati, ma i parassiti fanno di tutto per evitarla. Quest’ultimo livello – ancorché limitato al puro e semplice palliativo fi­scale, e perciò non di primaria importanza – potrebbe facilmente trasfor­marsi nella classica rivendicazione marxengelsiana da “programma mini­mo” della progressività delle imposte dirette (la tassa Tobin, si è visto, non è neppure questo!), confluendo così sulla più “banale”, ma possibile, lotta per far pagare tutte le imposte già dovute su società e imprese, ossia il difficile re­cupero a lungo termine dell’evasione. Oltre alla maggior coerenza teorica, questo obiettivo sa­rebbe anche molto più aggregante socialmente, in linea sindacale e politica, e quindi più praticabile di qualsiasi esotismo radicalborghese.

Che all’età di 84 anni sia morto il premio Nobel 1981 per l’economia James Tobin, tanto caro ai padroni kennediani di tutto il mondo, a noi non ha suscitato particolare commozione. In effetti, lui stesso, praticamente sul letto di morte, ebbe a dichiarare che la sua tassa sui movimenti di capitali, la cosiddetta Tobintax – passata la buriana della carenza di controllo Usa sulla speculazione, a seguito della crisi degli organismi di Bretton Woods – non significava più assolutamente niente. Ma noi – e non l’“asi­nistra democratica”, che ancora ci sbatte la testa – lo sospettavamo da tempo: valga a mo’ di epitaffio.                                     

 [gf.p.]

 

 

Tobintax # 2

(il“riavvolgimento” di un vecchio film)

I “fratelli nemici-amici” Angela Merkel e Nicolas Sarkozy rilanciano nel 2011, quasi quarant’anni dopo, la “celebre” tassa Tobin quale iniziativa europea antispeculazione [?!] sulle transazioni finanziarie, tra mille polemiche e critiche dei cosiddetti “mer­cati”. Per sostenerla i due pseudo capi dell’imperialismo europeo in affanno propongono, come riporta il CdS, la creazione di un governo economico (facile a dirsi ma non a farsi) e l’introduzione nelle costituzioni dei diversi stati per la zona euro dell’ob­bligo del pareggio di bilancio (senza spiegarne senso e coerenza dal punto di vista economico e di classe).

Tutti, proprio tutti Tobin compreso si sa [vedi sopra # 1], dissero che tale tassazione sulle transazioni potrebbe andare ipoteticamente bene se adottata a livello globale, altrimenti le transazioni colpite si sposterebbero semplicemente in stati dove la tassa non fosse applicata; perciò un obiettivo sarebbe di non far andare fuori dal­l’Europa i capitali internazionali. Ma se non si stabilisce normativamente un rapporto coerente – altro che “distorsione” di anonimi “mercati”! – tra disavanzo, debito cumulato e pil (crescita mercantile) nulla ha senso. In effettiil vero problema rimane la riduzione del debito pubblico (quindi contingentemente anche del disavanzo) e la razionalizzazione progressiva delle entrate rispetto alle spese sociali necessarie, di fronte allo sperpero do­vuto ad abusi, corruzioni, trucchi con­tabili e via imbrogliando: ma ciò serve a distrarre la popolazione e la si fa parlar d’altro. Non si risolve la questione minacciando punizioni per chi vìola le nome!

Perciò dal lato capitalistico una simile tassa sulle transazioni finanziarie che, come si dirà appresso, non è la “Tobintax” – al pari della cosiddetta Robin [Hood] tax annunciata in Italia da Tremonti, che ne ha imitato il nome anche nella fonetica – è un invito (non voluto?!) rivolto ai capitalisti di trasferire investimenti finanziari all’estero: piangendo poi per l’eva­sione favorita dallo stato stesso. L’as­sociazione italiana delle banche sostiene che neppure è certo che una tale tassa così distorta sia in grado di bloccare le speculazioni. Al contrario l’asinistra pseudo “comunista” ritorna, con lo stesso ritardo decennale e la solita ricordata lentezza da bradipo, a rivendicare l’applicazione di un simulacro della Tobintax riavvolgendone una pellicola dall’aspet­to disperato e sconnesso per la consunzione. Con un moralismo d’accatto ripete la tiritera sulla Tobintax, per dire che a essa – ma guarda un po’! – “si deve accompagnare la modifica dello statuto della Bce, che deve essere sottoposta al livello politico e deve rispondere alle esigenze sociali dell’U­nione e non ai principi ideologici del neoliberismo” [sono nostri i corsivi sulle frasi del prc sul “dover essere”: aspettiamo indicazioni praticabili].

Simili deontologie fanno bene il paio con quanto sostenuto dai vescovi su Avvenire, che ritiene la “tassa grande segnale di civiltà, un’idea significativa e rilevante che ha il difetto di arrivare tardi”: solo che quella vera era un’altra cosa. Forse prima non si erano accorti di ciò che già c’era da anni e perciò sostengono che “con la crisi del 2008, fino a giungere sull’orlo di un baratro, la speculazione finanziaria li ha risvegliati tragicamente”: dal coma profondo!Santa ingenuità! E allora avanti con un “blablare” su bene comune, eticità, redistribuzione, entrate per infrastrutture, seria lotta ai paradisi fiscali, e domande poste dai “giovani” all’eco­nomia e alla finanza di fine secolo scorso, rispondendo alle quali “forse la grave crisi tutt’ora in corso poteva essere evitata”. Forse: e, rotolando giù dalla montagna del sapone, aggiungono un prudente “se” all’utiliz­zo degli introiti per tali scopi, sì da “rendere possibili sviluppo e democrazia per miliardi di persone”. Perfetta è l’assonanza fideistica tra sedicenti “comunisti” e religione per le loro comuni “profonde radici, umanistiche e cristiane”, sulla “fesseria” di evocare la filantropia” del capitale.

Per fortuna che, quasi paradossalmente, c’è il punto di vista laico liberista [cfr. http://www.chicago-blog. it/ organizzazione radio24 borsa] che rimette le cose a posto, spiegando, almeno oggi, cosa sia la Tobintax [v. prima # 1] e come (non) funzioni. L’autore afferma che sicuramente “qualcosa verrà definito Tobintax”, in versione ridotta come tassazione sui soli guadagni finanziari o interessi monetari (cioè non sarà una Tobintax) il cui vero fine è “fare cassa”. Il nome di tassa Tobin, allora, è usato solo come scusa per affermare che essa possa frenare la speculazione, riprendere il controllo dei mercati, proteggere il risparmio e il prestigio dei titoli di stato, risollevare questa economia sofferente, criticando così coloro che falsamente tobineggiano. In realtà l’autore ricorda – come anche qui noi ora riprendendo la critica di una ventina di anni fa – che Tobin pensava al tasso di cambio e a ridurre le sue oscillazioni di breve periodo; invece i movimenti “di lungo periodo”, “strutturali” o “fondamentali”, implicano un riallineamento delle variabili, tasso di cambio compreso, contro cui Tobin non aveva alcuna indicazione di agire.

Con argomentazioni anche tecniche contabili, nello scritto citato si mostrano i limiti e i mancati funzionamenti della tassa, soprattutto qualora se ne alteri la sua ridotta portata che verte sulle oscillazioni quotidiane dei corsi dei cambi. Se si intende la To­bintax come una tassazione sull’in­tero importo dell’operazione, e non sul guadagno netto, non si tratterebbe realmente di essa ma solo di una aliquota fiscale particolare sui redditi finanziari [non si tratta di “rendite”, semmai interessi, perché quelle hanno un principio e un carattere del tutto diverso, connesso alla monopolizzazione della “natura”], che è tutto un altro discorso. Infatti, in presenza della Tobintax (vera) il suo pagamento – giocando sul differenziale tra l’onere della tassa e l’eventuale rapido guadagno puramente speculativo – assorbirebbe tutto il possibile guadagno, e all’in­terno della cosiddetta “area di Tobin” le operazioni speculative andrebbero in perdita. L’obiettivo immediato di Tobin mira soltanto a bloccare i movimenti di corto respiro in modo che il prezzo resti stabile, finché non ci si aspetti una variazione del prezzo sufficiente a scavalcare l’effetto deterrente della tassa.

Ma quando l’aspet­tativa è per un prezzo che scavalcherà i nuovi limiti della tassa, le vendite speculative avrebbero successo facendo crollare il prezzo, perché il differenziale portato dalla “scommessa” è maggiore della tassa, e conviene pagarla. Viceversa la Tobintax è impotente contro movimenti maggiori che implichino o sottendano fenomeni strutturali gravi. Dunque il risultato, in tempi più lunghi, sarà l’improv­viso crollo. I politici europei – si legge nello scritto citato – “stanno giocando su una disinformata, emotiva, massivamente ignorante opinione pubblica paventando una Tobintax come lotta alla speculazione”. Nel lungo periodo la cosiddetta “fuga” da un titolo sarebbe arginabile soltanto da un’elevatissima Tobin tax – come si dice “a due cifre” – che però “in pratica paralizzerebbe tutto il mercato finanziario, non solo la sua parte speculativa”. Il mito anti-speculativo è falso, ma l’asinistra confondendola con un’imposta sui patrimoni si accanisce stupidamente per riproporla a ogni pie’ sospinto. L’articolo ricorda che “come ha detto Barisoni di Radio24 la speculazione è come un avvoltoio, quando arriva è perché il morto c’è già”.

[gf.p.]

 

 

Totalità # 1

(dialettica del pensiero e della cosa)

Promuovere l’universalità del pensiero è il valore assoluto dell’educa­zione mentale (Bildung). L’autoco­scienza purifica e innalza il suo oggetto, contenuto e fine, sino a questa universalità; lo rende pensiero, che si attua nella volontà. Questo è il punto, nel quale è chiaro che soltanto come intelligenza pensante la volontà è vera volontà libera. Lo schiavo non conosce la sua essenza, la sua infinità, la sua libertà, egli non si conosce come essenza; – ed egli non sa ciò che è, egli non si pensa. Coloro i quali vogliono escludere il pensiero e rimandano al sentimento, al cuore e al petto, all’estro, esprimono, con ciò, la profondissima abiezione, nella quale il pensiero e la scienza [<=] sono caduti; poiché, così, persino la scienza, caduta in disperazione per sé e in supremo accasciamento, si assegna, come prin­cipio, la barbarie e la mancanza di pensiero.

Il principio motore del concetto, in quanto non soltanto dissolvente ma anche produttivo delle specificazioni dell’universale, io chiamo dialettica [<=]. La più alta dialettica del concetto è produrre e intendere la determinazione non semplicemente come limite e opposizione, ma, traendoli da essa, il contenuto e il risultato positivi; in quanto unicamente con ciò essa è sviluppo e progresso immanente. Questa dialettica non è, poi, un fare esterno di un pensiero oggettivo, ma l’anima propria del contenuto, la quale fa germogliare i suoi rami e i suoi frutti organicamente. Considerare qualcosa razionalmente, non significa recare ad un oggetto u­na ragione dall’ester­no e con essa elaborarlo, ma significa che l’oggetto è, per sé stesso, razionale; qui, è lo spirito nella sua libertà [<=], il culmine supremo della ragione autocosciente, la quale si realtà e si produce come mondo esistente: la scienza ha il compito di rendere cosciente [<=] questo lavoro particolare della ragione della cosa.

L’uso è il lato reale e la realtà della proprietà [<=]. Il totale uso o l’utilizzazio­ne è la cosa in tutta la sua ampiezza, sicché, se l’uso mi compete, io sono il proprietario della cosa, della quale, oltre la totale ampiezza dell’uso, nulla rimane che possa essere proprietà altrui.

[g.w.f.h.]

(da G.W.F. Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto)

 

 

Totalità # 2

(superare il finito verso il concreto)

La totalità intera dell’attività esterna, la vita, non è un che d’esteriore, rispetto alla personalità, in quanto questa stessa è tale e immediata. Al tempo stesso, come la vita, in quanto tale e immediatamente, anche la morte è l’immediata negatività della medesima; quindi, essa deve essere accettata dall’esterno, come una cosa naturale, o in servizio dell’idea, da una mano estranea.

Questo superamento dell’esteriorità, che appartiene all’essenza dello spirito, è ciò che noi abbiamo chiamato la sua idealità. Già nello spirito finito l’idealità ha il senso d’un movimento che ritorna nel proprio inizio, mediante il quale lo spirito, progredendo da una prima posizione di indifferenziazione in direzione di un altro – della negazione di tale posizione – e ritornando a sé stesso per mezzo della negazione di quella negazione, si dimostra come negatività assoluta, come infinita affermazione di stesso; e conformemente a questa sua natura, noi dobbiamo considerare lo spirito finito in primo luogo nella sua immediata unità con la natura, poi nella sua contrapposizione ad essa e infine in un’unità con la natura che mantiene in sé quell’oppo­sizione in quanto superata, ed è da esso mediata. Appreso in questo modo, lo spirito finito è conosciuto come totalità, come idea, anzi come idea effettivamente reale per sé essente, ritornante a sé stessa da quella opposizione.

La rappresentazione degli dèi greci obbediva alle leggi della bellezza, della natura elevata a spirito. Il bello, nella sua idealità è al tempo stesso qualcosa di completamente distinto e individualizzato. Gli dèi greci tuttavia sono offerti in primo luogo soltanto all’intuizione sensibile o anche alla rappresentazione, non ancora appresi nel pensiero.

L’elemento sensibile può però presentare la totalità dello spirito soltanto come un’estraneità reciproca, come una cerchia di figure spirituali individuali; l’unità che abbraccia tutte queste figure rimane perciò una potenza estranea, del tutto indeterminata che s’erge di fronte agli dèi. Solo nella religione cristiana è stata rivelata la natura di dio, una nella sua interna distinzione: la totalità dello spirito divino nella forma del­l’unità. Questo contenuto, dato nel modo della rappresentazione, la filosofia deve elevarlo nella forma del concetto o del sapere assoluto, il quale è la più alta rivelazione di quel concetto. Il corso delle età della vita dell’uomo [infanzia, giovinezza vecchiaia] si conclude fino a costituire una totalità, determinata dal concetto, di cambiamenti prodotti dal processo che si sviluppa tra genere e individuo singolo.

Il differenziarsi dell’anima come essente per sé, nei confronti dell’anima stessa in quanto semplicemente essente, in quanto giudizio immediato, è il destarsi dell’anima, la quale viene a contrapporsi alla propria vita naturale, chiusa in sé stessa, in un primo tempo come una determinazione naturale e come uno stato ad un altro stato, al sonno. È nello stato di veglia che ha luogo ogni attività cosciente di sé e razionale del differenziarsi dello spirito per sé essente. Nella veglia l’uomo si comporta essenzialmente come Io concreto, come intelletto; grazie a quest’ultimo, l’intui­zione gli si offre come concreta totalità di determinazioni, nella quale ogni membro occupa il proprio posto, determinato al tempo stesso da e con tutti gli altri.

Il nostro spirito si sente completamente desto solo quando gli viene offerto qualcosa d’interessante, qualcosa che sia al tempo stesso nuovo e ricco di contenuto, qualcosa che sia intelligentemente differenziato e in sé stesso connesso; perché è in un tale oggetto ch’egli ritrova sé stesso. Alla vitalità dell’esser desto appartiene anche l’opposizione e l’unità dello spirito con l’oggetto. Se al contrario lo spirito non ritrova nell’altro la totalità in sé differenziata ch’egli stesso è, si ritira da quest’oggettività nell’u­nità indifferenziata con se stesso, si annoia e si addormenta. Non lo spirito in generale, ma in modo più determinato il pensiero intellettuale razionale dev’essere messo in tensione dall’oggetto, se l’esser desti deve differenziarsi nettamente dal sonno e dal sogno.

Quando l’Io è in sé stesso libero, esso rende anche gli oggetti indipendenti dalla propria soggettività, considera parimenti ciascuno come un tutto, e come membro di una totalità che tutti li abbraccia. Ora, vista dall’esterno, la totalità non è in quanto idea libera, ma in quanto connessione della necessità. Questa connessione oggettiva è ciò che costituisce la differenza essenziale tra le rappresentazioni che abbiamo da svegli e quelle che nascono in sogno. Nel sogno, noi non facciamo che avere delle rappresentazioni; le nostre rappresentazioni non sono qui dominate dalle categorie dell’intelletto. Il puro rappresentare, però, strappa completamente le cose al loro concreto contesto, isolandole. Per questo nel sogno tutto scivola via disperdendosi, tutto s’interseca in un selvaggio disordine, gli oggetti perdono ogni connessione necessaria, oggettiva, d’in­telletto e di ragione, e si presentano soltanto in un nesso completamente superficiale, ac­cidentale e soggettivo.

I modi universali del sentire si rapportano alle diverse determinatezze fisiche e chimiche dell’essere naturale, la cui necessità spetta alla filosofia della natura di dimostrare, e sono me­diati da diversi organi dei sensi. Ora, però, bisogna dimostrare la necessità razionale nella considerazione filosofica del perché noi abbiamo proprio i ben noti cinque sensi, non più e non meno, e con proprio quelle specifiche differenze. Questo si realizza coglien­do i sensi come presentazioni dei tre momenti del concetto.

Tali momenti sono solamente tre; ma i cinque sensi si riducono in modo affatto naturale a tre classi.

La prima è costituita dai sensi del­l’idealità fisica, la seconda da quelli della differenza reale; nella terza classe rientra il senso della totalità terrestre. In quanto presentazioni dei momenti del concetto, queste tre classi devono formare, ciascuna in sé stessa, una totalità. Ora la prima classe contiene il senso dell’universa­lità astratta, dell’astratta idealità, quindi di ciò che non è veramente totale. La totalità non può qui pertanto essere presente come una totalità concreta, ma solo come una totalità scissa, divisa in due momenti astratti. Pertanto la prima classe comprende due sensi: la vista e l’udito. Per la vista l’ideale è in quanto qualcosa che si rapporta semplicemente a sé stesso, per l’udito in quanto qualcosa che si riproduce mediante la negazione dell’essere materiale.

La seconda classe, in quanto classe della differenza, rappresenta la sfera del processo, della separazione e dissoluzione della corporeità concreta. Ma dalla determinazione della differenza risulta immediatamente una duplicità dei sensi di questa classe. La seconda classe comprende quindi il senso dell’olfatto e del gusto: il primo è il senso del processo astratto, il secondo di quello concreto.

La terza classe infine non comprende che un senso, il tatto, poiché il tatto è il senso della totalità concreta.

Consideriamo ora i singoli sensi un po’ più da vicino.

La vista è il senso di quella idealità fisica che noi chiamiamo luce. Di essa possiamo dire che è in qualche modo lo spazio divenuto fisico. Infatti, la luce è, come lo spazio, qualcosa di indivisibile, una serena idealità, l’estensione assolutamente priva di determinazioni, senza alcuna riflessione in sé; e, in quanto tale, senza interiorità. La luce manifesta altro da sé, e questa manifestazione costituisce la sua essenza; ma in sé stessa è l’astratta identità con sé, l’opposi­zione – emergente in seno alla natura stessa – dell’esteriorità reciproca della natura, quindi la materia immateriale. La vista ha a che fare soltanto con questo elemento ideale e con la sua perturbazione mediante l’oscuri­tà, cioè con il colore. Il colore è ciò che è visto, la luce il mezzo del vedere. D’altra parte la vista è un senso molto incompleto, perché mediante essa il corpo non ci si offre immediatamente come totalità spaziale – come corpo –, ma sempre e soltanto come superficie, nelle due dimensioni della larghezza e dell’altezza; e solo dandoci diversi punti di vista sul corpo riusciamo a vederlo successivamente in tutte le sue dimensioni, nella sua complessiva configurazione.

Alla vista, in quanto senso dell’idea­lità priva di contenuto, si contrappone l’udito, in quanto senso della pura interiorità dell’essere corporeo. Come la vista si rapporta allo spazio divenuto fisico – alla luce – allo stesso modo l’udito si rapporta al tempo divenuto fisico, al suono.

I sensi della seconda classe entrano in relazione alla corporeità reale. Tuttavia, essi non hanno a che fare con la corporeità in quanto questa è per sé, in quanto offre resistenza, ma solo in quanto essa entra in un processo di dissoluzione. Tale processo è qualcosa di necessario. Certamente i corpi vengono in parte distrutti da cause esterne e contingenti; ma, prescindendo da questa distruzione contingente, essi vanno in rovina per la loro propria natura , si consumano da soli, sempre però in modo tale che la loro corruzione ha l’apparenza di giungere loro dall’esterno. Nonostante l’odorato e il gusto siano entrambi in rapporto con il dissolversi della corporeità, questi due sensi si differenziano l’uno dall’altro: l’olfatto accoglie il corpo nel processo astratto, semplice, indeterminato di volatilizzazione o esalazione, mentre il gusto si rapporta invece al reale, concreto processo ed alle determinatezze chimiche – che in tale processo emergono – del dolce, dell’amaro, del caustico, dell’acido e del salato. Nel gusto è necessario un contatto immediato con l’oggetto, mentre persino il senso dell’olfatto non ha bisogno d’un tale contatto, contatto che nel­l’udito è ancor meno necessario, men­tre nella vista non avviene per nulla. Di tutti i sensi, il tatto è il più concreto; la sua essenzialità consiste infatti nel rapporto, non con l’universalità astratta o l’idealità dell’essere fisico, né con le determinatezze separantisi dell’essere corporeo, ma con la compatta realtà di quest’ultimo. Soltanto per il tatto v’è dunque propriamente un altro per sé sussistente, un’indivi­dualità per sé essente di fronte al senziente come ad individualità per sé essente.

Come il mondo oggettivo non si presenta alla nostra intuizione come qualcosa di separato in diversi aspetti, ma come qualcosa di concreto, che si divide in oggetti diversi, i quali a loro volta, ciascuno per proprio conto, sono qualcosa di concreto, un agglomerato delle più diverse determinazioni, così l’anima stessa è una totalità d’infinite diverse determinatezze, che in essa si raccolgono in unità; di modo che l’anima in esse rimane, in sé, infinito essere per sé. In questa totalità o idealità – nell’intemporale, indifferente interiorità dell’anima – le sensazioni, nel loro reciproco scacciarsi, non scompaiono senza lasciare alcuna traccia, ma vi rimangono in quanto superate, vi ottengono il loro sussistere come contenuto all’inizio puramente possibile, che accede dalla propria possibilità alla realtà effettiva solo per il fatto ch’esso è per l’anima, o che questa diviene, in esso, per sé.

L’anima, oltre al contenuto che è già stato nella sensazione, ha ancora un altro lato del suo riempimento. Al di là di questo materiale, noi, in quanto individualità realmente effettiva, siamo in sé ancora un mondo di contenuto concreto dalla periferia infinita; abbiamo in noi una moltitudine innumerevole di relazioni e di connessioni, che è sempre in noi anche se non entra nella nostra sensazione e rappresentazione, e che, per quanto queste relazioni possano cambiare, anche a nostra insaputa, appartiene pur sempre al contenuto concreto del­l’anima umana. Poiché l’anima del­l’uomo è un’anima singolare, un’a­nima determinata sotto tutti gli aspetti e quindi limitata, essa si rapporta anche ad un universo determinato secondo il suo individuale punto di vista. La totalità dei rapporti nei quali l’anima individuale si trova, costituisce anzi la sua reale, effettiva vitalità e soggettività, ed è pertanto con essa altrettanto saldamente intrecciata quanto – per usare un’imma­gine – lo sono con l’albero le foglie, le quali, pur essendo da un lato qualcosa di diverso da quello, tuttavia gli appartengono così essenzialmente che esso muore se le foglie gli vengono ripetutamente strappate.

Il medesimo svolgimento del pensiero, che è rappresentato nella storia della filosofia, è rappresentato anche nella filosofia, ma libero da quelle esteriorità storiche, puro nell’elemen­to del pensiero. Il libero e vero pensiero è in sé concreto, e perciò è idea: e, in tutta la sua universalità, e l’Idea o l’Assoluto. La scienza di esso è essenzialmente sistema, perché il vero, (verità significa accordo del concetto con la sua realtà effettiva) come concreto, è solo in quanto si svolge in sé e si raccoglie e mantiene in unità, cioè come totalità, e solo mediante il differenziarsi e la determinazione del­le sue differenze sono possibili la necessità di esse e la libertà del tutto.

Si può ben dire che la logica sia la scienza del pensiero, delle sue determinazioni e leggi: ma il pensiero come tale costituisce solo la caratteristica generale o l’elemento, in cui l’Idea è in quanto logica. L’idea è il pensiero non come alcunché di formale, ma come la totalità che si svolge delle sue peculiari determinazioni e leggi, le quali esso si dà da sé stesso, e non già le ha semplicemente e trova in sé.

Il concetto è ciò che è libero, è la potenza sostanziale per sé stante, ed è totalità, giacché ciascuno dei momenti è il tutto del concetto ed è posto con esso in unità inseparata. Il concetto è dunque ciò che, nella sua identità con sé, è in sé e per sé determinato. [Il concetto è l’“universale concreto”, altro dal­l’“universale astratto” della logica formale; è attività libera, aperta a “comprendere”, nel suo “svolgimento”, tutte le cose nella loro concretezza; è “totalità”: principio unificatore di tutte le cose del mondo (nota: Antimo Negri)].

[g.w.f.h.]

(da G.W.F. Hegel, Filosofia dello spirito, Enciclopedia)

 

 

Transizione

(dominanza di modi di produzione)

C’è da considerare il profondo mutamento delle basi strutturali della fase imperialistica transnazionale attuale, senza di cui anche ogni possibile discorso sulle condizioni della futura transizione socialista al comunismo, che va ricominciato subito oggi, perde qualsiasi significato. Quanto ai problemi attuali della transizione socialista, occorre lasciarsi alle spalle le diatribe contingenti dell’esperienza so­vietica (ancorché essa rimane la più grande che ci sia stata) e riesaminare tutta la storia, almeno dalla comune di Parigi in poi (ma anche partendo dal 1848, attraverso il manifesto, la prima internazionale e Gotha), e la teoria corrispondente, assolutamente carente.

Anzitutto merita di essere chiarito, poiché oggi è profondamente confuso soprattutto dai “critici”, significato e ruolo di “modo di produzione [<=] con specifico riguardo al suo concetto in quanto distinto dalla sua possibile “dominanza” o pure semplice compresenza con un altro modo di produzione (o più) tale che, in simile caso, sia quest’ultimo a risultare necessariamente in posizione dominante. Nel concetto di storia, si dà e si è sempre dato un modo di produzione in posizione dominata prima di divenire dominante [e lo attesta anche Lenin Sull’economia russa contemporanea enumerando cinque “diversi tipi economico-sociali che sono presenti in Russia” nel 1918 – come già mostrava altresì l’ascesa della borghesia in sé e la sua presa di coscienza come classe per sé, ancora entro la dominanza del modo di produzione feudale nella società medievale su quello mercantile degli artigiani “pro­duttori privati indipendenti”, come li definiva Marx, o come quello associato, delle cooperative di produzione a es., nel capitalismo].

Visti i troppi equivoci che càpita di riscontrare, è perciò bene distinguere categorialmente tra modo di produzione (in quanto tale, come concetto legato ai rapporti di proprietà [<=]) e forma dominante o meno di questo o quell’altro modo di produzione. Un “modo di produzione” può sussistere anche se è dominato da un altro “modo di produzione” in quel momento ancora più forte, diventando dominante solo in un secondo tempo e solo se le condizioni materiali naturali e soggettive lo permettano. Così, è in questo contesto teorico, e non in una formulazione storicamente astratta, che si delinea correttamente il concetto di modo di produzione mercantile semplice [Marx lo definisce einfache Warenproduktion; cfr., a es., C, II.19, 2.5 o II.2,1, oppure la prefazione di Engels a C, III], allorché la merce è “semplice”, ossia prodotta dai “produttori privati indipendenti” (prima della trasformazione del lavoro in lavoro salariato e del denaro in capitale). Codesto modo di produzione, dunque, c’è stato ed è stato “dominato” assai a lungo (è diventato dominante solo nella formazione economica sociale capitalistica, contraddittoriamente, ossia proprio negando in se stesso i suoi caratteri semplici). 

Simile riferimento contestuale assume pertanto un’importanza esiziale anche per il passaggio socialista al comunismo. Qui si parla dunque di categorie di teoria della storia, la qual cosa non ha niente a che vedere con l’“ideologia” (per non dire “superstizione”, citando Marx) del socialismo-come-modo-di-produzione for­mulata soltanto per asserire verbalmente l’appropinquarsi del supposto “comunismo”. E, com’è facile arguire, il passaggio da modo dominato a dominante comporta la considerazione dell’arco di tempo in cui esso avviene. Al di là del possibile sottodimensionamento di tale fase (la transizione al comunismo) nell’analisi di Marx – ma anche di Engels e, pur se in una misura che necessariamente prevedeva tempi già più “lunghi e tormentosi”, da parte di Lenin – è importante ribadire intanto l’esistenza di essa e dunque l’obbligo di indagare su codeste caratteristiche temporali, senza negare la specificità della transizione socialista al comunismo.

A parte i termini utilizzabili, capitalismo, socialismo e comunismo configurano tre modi di produzione specifici, differenti tra loro e diversamente dominanti o dominati. Se – in quanto modo di produzione – nel “capitalismo” sono presenti le classi, la lotta di classe agita dai proprietari non produttori, il plusvalore, ecc., il “socialismo” è sicuramente diverso da esso (altrimenti si cade nella banalità tardo-bordighista di un Lenin borghese e di una rivoluzione russa di tipo capitalistico, ecc.), se non altro perché – permanen­do ancora le classi – la lotta, la proprietà e la direzione dello stato è categorialmente (anche se spesso non effettualmente) nelle mani dei produttori, laddove il plusvalore in quanto tale decade insieme al deperimento di classi e stato; il “comunismo”, per ciò stesso, è “indicibile” poiché è “moralmente” configurato senza classi (dunque, a fortiori, senza la loro lotta) ormai estinte (non abolite) insieme allo stato, con i proprietari tutti che elaborano un piano totale per la propria produzione associata ... [i puntini di sospensione si impongono per l’ineffabilità secolare del comunismo stesso].

A proposito della dimensione temporale della transizione socialista, si può ipotizzare una sorta di inversione, piuttosto come “anticipazione”, della fase della sottomissione reale del lavoro ai lavoratori rispetto al­l’imporsi sociale (politico giuridico) della sottomissione formale; si può supporre così che la prima possa in una certa maniera precedere la seconda [Marx, nei Lineamenti a proposito della “contraddizione tra la base della produzione borghese e il suo sviluppo”, espone appunto la forzatura di valore – “base miserabile” – che il capitale egemone impone ancora alla società altrimenti in grado di superarla]. Quella peculiare “inversione” verrebbe in parte a violare l’usua­le prassi storica secondo cui la sottomissione formale viene prima – non sempre ma nella grande generalità dei casi – di quella reale (vedi la sottomissione del lavoro al capitale nella transizione borghese). Da tale esame, si può dedurre che quanto più forte sia l’ege­monia della parte storicamente in discesa dal suo apogeo (qui il capitale), quanto più lunga sia cioè la durata di codesta inversione, tanto più breve ne risulterebbe la fase di transizione al comunismo, quindi spo­standosi verso tempi  concettualmente più prossimi alla “semplicità che è difficile a farsi”.

Come corollario – che muove dalla dura realtà e non da atteggiamenti soggettivamente negativi – ne deriva che i tentativi necessariamente fatti ma altrettanto necessariamente (e in base a un’ana­lisi materiale delle condizioni non poteva essere altrimenti) “dispersi”, ma non vani, come epoche storiche (dalla Comune all’Ottobre alla Lunga marcia) hanno probabilmente anticipato troppo l’auspicio di un avvento del comunismo, abbreviando nelle speranze, rattrappendo e in definitiva facendo incancrenire l’e­poca della transizione socialista.

A proposito delle condizioni richieste da quest’ultima attuale epoca occorre riflettere su alcune questioni.

- La quantità della ricchezza (valori d’uso) oggi esistente al mondo è insufficiente per sostenere il socialismo, e neppure si pensi al “comunismo”, di sei miliardi di persone (ancora in crescita numerica); né potrebbe bastare la “riconversione” alla produzione cosiddetta “civile” delle attività connesse al “complesso industriale militare”, dato che occorrerebbero decine di anni anche per un’al­trettanto profonda “riconversione” del­lo stile-di-vita della popolazione più o meno benestante, fino a piccola borghesia e dirigenti dei paesi imperialisti (a meno dell’incubo della fame). [Secondo un fisico dei sem terra (non sospettabile di valutazioni avverse) per portare tutti ai livelli di Usa e Ue occorrerebbe moltiplicare per ottanta volte il prodotto mondiale; ma anche se si tiene presente che due miliardi di persone “sopravvivono” con poco più di un dollaro al giorno, cioè quanto detengono le prime cinquecento famiglie al mondo, l’espropriazione di queste ultime porterebbe tutto il pianeta a disporre di poco più di due dollari al giorno e per un solo anno!].

Occorre considerare  di un altro paio di cose: a. che le “proteine” così reperibili per tutti sarebbero comunque ben poca cosa (il marxismo ammonisce che con un solo uovo per dieci persone non si “fa” il comunismo!) e certo non permetterebbero assolutamente di pensare, riflettere, “far filosofia a stomaco vuoto”, ecc. come siamo adusi a fare non ritenendole affatto inutili e superflue; b. che i valori d’uso esistenti stanno inevitabilmente nelle merci, prodotte attraverso il più mostruoso sfruttamento perpetrato con l’organizzazione del lavoro del modo di produzione capitalistico; dunque se nel “socialismo” si volessero rispettare di più i lavoratori, la già misera ricchezza attuale complessivamente disponibile si dimezzerebbe.

- Non c’è dubbio che il decadimento culturale abbia sempre un ruolo centrale nel lungo svolgersi degli eventi (di quelli attuali, ma anche di molti altri precedenti); ma il problema da porsi è capire da che cosa materialmente possa essere stato determinato quel decadimento culturale: quali elementi materiali sono la causa della cultura stessa? Nessun marxista può neppure supporre che la “cultura” (e la politica, lo stato, ecc.) abbia basi autonome, estranee allo sviluppo economico del modo di produzione storicamente dominante o pure in via di superamento dialettico; per cui la questione relativa al ruolo di una “rivoluzione culturale” rimanda all’al­tra, su quali siano i complessi elementi materiali che la determinano.

- La questione della transizione futura richiede approfondimenti praticamente interminabili ... fino alla possibilità eventuale di porre le basi del “socialismo” (?!), ma forse neppure ciò basterebbe. In poche righe, praticamente nessuno che non abbia la sfera-di-cristallo, può dire qualcosa di definitivo, al di là personali “interpretazioni”. Non soltanto per mediare le contraddizioni dialettiche, che anche qui stanno a base della questione del “socialismo”, ma ci sono due argomentazioni entrambe unilaterali (quindi dialetticamente ambedue con una ragione, epperò fatte a “torto”).

Marx notoriamente si premuniva dicendo di non avere alcuna palla di vetro per fare “previsioni” per il futuro e di “non prescrivere ricette per l’o­steria dell’avvenire”. Secondo quanto egli stesso riferisce nel poscritto alla II edizione del Capitale, non poteva che “essersi limitato a una scomposizione puramente critica del dato”, un’analisi scientifica delle tendenze del capitalismo, mostrandone perciò “l’inevita­bile crisi” senza meccanicamente e dogmaticamente (i “filosofi-doc” dicono “teleologicamente”) poter presupporre quale possa essere “il dopo” che concretamente avverrà. D’altra parte, ciò non toglie, anzi implica, che nella misura in cui il modo di produzione capitalistico è un risultato storico destinato a deperire, come tutti i fatti umani, il “socialismo” è una delle opzioni inscritte in quella tendenza di superamento dialettico del capitalismo; ed è l’opzione proletaria che riveste il particolare ruolo che sappiamo, sì che proprio Marx (dapprima con Engels, e poi seguito da Lenin o Mao) ha ritenuto di doverne studiare le specifiche condizioni sociali di attuazione, le quali comportano però una imprescindibile azione soggettiva di massa – cioè una coscienza che significa conoscenza – proprio per giungere a codesta attuazione.

E le condizioni sociali specifiche del “socialismo” di transizione dal cpitalismo al comunismo consistono precisamente nella riappropriazione delle condizioni oggettive della produzione da parte dei lavoratori stessi, non più espropriati; in altri termini, un rovesciamento dei precedenti rapporti di proprietà, che soltanto l’in­contro tra la coscienza di massa e il raggiungimento di adeguate condizio­ni materiali e naturali, genericamente ambientali dell’intero pianeta (la qual cosa a sua volta implica coscienza) può rendere possibile. Marx ha dedicato una particolare attenzione allo studio di tale problema, al ruolo delle classi sociali in esso, alle caratteristiche concettuali che lo contraddistinguono (anche rispetto al “comunismo senza classi”, da lui pure delineato concettualmente a grossi tratti), indicandone privilegiatamente il potenziale portato postcapitalistico, senza però che Marx stesso “cada” nello sciocco dogmatismo, prerogativa solo dei fideistici successori con le lacrime-agli-occhi-per-le-rosse-bandiere-del-sol-dell’avvenir. Sicché “unilateralmente” e con diverse accentuazioni e prospettive, ci sono entrambe le considerazioni – l’una scientifica, di osservazione della tendenza in atto, l’al­tra più induttivamente rivolta a inda­gare il concetto di prospettiva sociale possibile – purché non assunte, soprattutto la seconda, come dogmi di fede.

Un’ultima semplice notazione terminologica: è malamente usato e diffuso dai mezzi di comunicazione (libri scolastici e dizionari compresi) il termine “totalitarismo”, per denotare autoritarismo, arbitrio, dittatura, ... e chi più ne ha più ne metta – anche asinistra contrapposto a pluralismo, differenzialismo, democrazia, ecc.; si fa in tale maniera dimenticare che esso proviene dal concetto, molto ben seguito sia da Hegel che da Marx, di totalità (che comprende e supera sia la pluralità sia la differenza, e che nulla ha a che vedere con l’arbitra­rietà dittatoriale; ma, nello schematismo dell’ideologia individualistica e della separatezza specialistica borghese, è proprio la dialettica della totalità che fa orrore – “horror”!                                

[gf.p.]

 

 

 

Uomo e sopravvivenza

(lavoro, lotta e dialettica sociale)

Il lavoro è la fonte di ogni ricchezza dicono gli studiosi di economia politica. Lo è, accanto alla natura, che offre al lavoro la materia greggia che esso trasforma in ricchezza. Ma il lavoro è infinitamente più di ciò. È la prima, fondamentale condizione di tutta la vita umana; e lo è invero a tal punto, che noi possiamo dire in un certo senso: il lavoro ha creato l’uomo stesso. L’uomo sorge per differenziazione. Non solo individualmente, per differenziazione da un’unica cellula-uovo fino all’organismo più complicato che la natura produce: ma anche storicamente. Quando, dopo sforzi millenari, la differenziazione della mano dal piede e la stazione eretta furono definitivamente acquisite, allora l’uo­mo si distaccò nettamente dalla scim­mia; allora furono poste le basi per lo sviluppo del linguaggio articolato e per quel poderoso perfezionamento del cervello, che da allora in poi ha fatto divenire invalicabile l’abisso esistente tra uomo e scimmia. La specializzazione della mano significa lo strumento; e strumento significa l’attività umana specifica, la reazione trasformatrice del­l’uomo sulla natura, la produzione. Perciò le operazioni alle quali i nostri antenati impararono ad abituare la loro mano, a poco a poco, nel corso di molti millenni non possono essere state all’inizio se non molto semplici. Perché si arrivasse al momento in cui il primo ciottolo fu lavorato dalla mano dell’uomo fino ad essere trasformato in coltello, possono essere trascorse epoche di lunghezza tale che al confronto l’epoca storica a noi nota può apparire insignificante. Ma il passo decisivo era compiuto: la mano era diventata autonoma e poteva ora acquistare una crescente destrezza: la maggiore scioltezza così acquistata si trasmise e si accrebbe di generazione in generazione.

La mano non è soltanto l’organo del lavoro: è anche il suo prodotto. La mano dell’uomo ha raggiunto quel­l’alto grado di perfezione, sulla base del quale ha potuto compiere i miracoli dei dipinti di Raffaello delle statue di Thorwaldsen, della musica di Paganini, solo attraverso il lavoro: attraverso la sempre rinnovata elaborazione dei perfezionamenti così ereditati per mezzo di nuove, e sempre più complicate operazioni.

Solo l’uomo è riuscito ad imprimere il proprio suggello sulla natura, non solo perché ha fatto mutare di luogo fauna e flora, ma perché ha modificato in tal modo l’aspetto, il clima, perfino gli animali e le piante della zona da lui abitata, che i risultati della sua attività potranno scomparire solo con l’estinzione generale di tutto il globo terrestre. E l’uomo ha fatto tutto ciò, innanzitutto ed essenzialmente, per mezzo della mano. Con la mano si sviluppò il cranio: venne la coscienza, dapprima delle condizioni necessarie per l’avverarsi di singoli effetti praticamente utili, e più tardi, nei popoli più favoriti, si sviluppò da questa coscienza la comprensione delle leggi naturali che coordinavano questi fenomeni. Ma la mano non era isolata. Essa era soltanto un singolo membro di un organismo completo, estremamente completo.

In primo luogo, dunque, il lavoro, dopo di esso il linguaggio: ecco i due stimoli più essenziali sotto la cui influenza il cervello di una scimmia si è trasformato gradualmente in un cervello umano, molto più grande e perfetto secondo ogni verosimile ipotesi. Al perfezionamento del cervello si accompagnò però di pari passo il perfezionamento dei suoi strumenti più immediati: gli organi sensoriali. Lo sviluppo del lavoro ebbe come necessaria conseguenza quella di avvicinare di più tra di loro i membri della società, aumentando  le occasioni in cui era necessario l’aiuto reciproco, la collaborazione, rendendo chiara a ogni singolo membro l’utili­tà di una tale collaborazione. Insomma: gli uomini in divenire giunsero al punto in cui avevano qualcosa da dirsi. Il bisogno sviluppò l’organo ad esse necessario. Il paragone con le bestie dimostra che questa spiegazione della nascita del linguaggio dal lavoro e con il lavoro è l’unica giusta.

Lo sviluppo del cervello e dei sensi al suo servizio, dalla coscienza che si andava facendo vieppiù chiara, dalla capacità di astrarre e ragionare, esercitò di rimando la sua influenza sul lavoro e sul linguaggio, dando ad entrambi un nuovo impulso per un ulteriore sviluppo. Tale sviluppo, è proseguito possente, ed esso fu da un lato potentemente stimolato, dall’altro indirizzato in un senso determinato da un nuovo elemento che compare quando l’uomo diviene veramente tale: la società. Con l’uomo noi entriamo nella storia.

Anche gli animali hanno una storia: quella della loro discendenza e graduale evoluzione fino al loro stato attuale. Ma questa storia si compie da sé: e nella misura in cui gli animali stessi vi partecipano, lo fanno senza consapevolezza e volontà. Gli uomini al contrario, quanto più si allontanano dall’animalità intesa nel senso ristretto della parola, tanto più fanno essi stessi la loro storia, consapevolmente; tanto minore diviene l’in­flusso su tale storia di fatti imprevisti e di forze incontrollate, tanto più esattamente il risultato storico corrisponde allo scopo prestabilito. L’animale si limita ad usufruire della natura esterna, e apporta ad essa modificazioni solo con la sua presenza; l’uomo la rende utilizzabile per i suoi scopi modificandola: la domina. Questa è l’ultima, essenziale differenza tra l’uomo e gli altri animali, ed è ancora una volta il lavoro che opera questa differenza.

Nei paesi industriali più progrediti noi abbiamo domato le forze naturali e le abbiamo costrette al servizio degli uomini; abbiamo così moltiplicato all’infinito la produzione, tanto che un fanciullo produce oggi quello che producevano ieri cento adulti. E quali sono i risultati? Crescente sopralavoro e miseria crescente delle masse, e una grande crisi ogni dieci anni. Dar­win non sapeva quale amara satira scrivesse sugli uomini in particolare sui suoi compatrioti, quando dimostrava che la libera concorrenza, la lotta per l’esistenza, che gli economisti esaltano come il più alto prodotto storico, sono lo stato normale del regno animale. Solo un’orga­nizzazione cosciente della produzione sociale, nella quale si produce e si ripartisce secondo un piano, può sollevare gli uomini al di sopra del restante mondo animale sotto l’aspetto sociale di tanto, quanto la produzione sociale lo ha fatto per l’uomo come specie. Essa segnerà la data iniziale di una nuova epoca storica nella quale l’umanità stessa, e con essa tutti i rami della sua attività, in particolare la scienza della natura, prenderanno uno slancio tale da lasciare in una fonda ombra tutto ciò che c’è stato prima. La teoria dar­winiana, dunque, può essere dimostrata come la prova pratica della concezione hegeliana dell’interna connessione di necessità e casualità.

Lotta per l’esistenza. Da limitare, prima di tutto, rigorosamente alle lotte provocate dalla sovrappopolazione vegetale ed animale che compaiono effettivamente a certi gradini della scala vegetale e a certi gradini inferiori di quella animale. Ma da esse vanno nettamente distinte le condizioni in cui le specie si modificano, delle vecchie specie scompaiono, e delle nuove evolute, subentrano al loro posto, senza detta sovrappopolazione: per es. con la trasmigrazione di animali e piante in nuove regioni, nelle quali nuove condizioni climatiche, di terreno ecc., operano la modificazione. Se là sopravvivono gli individui che si adattano, ed evolvono fino a formare una nuova specie per sempre crescente adattamento, mentre gli altri individui, più stabili, si estinguono e alla fine scompaiono, e con essi i gradini intermedi incompleti, ciò può accadere e accade senza nessun maltusianesimo; e se maltusianesimo dovesse presentarsi, non può portare nessuna modificazione al processo, ma lo può al massimo accelerare. Lo stesso dicasi nel caso di modificazioni graduali delle condizioni geografiche, climatiche ecc. in un dato territorio (per es. prosciugamento dell’Asia centrale). Se in questo caso la popolazione animale o vegetale venga o no compresa, è indifferente; il processo evolutivo degli organismi condizionato da esse ha luogo ciò malgrado. Lo stesso si dica nel caso della selezione sessuale, nella quale pure il maltusianesimo non entra affatto. Quindi, l’“adattamento ed eredità” di Hæckel può operare tutto il processo evolutivo, senza che ci sia la necessità di ricorrere alla selezione e al maltusianesimo.

L’errore di Darwin consiste proprio nel fatto che egli nella Natural selection or the survival of the fitters mescola due cose assolutamente diverse:

1. Selezione per la pressione della sovrappopolazione, nel qual caso forse i più forti più facilmente sopravvivono, pur potendo essere sotto parecchi aspetti i più deboli.

2. Selezione per la maggiore capacità di adattamento a circostanze modificate, nel qual caso i sopravviventi sono più adatti a queste circostanze, ma tale adattamento da un punto di vista complessivo, può rappresentare tanto un progresso quanto un regresso (per es. adattamento alla vita parassitaria, sempre regresso).

Punto fondamentale: che ogni progresso nell’evoluzione organica è nello stesso tempo un regresso, in quanto esso fissa un’evoluzione unilaterale, preclude la possibilità di evoluzione in molte altre direzioni. Questa però è legge fondamentale.

Lotta per la vita. Fino a Darwin, coloro che sono attualmente suoi seguaci mettevano appunto in evidenza l’armonico coordinamento del lavoro nel mondo organico: come il regno vegetale offre agli animali cibo ed ossigeno, e questi ultimi alle piante letame e ammoniaca e acido carbonico. Appena le teorie di Darwin vennero accettate, le stesse persone videro ovunque e soltanto la lotta. Tutt’e due le concezioni giustificate entro ristretti limiti, ma tutt’e due ugualmente unilaterali e limitate.

L’azione mutua dei corpi inanimati include sia armonia che collisione; quella dei corpi viventi tanto collaborazione inconsapevole e consapevole, quanto consapevole e inconsapevole “lotta”, che è solo una delle facce. Ma è poi assolutamente puerile il voler riassumere tutta la multiforme ricchezza dell’intreccio e dello sviluppo storico nella scarna, unilaterale espressione: “lotta per l’esistenza”. Così si dice meno che niente.

Tutta la teoria darwiniana della lotta per l’esistenza è semplicemente il trasferimento dalla società al mondo organico della teoria hobbesiana del bellum omnium contra omnes (guerra di tutti contro tutti), e della teoria della concorrenza dell’economia borghe­se, come pure della teoria di Malthus sulla popolazione. Una volta fatto questo gioco di prestigio (la cui incondizionata legittimità, in particolare per ciò che concerne la teoria malthusiana, è ancora assai problematica), è molto facile trasferire di nuovo queste teorie dalla storia naturale nella storia della società ed è allora un’ingenuità davvero troppo forte affermare di avere con ciò dimostrato che tali affermazioni sono eterne leggi naturali della società.

Accettiamo per un momento la frase: “lotta per l’esistenza”, per comodità di polemica. L’animale arriva al massimo a raccogliere; l’uomo produce, allestisce i mezzi necessari al­l’esistenza nel senso più vasto della parola, che la natura senza di esso non avrebbe prodotto. Ciò impedisce di trasferire, così senz’altro, le leggi di vita delle società animali alla società umana. La produzione porta rapidamente al punto in cui la cosiddetta struggle for existence non gravita più soltanto attorno ai beni voluttuari e a quelli necessari allo sviluppo. A questo punto, quando beni per lo sviluppo sono prodotti socialmente, sono già totalmente inapplicabili le categorie derivanti dal regno animale. Infine, nel modo di produzione capitalistico, la produzione raggiunge una tale altezza, che la società non può più consumare i beni prodotti per le necessità di vita e di sviluppo e i beni voluttuari, perché, ad arte e con violenza, viene sbarrato l’accesso a questi beni alla grande massa dei produttori; quindi ogni dieci anni una crisi ristabilisce l’equilibrio con la distruzione non solo dei beni prodotti per le esigenze di vita, di sviluppo e voluttuarie, ma anche di una gran parte delle stesse forze produttive, e la cosiddetta lotta per l’esistenza prende quindi la seguente forma: difendere i prodotti e le forze produttive creati dalla società capitalistica borghese contro l’azione annientatrice, distruttrice dello stesso sistema capitalistico, togliendo la direzione della produzione e della distribuzione sociale dalle mani della classe capitalistica dominante divenuta di essa incapace e trasferendola alla massa produttrice: e questa è la rivoluzione socialista. Già [in se stessa] la concezione della storia come un susseguirsi di lotte di classe è molto più ricca di contenuto della semplice riduzione di essa a fasi della lotta per l’esistenza debolmente distinte.

[f.e.]

(da Dialettica della natura)

 

 

 

Valore di mercato complessivo

(trasformazione del valore in valore di mercato)

Tutta la polemica sulla possibilità e necessità della sovraproduzione al livello del capitale, verte sul problema se il processo di valorizzazione del capitale nella produzione implichi immediatamente la sua valorizzazione nella circolazione; se cioè la sua valorizzazione nel processo di produzione sia la sua valorizzazione reale. Oppure si afferma che domanda e offerta sono identiche e perciò debbono corrispondersi (ed è la posizione di Mill, imitato dall’insulso Say). L’offerta cioè sarebbe una domanda misurata dalla sua propria quantità. Ma qui si fa una gran confusione. All’interno del processo di produzione [immediata] la valorizzazione si identificava completamente con l’oggettivazione (del tempo) di pluslavoro, e perciò senza altri limiti se non quelli in parte presupposti, in parte posti nell’àmbito di questo stesso processo, ma che in esso lo sono sem­pre come ostacoli da superare. Ora invece compaiono ostacoli esterni al processo stesso.

Anzitutto, da un punto di vista del tutto superficiale, la merce è valore di scambio solo nella misura in cui è al tempo stesso valore d’uso, vale a dire oggetto di consumo (di che tipo di consumo, per ora è ancora indifferente); essa cessa di essere valore di scambio quando cessa di essere valore d’uso (giacché non esiste ancora di nuovo come denaro). Ma non appena essa cessa di essere valore d’uso, cessa anche di essere oggetto della circolazione (a meno che non sia denaro). Ma come nuovo valore e valore in generale sembra che essa trovi un ostacolo nel volume degli equivalenti esistenti, e anzitutto del denaro, inteso non come mezzo di circolazione ma come denaro. Il plusvalore (evidentemente, quello relativo al valore originario) richiede un equivalente supplementare. Il suo primo ostacolo dunque è il consumo stesso – il bisogno che se ne ha. Quando si dice che la merce ha un valore d’uso, si afferma che essa soddisfa un bisogno sociale qualsiasi. Fino a che si sono considerate soltanto le merci individuali, si poteva supporre che il bisogno di ogni merce determinata – essendo la sua quantità già espressa nel prezzo – esistesse realmente. Tale quantità diventa tuttavia un fattore essenziale non appena si considerino, da un lato, il prodotto di un intero ramo di produzione e, dall’altro, il bisogno sociale. In base alle premesse finora poste non è ancora assolutamente possibile parlare di un bisogno insolvibile, ossia di un bisogno di una merce il quale non abbia da dare in cambio anch’esso una merce o denaro. In secondo luogo però deve esserci un equivalente per essa; ma poiché all’origine si è premesso che la circolazione fosse una grandezza fissa – di un volume determinato – e, d’altra parte, il capitale nel processo di produzione ha creato un nuovo valore, sembra in realtà che per quest’ultimo non possa esserci alcun equivalente.

Sicché quando il capitale esce dal processo di produzione per rientrare di nuovo in circolazione, sembra che esso trovi, come produzione, un ostacolo nella grandezza esistente del consumo, o della capacità di consumo. Come valore d’uso determinato, la sua quantità è fino a un certo punto indifferente; solo a un determinato grado – poiché soddisfa soltanto un determinato bisogno – esso cessa di essere richiesto per il consumo. Non la singola merce appare come risul­tato del processo, ma la massa delle merci nelle quali si è riprodotto il valore del capitale totale più un plusvalore, e solo in quanto parte aliquota il prodotto diventa merce. Non è più il lavoro impiegato sulla singola merce particolare, che nella maggior parte dei casi non potrebbe più essere calcolato, ma è il lavoro totale, il valore totale diviso per il numero dei prodotti ciò che determina il valore del singolo prodotto e lo costituisce come merce [nota – cfr. Tp, q.xiv. f.807].

Come valore d’uso determinato, unilaterale, qualitativo, la sua stessa quantità è solo fino a un certo grado indifferente; giacché esso è richiesto soltanto in una determinata quantità, ossia in una certa misura. Si impone ora di esaminare la misura, ossia la quantità di questo bisogno sociale. Si supponga che questa massa di merci rappresenti l’offerta ordinaria, astraendo dalla possibilità che una parte delle merci prodotte venga temporaneamente sottratta al mercato. Ora se la domanda corrispondente a que­sta massa di merci rappresenta la domanda ordinaria, la merce sarà venduta al suo valore di mercato. Se invece la quantità è diversa dalla domanda, si avrà uno scarto tra il prezzo di mercato e il valore di mercato. Ma questa misura è data in parte dalla sua qualità di valore d’uso – dalla sua specifica utilità, dalla sua capacità di essere adoperato – e,  in parte, dal numero di coloro che scambiano e che hanno bisogno di questo determinato consumo: dal numero dei consumatori moltiplicato per la grandezza del bisogno che essi hanno di questo specifico prodotto. Quando la massa delle merci prodotte è superiore a quella che può essere venduta ai valori medi di mercato sono le merci prodotte nelle condizioni più favorevoli che regolano il valore di mercato. Quanto detto a proposito del valore di mercato trova applicazione anche per ciò che riguarda il prezzo di produzione non appena questo si sia sostituito al valore di mercato.

Il valore d’uso, in se stesso, non ha l’il­limitatezza del valore in quanto tale. Solo fino a un certo grado certi oggetti pos­sono essere consumati e sono oggetti di bisogno. Come valore d’uso dunque il prodotto ha un ostacolo in se stesso, nel bisogno che se ne ha, ostacolo che però non ha la sua misura nel bisogno di coloro che producono, bensì nel bisogno globale di coloro che scambiano. Quando cessa il bisogno di un determinato valore d’uso, questo cessa di essere valore d’uso. Qualora la massa dei prodotti superasse questo bisogno, le merci dovrebbero essere vendute al di sotto del loro valore di mercato. La domanda e l’offerta presuppongono la trasformazione del valore in valore di mercato, e dato che esse agiscono sul fondamento capitalistico, dato che le merci sono un prodotto del capitale, presuppongono altresì i processi di produzione capitalistici e di conseguenza rapporti assai più com­plessi della semplice compravendita delle merci. Con esse non si ha a che fare più semplicemente con una trasformazione formale del valore delle merci in prezzo, ossia con un mero cambiamento di forma; si ha a che fare con determinate differenze quantitative che si stabiliscono tra i prezzi di mercato e i valori di mercato e per giunta tra i prezzi di mercato e i prezzi di produzione.

Se si modificasse il valore di mercato, si modificherebbero anche le condizioni alle quali la massa complessiva delle merci potrebbe essere venduta. Se dunque la domanda e l’offerta regolano il mercato, o più esattamente, gli scarti tra prezzo di mercato e valore di mercato, il valore di mercato da parte sua regola il rapporto tra domanda ed offerta, vale a dire determina il punto attorno al quale le fluttuazioni della domanda e dell’of­ferta fanno oscillare i prezzi di mercato. Si noti qui di passaggio che il “bisogno sociale”, ossia ciò che regola il principio della domanda, risulta essenzialmente dal rapporto che esiste tra le diverse classi e dalla rispettiva posizione economica, vale a dire dipende innanzitutto dal rapporto tra il plusvalore complessivo e il salario, e, in secondo luogo, dal rapporto tra le diverse parti nelle quali si scompone il plusvalore (profitto, interesse, rendita fondiaria, imposte, ecc.). Si dimostra qui una volta di più che il rapporto tra domanda e offerta non può spiegare assolutamente nulla fino a che non si sia messa in luce la base su cui si fonda questo rapporto.

Considerando le cose più da vicino si vede che le medesime condizioni che determinano il valore di una singola merce, si ripresentano qui come condizioni che determinano il valore dell’in­sieme delle merci di uno stesso tipo. Questo si verifica perché la produzione capitalistica è per sua natura produzione in massa, e si vende come prodotto comune di tutto un ramo di produzione o come un contingente più o meno considerevole la produzione fatta in piccola quantità da molti piccoli produttori isolati. La misura del valore d’uso è data dal bisogno che se ne ha. Tutte le contraddizioni della circolazione rivivono in una nuova forma.

Il prodotto come valore d’uso è in contraddizione con se stesso come valore; cioè, finché esso esiste in una determinata qualità, come una cosa specifica, come un prodotto di determinate proprietà naturali, come sostanza del bisogno in contraddizione con la sua sostanza che esso, come valore, possiede esclusivamente nel lavoro oggettivato. Questa volta però questa contraddizione non è più posta, come nella circolazione, soltanto in modo da essere una differenza puramente formale; qui invece l’esser misurato dal valore d’uso è rigorosamente determinato come un esser misurato dal bisogno globale che coloro che scambiano hanno di tale prodotto – vale a dire dalla quantità del consumo globale. Questo consumo globale qui si presenta come la misura del prodotto in quanto valore d’uso e perciò anche in quanto valore di scambio.

Ora abbiamo che la misura della sua presenza è data dal suo stesso carattere naturale. Per essere convertito nella for­ma generale, il valore d’uso deve essere presente soltanto in una quantità determinata; una quantità, la cui misura non sta nel lavoro in esso oggettivato, bensì scaturisce dalla sua natura di valore d’u­so, o meglio di valore d’uso per altri. La valorizzazione consiste nella possibilità reale di una maggiore valorizzazione. È chiaro che coloro che rappresentano tutte le merci consumate dai lavoratori e tutte le merci consumate dai capitalisti avrebbero prodotto troppo – troppo relativamente alla proporzione in cui essi devono aumentare il capitale. La sovraproduzione generale insomma si verificherebbe non perché, delle merci destinate al consumo dei lavoratori e di quelle destinate al consumo dei capitalisti, se ne siano prodotte relativamente troppo poche, ma al contrario perché se ne sono prodotte troppe sia delle une che delle altre – non troppe rispetto al consumo, ma troppe per mantenere la giusta proporzione tra consumo e valorizzazione; troppe rispetto alla valorizzazione.

Il fatto che ogni singolo prodotto, od ogni determinata quantità di un certo tipo di merci, possa contenere soltanto il lavoro sociale richiesto per la sua produzione e che quindi il valore di mercato complessivo di tale tipo di merci rappresenti, da questo punto di vista, soltanto il lavoro sociale necessario, non esclude che una parte del tempo di lavoro sociale vada disperso qualora quella merce sia stata prodotta in una quantità superiore a quella richiesta temporanea­mente dal bisogno sociale: la massa di merci rappresenta sul mercato una quantità di lavoro sociale assai inferiore a quella che essa contiene in realtà. Di conseguenza queste merci devono essere vendute al di sotto del loro valore di mercato e può anche accadere che una parte di esse rimanga completamente invenduta.

Lo scambio o la vendita delle merci al loro valore costituisce la legge razionale, naturale, del loro equilibrio; è su di essa che bisogna fondarsi per spiegare le eccezioni, e non sulle eccezioni per spiegare la legge stessa. Perché una merce sia venduta al suo valore di mercato, ovvero a un prezzo corrispondente al lavoro sociale necessario che essa contiene, occorre che la quantità complessiva di lavoro sociale destinato alla massa complessiva di questo genere di merci corrisponda alla quantità del bisogno sociale esistente per essa, ovvero del bisogno sociale che è in grado di pagare. Può accadere che la differenza tra la quantità delle merci prodotte e quella che consente che le merci siano vendute al loro valore di mercato cambi, di modo che la riproduzione avrebbe luogo a una scala diversa da quella che ha regolato il valore di mercato dato.

In questo caso l’of­ferta si è modificata, quantunque la domanda sia rimasta inalterata e perciò si è verificata una relativa sovraproduzione. Tra una determinata quantità di prodotti che si trovano sul mercato e il loro valore di mercato esiste unicamente il seguente rapporto: presupposto un determinato grado di produttività del lavoro, la produzione d’una quantità determinata di prodotti richiede, in ogni particolare ramo produttivo, una quantità determinata di tempo di lavoro sociale; tale rapporto varia tuttavia completamente da un ramo di produzione all’altra e non dipende né dall’utilità di questi prodotti né dalla particolare natura dei loro valori d’uso.

Ogni singolo capitalista, come anche il complesso dei capitalisti in ogni particolare ramo della produzione, è interessato allo sfruttamento e al grado di sfruttamento di tutta la classe lavoratrice da parte del capitale totale non solo per solidarietà di classe, ma per un diretto interesse economico, giacché – supponendo immutata ogni altra circostanza, tra cui il valore del capitale totale costante anticipato – il tasso medio del profitto è legato al grado di sfruttamento del lavoro complessivo da parte del capitale complessivo. Ogni particolare ramo del capitale e ogni singolo capitalista sono ugualmente interessati alla produttività del lavoro sociale attivato dal capitale totale. Questa interna divisione concettuale del capitale si presenta, nello scambio, sotto forma di proporzioni determinate e limitate – anche se continuamente mutevoli nel corso della produzione – riguardanti lo scambio reciproco tra i capitali. Così è data anche la proporzione in cui ciascun capitale deve scambiare con l’altro che rappresenta un momento determinato di se stesso, e quella in cui ciascun capitale deve scambiare in generale. Ma la loro necessità interna si manifesta durante la crisi, che pone fine violentemente all’apparenza della loro indifferenza reciproca. Sono rompicapo di questo genere quelli che disorientano Proudhon, poiché egli guarda solo al prezzo della merce singola, autonoma, e non considera la merce come prodotto del capitale totale e quindi il rapporto in cui il prodotto totale con i suoi prezzi rispettivi concettualmente si divide.

Ricardo, e con lui tutta la sua scuola, non ha mai compreso le crisi moderne e reali, nel corso delle quali la contraddizione del capitale scoppia in colossali tempeste che minacciano sempre più la sua stessa funzione di base della società e della produzione. Si comprende anche il motivo per cui quegli stessi economisti i quali non ammettono che il valore delle merci venga determinato dal tempo di lavoro, dalla quantità di lavoro contenuto in esso, parlano sempre dei prezzi di produzione come dei punti intorno ai quali oscillano i prezzi di mercato. Essi lo possono fare giacché il prezzo di produzione è già una forma affatto esteriore – e prima facie vuota di contenuto – del valore, la forma che si presenta nella concorrenza, nella coscienza del capitalista volgare e quindi può presentarsi anche in quella dell’economista volgare. Quanto esposto sta a dimostrare con una precisione che potremmo definire matematica i motivi per cui i capitalisti, i quali si comportano come dei falsi fratelli allorché si fanno concorrenza, rappresentano ugualmente una vera e propria massoneria nei confronti della classe operaia nella sua totalità.             

[k.m.]

(testi tratti da: lf, q.iv, ff.16-39; C, iii.10; VI ined., iii).

 

 

Valori # 1

(valore “totale”)

L’inflazione dei termini “valore” o “dignità” – dotati dal filtro della nostra kultura imperiale di proprietà taumaturgiche o magiche, atte queste a realizza­re la levitazione del reale anche solo potenzialmente antagonista – ha solleci­tato la nostra attenzione non ancora assuefatta ai comuni imperativi della “qualità totale”. Annoiati inoltre dalle sinistre risonanze – affaccendate a li­quidare lotte e impegno teorico in un omologante lamento eternamente in so­spensione nella crescente liquidità lavorativa, che sempre suscita nuove sor­prese nei supposti sindacati – proviamo a porre un minimo di argine analitico alla piena corporativa [<=]. È bene premettere che noi, angolo di quell’opinione pubblica mai sondata, emarginata ma neppure sopita, non seguiamo la moda sempre attuale di con­fondere il valore d’uso (così della forza-lavoro come della merce) e il valore. Non partendo cioè dall’“uomo” (astrazione [<=] metafisica non motivabile neppu­re da Ingrao [<=]), ma dal periodo sociale economicamente determinato (il nostro, per brevità, così chiaramente delineato da Ciampi nelle “riforme” da lui proposte nella veste di presidente del consiglio), ci re­sta infatti difficile credere al moralistico o – se si preferisce – al catechistico “valore dell’uomo” e della sua vita, che “non devono essere equiparati a mer­ce”, e preferiamo osservarli invece entro la definizione datane dai rapporti sociali realmente dominati dal capitale. E neppure ci sembra affidabile – più di vent’anni dopo da quando fu tracciata dall’allora sociologo Antonio Negri – un’altra metafisica del dover essere ancora in auge, secondo la quale la “poli­tica operaia” si concretizzerebbe nel “rifiuto del lavoro come valore” come “negazione di tutto”, cioè in una supponente negazione volontaristica e unila­terale del rapporto di capitale (senza che il capitale lo sappia e se ne curi!) affinché la classe operaia si riconosca e “si autodefinisca come classe politi­ca”.

Al di là dei tanti “dover essere” dunque, il valore di un uomo concreto – si confronti uno qualunque dei contratti [<=] correnti (d’ingresso, di “solidarietà”, di affitto, ecc.) – è dato dalla stima che se ne fa al momento di stipulare il con­tratto con cui lo si assume, per “usarlo” in base a determinati fini. Non a caso la famosa “flessibilità” [<=] consente, tra l’altro, per un medesimo uso, l’inter­cambiabilità di diversi addetti (proprio in quanto portatori di merce, ossia forza-lavoro [<=] acquistata mediante salario [<=]), di cui pertanto è possibile stabilire preferenze. L’abitudine, tutta linguistica a identificare la categoria economica del valore (applicata poi al prezzo, cioè al valore di scambio come sua forma sviluppata) con il significato sociale del “valore” come dignità [<= #2], come determi­nazione morale, spirituale, ecc., ha così consentito l’occultamento di ogni dif­ferenza tra valore e valore d’uso. Il valore, come forma fenomenica storiciz­zata del valore d’uso, e pertanto mutabile, rinvia così al carattere sociale del lavoro proprio di tutte le società umane. Guai, quindi, se la “dignità” dell’ho­mo capitalisticus si riconoscesse proprio in opposizione a quel “valore” tran­seunte mercificato, da cui volesse distaccarsi, come gemello siamese, col bi­sturi della trasformazione, magari della rivoluzione [<=] reale! Meglio non rischia­re interventi chirurgici, il nuovo catechismo – primus inter pares di marca politico-sindacalese – forgiato nella fucina della deregolamentazione e del partecipa­zionismo armonizzato, contribuisce a fornire e a diffondere la virtualizzazio­ne della transizione nelle parole, nella morale della “responsabilità persona­le”, nella interiorizzazione separata delle risorse, ovvero degli individui ato­mizzati e indeboliti.

Ecco dunque che già nelle inchieste condotte da qualche decennio in qua (Fiat anni ‘80, per capirsi), cominciava ad emergere attraverso l’istituzione dei “reparti-confino”, il relegamento dei valori umani (d’uso) “inidonei” – lèggasi donne e giovani da affiancare ai cassintegrati sindacalizzati, comunisti e inva­lidi – il cui grado di indesiderabilità ovvero di sollecitazione alle “dimissioni incentivate” portava all’autolicenziamento. Il valore (di scambio) dell’Uomo era in tal senso lo specchio di una cultura che non esita a sterminare nel­l’ab­bandono, isolamento, emarginazione ogni forma di identità che non si schiac­ci sui propri, assoluti obiettivi. Inattivare le “rigidità irragionevoli” e “riquali­ficare” i consenzienti per aumentare l’efficienza produttiva, coniava senza sbavature una nuova forma di dignità dell’homo capitalisticus. Una sorta di vaccino – sùbito sacralizzato e prontamente esteso nel sociale come morale – contro i virus suicidi dei valori “residuali”.

Dignità umana – nei breviari della qualità totale – è l’impegno a compiere sempre meglio il proprio lavoro, considerato più dignitoso se ridotto di fatica muscolare. Nel rispetto della dignità, consistente nell’avvicinare l’operaio al­la condizione impiegatizia, si fonda l’autostima e il senso di appartenenza ad una comunità. È il destinare al primo posto il desiderio di migliorare se stessi attraverso il lavoro, superare poi le frustrazioni indotte da eccessive direttive dei superiori o dall’inutilità delle norme, infine convogliare le energie in ope­razioni efficaci e ricche di significato. Nello stesso rispetto è inclusa l’elimi­nazione (per il momento dal solo lavoro) delle persone indegne e parassitarie, tra cui annoverare chi non collabora attivamente a eliminare i tempi residui delle sequenze di lavoro. Si salda alla fine (tecnologica e organizzativa) delle “astuzie nascoste” o conoscenza operaia sul lavoro, così detto “trasparente”, all’aumentata responsabilità, all’interiorizzazione della pressione della squa­dra cui si appartiene, al coinvolgimento autocontrollante...

Particolare curioso, perfino sulle riviste ambientaliste appare il termine digni­tà, a tutela questa volta però, della vita animale, proprio “come accade per le categorie sociali maggiormente indifese” nei confronti delle quali si “pone in essere la legge del più forte”. Il rifiuto (tradizionalmente tutto moralistico) a far soggiacere alla categoria dell’“utile” i tradizionali “compagni dell’uomo” è ivi dettato dalla condanna del fenomeno del “randagismo, ad arginare il qua­le – si osserva – è intervenuta la legge dello stato”. Contraddittoriamente a quello economico, quindi, nell’ambito ecologico ostile all’“usa e getta” degli “ospiti di affezione”, si prevedono, pertanto, sanzioni amministrative nei con­fronti di chi si macchi di maltrattamento nei confronti degli animali in libertà, di abbandono o di “commercio a fini di sperimentazione”. Comunque, per esercitarci ad esser sempre dediti, leali, subalterni, meritevoli di premi (o promozioni), continuiamo a recitare il “Domine, non sum dignus ...”.

[c.f.]

 

 

Valori # 2

(giudizi di valore)

In quella che s’appalesa, a vero dire, come poco degna attitudine di supina accettazione di convenzionali norme, precetti, valori dell’ideologia dominan­te, rientra per certo anche il richiamarsi, appunto, a “valori” [<= #1]: e ciò nel senso di accettare codesta categoria e metodologia idealistica, giustapponendo, quanto a “giudizi” prescelti, i propri agli altrui “valori”. Così agendo, anche la “sinistra” che vuole essere antagonista si omologa, pur se non se ne avvede, ai “tipi ideali” della cultura di potere. Accade che il “comunismo” [<=] sia rabbassato – come è dato leggere cospicuamente sulla sua sedicente stampa e correlati documenti ufficiali e ufficiosi d’apparato – a mero elenco di “valori” [etici, politici, sociali, ideali, bla-bla]. Qualora essi siano riconoscibili solo in quanto “diversi” e “alternativi” a quelli capitalistico-borghesi dominanti, senza che corrispondano a contenuti teorici e programmi strategici con riscontri prati­cabili, il comunismo non c’è più.

Molti tra i “comunisti” nostrali, che con così prona ammirazione seguono questa trappola dei “valori”, forse neppure sanno donde essa provenga. Ma basterebbe scavare appena un po’ sotto il mito di Max Weber, così seguìto da improbabili “sinistri”, per rammentare che, a suo dire, “non le connessioni oggettive delle cose, ma le connessioni concettuali dei problemi stanno a base dei campi di lavoro delle scienze”: cosicché “individualità” e particolarità ca­ratterizzino l’oggetto storico sociale, di contro all’universalità delle scienze naturali. La diatriba delle “due culture” e la sequela degli “specialismi” nasco­no di lì, in uno dei mille rivoli del neo-kantismo [a cui si è abbeverata la so­ciologia weberiana, con Rickert e la “filosofia dei valori” tedesca di fine ‘800]. Tuttavia, a differenza del dogmatismo unilaterale di quella scuola, che faceva discendere il “valore” direttamente dalla trascendenza, il dubitativo modernismo di Weber affidò laicamente il “giudizio di valore” alla scelta del ricercatore. Ma – ecco il trucco del “pluralismo” – ognuno può dire la sua, sen­za rischi di arbitrarietà, poiché infine è il riconoscimento della “validità og­gettiva” dei risultati che rende il “valore” rilevante “per tutti coloro che vo­gliono la verità”. Et voilà, la “verità”!

Il ricercatore – storico, sociologo, economista – come tale, nella sua funzione, non può esprimere alcun giudizio, ma deve agire “tecnicamente” solo in base alle regole e norme di classificazione e deduzione logica “interne” alla disci­plina! I “giudizi” possono solo essere premessi, in via privata, separatamente, cosicché chi accetti tale criterio di confronto sappia che infine il “valore” deve essere universale, assoluto e permanente, secondo l’importanza che la “socie­tà”, secondo dominio, gli riconosce. I problemi non sono risolti ma eliminati. Chi sia ispirato – o, forse meglio, aspirato – da  un confronto, ancorché antagonistico, tra “valori”, viene trascina­to nel gorgo di: imparzialità e indipendenza degli studi da interferenze estra­nee; studi liberi e disinteressati; probità scientifica e onestà intellettuale; di­stinzione tra etica e politica, tra conoscenza pura e valutazione pratica, tra teoria e prassi; e via inaridendo tecnicisticamente la tradizione illuministica.

“Le scienze, sia quelle normative che quelle empiriche, possono rendere agli uomini politici e ai partiti in lotta soltanto un servizio inestimabile, e cioè dire loro 1) quali sono le diverse “ultime” prese di posizione concepibili di fronte a questo problema pratico; 2) come stanno i fatti di cui essi debbono tener conto nella scelta tra queste prese di posizione. In questo modo noi rimania­mo fedeli al nostro còmpito” – così parlò Max Weber. Ma rammentino i “comunisti” weberiani malgré eux quale “giudizio di valore” fosse sotteso a quel “cómpito”: “della forma dello stato non m’importa niente, purché il pae­se sia governato da veri politici e non da burattini dilettanti: che si faccia poli­tica oggettiva” – dichiarava Weber, mentre auspicava apertamente la repres­sione del comunismo spartachista e l’avvento della repubblica presidenziale in nome di un cesarismo carismatico.

[gf.p.]

 

 

Valori # 3

“Dato che una religione che perdona spietatamente ha dato agli uomini la virtù come punizione per i loro vizi, gli imbecilli che governano il mondo hanno avuto l’idea di consacrare la morale come un bene di diritto. E ora la morale infuria contro l’umanità”: così Kraus. Si tratta di un giudizio che implica “valori”  [# 1, # 2,?] quali umanità, e altri concetti virtuosi quali morale [<=], diritto [<=], religione, virtù, ecc.

In cosa consiste l’inganno? Innanzitutto nel fatto di coprire, dietro il paravento di valori altisonanti ed astratti, prassi concrete mosse da ben altri (e ben più bassi) fini. L’esempio più recente è quello della “guerra umanitaria”. In questo senso i “valo­ri” (a partire dalla famigerata triade “Dio, Patria, Famiglia”) altro non sono che una mistificazione, ossia un mezzo per coprire una prassi reale che non di rado è non solo diversa, ma di segno addirittura opposto a quanto si va predicando. La saggezza popolare ha affidato a proverbi quali “predicare bene e razzolare male” la sanzione di questi comportamenti; ed esiste una folta letteratura, ad esempio, sui vizi dei monaci e dei preti, direttamente proporzionali al loro richiamo ipocrita ai valori ed alle virtù (per La Rochefoucauld “l’ipocrisia” era per l’appunto “il prezzo che il vizio paga alla virtù”: cosicché spesso alla virtù predicata finiscono per corrispondere vizi reali).

Ma l’inganno non consiste solo in questo: se così fosse, infatti, dovrem­mo ammettere che esista (o possa esistere) una prassi realmente ispirata all’“umanità”, alla “bontà”, alla “giu­stizia”, ecc. Il punto, però, è che questo è impossibile. Per il semplice motivo che – e qui sta il secondo inganno – che questi presunti “valori” assoluti (eterni, di significato univoco, validi per tutti i tempi e per tutti i luoghi) non esistono. I valori ai quali gli esseri umani ispirano la loro azione, infatti, nascono dalla concretezza della loro condizione storica, a partire dalle modalità con le quali avviene la loro riproduzione materiale; e andrà semmai ricordato che, sulla concretezza della condizione storica attuale e dei vigenti rapporti sociali, si innesta inoltre la tradizione, che rappresenta per lo più il precipitato di bisogni e relazioni sociali corrispondenti a precedenti epoche della riproduzione materiale.

“Valori” allo stato puro, insomma, non esistono da nessuna parte: i valori sono in perenne mutamento ed evoluzione – oltreché, sempre più spesso, in contraddizione tra loro anche nella stessa persona (così, la stessa persona può essere solidale nei confronti dei parenti più stretti e terribilmente egoista nei rapporti di lavoro: ma anche questo non si deve a un qualche astratto e fatale “politei­smo dei valori”, ma alle concrete condizioni di vita ed alla diversità e contraddittorietà dei ruoli sociali che convivono in una stessa persona).

Il mutamento e l’evoluzione dei va­lori, così come il loro contraddittorio presentarsi, sono funzione della vita materiale degli uomini e degli interessi che in essa si manifestano e si scontrano. Già, perché questi interessi non sono comuni a tutti: l’inte­resse dei lavoratori non coincide – non può coincidere – con l’interesse dei padroni. E quindi i valori degli uni non coincidono – non possono coincidere – con i valori degli altri. Ma, si dirà, e l’interesse alla conservazione della vita della specie e della stessa vita sul pianeta – oggi essi stessi minacciati dal “valore” del capitale [<=] (ossia dall’incoercibile tendenza del capitale a valorizzarsi, ad accrescere la propria massa a scapito di tutto e di tutti)? Non dovrebbero, questi interessi, accomunare tutti? Nei fatti vediamo che così non è: vediamo che la riduzione dei gas inquinanti (provatamente letali per il pianeta) viene impedita; vediamo che l’energia atomica viene riproposta come necessaria, perché “l’economia non può fermarsi” [Il Sole 24 Ore, 8 maggio 2001]. Questo perché la classe [<=] capitalistica, la classe che incarna la tendenza del capitale ad autovalorizzarsi, concepisce questa tendenza come il “valore” supremo. E oggi riesce addirittura a convincere le classi subalterne che questo “valore” è anche il loro valore, che i suoi interessi di classe sono anche i loro interessi di classe. Ovviamente, questo ragionamento può essere e deve essere rovesciato: sono gli interessi delle classi subalterne ad esprimere gli interessi del­l’umanità, a cominciare dal fatto che solo il perseguimento e la vittoria degli interessi delle classi subalterne appare in grado (oggi più che mai) di impedire “la comune rovina delle classi in lotta”. Non però nel senso – lo ripetiamo – che gli interessi delle diverse classi immediatamente coincidano: semplicemente, l’abolizione dello sfruttamento e della proprietà [<=] privata dei mezzi di produzione è la condizione necessaria per evitare la rovina comune. In tutto questo, i valori dove restano?

I valori restano ... indietro. Nel senso che tengono dietro agli interessi (di classe) e da essi sono plasmati, guidati, utilizzati. Dobbiamo, insomma, operare una sorta di rovesciamento, per rimettere nel giusto ordine le immagini capovolte dalla camera oscura dell’ideologia. I valori (storicamente e socialmente determinati) sono il mezzo, gli interessi (socialmente e storicamente determinati) rappresentano il fine dell’azione sociale. Si noti bene: questa natura di mezzo dei valori riguarda anche quello che probabilmente è l’unico “valore” correttamente attribuibile alle classi subalterne nella loro lotta per l’emancipazione: il valore della “solidarietà”. Che nell’accezione autentica del movimento operaio comunista non ha nulla a che fare con la “solidarietà” di cui parla il cosiddetto pensiero sociale della Chiesa (ossia il solidarismo, la caritatevole mano tesa verso “i deboli”, verso “chi resta indietro” ecc.): la “solidarietà”, dicono le parole di una delle più belle canzoni del movimento comunista [il Canto della solidarietà di Brecht-Eisler], è invece semplicemente ciò “in cui risiede la nostra forza”, ossia l’unione fra eguali per conseguire un obiettivo comune.

Se questo è vero, è chiaro che la fuga nei valori, il riferimento sempre più ossessivo ed inflazionato ai valori, culminato nel nostro Paese nella presentazione alle ultime elezioni addirittura di una lista denominata “l’I­talia dei Valori”, rappresenta un aspetto fortemente regressivo dell’at­tuale situazione sociale e politica. Per diversi motivi.

1) Perché rappresenta un’accetta­zione del rovesciamento della gerarchia reale tra bisogni/interessi e valori: se questi ultimi altro non sono, nella realtà, che modi di concepire e di conseguire quegli interessi, il rovesciamento ideologico li ipostatizza e ne fa degli “apriori” assoluti.

2) Perché rappresenta una fuga nel­l’astrattezza di valori (assoluti, astorici, universali) che hanno perduto (in questa visione mistificata) ogni concreto referente reale, nella prassi delle relazioni e dei conflitti sociali.  

In questa dimensione mistificata – nella migliore delle ipotesi (ossia nel caso che essa non sia frutto di malafede) – ci si muove in tondo: ricevendo conferma della propria bontà (ad esempio nei confronti delle popolazioni del cosiddetto Terzo Mondo, concepite come “gli ultimi”, “i deboli”, “i bisognosi” – e non, come sarebbe giusto, come popoli sfruttati da ben individuabili meccanismi economici, in conformità a ben precisi interessi di classe) proprio dalle proprie sconfitte e dall’inevitabile inanità dei propri sforzi.

3) Perché rappresenta un ulteriore gradino nella scala discendente che dalla coscienza di classe [<=] e dalla solidarietà praticata (sovente in maniera spontanea) tra i lavoratori aveva condotto all’ipostasi della “missione del proletariato”. Ed effettivamente, dal­la missione all’apostolato, e da questo alle opere di carità il passo non è affatto lungo ... Per dirla nei termini del (desolante) dibattito a-sinistra, questo e non altro è il significato del­la transizione dal “militante-missio­nario” al “volontario” (dove il minimo che si possa dire è che il rimedio è assai peggiore del male ...).

Rispetto alle elucubrazioni di questi teologi di ritorno, ben altra lucidità è dato riscontrare, come è ovvio, tra i funzionari del capitale: che sono addirittura in grado di liquidare il tema dei valori in due battute.

Come faceva, in un recente articolo dedicato ai “fondi etici di investimento”, la “responsabile del bilancio socio-ambientale” [sic!] di una delle principali società italiane: ossia dichiarando che “non si può creare va­lore senza valori” [Il Sole 24 Ore, 7 maggio 2001].

I valori sono indispensabili ... in quanto servono all’autovalorizzazio­ne del capitale. Che, come volevasi dimostrare, è il Valore supremo. E in questo caso – ma solo in questo – la maiuscola ci sta proprio bene. Anche l’analisi del linguaggio [<=] ci permette di ripercorrere nelle parole la direzione del movimento reale. Già Marx ricordava – nelle  sue Glosse a Wagner – che il termine di “valore” (Wert) in origine designava le “cose utili” intese come “valori d’uso”. L’i­deo­logo pragmatista americano William James, un secolo fa, parlava di “valore in contanti” delle idee, oggi possiamo parlarne anche per la Morale e Dio, da cercare sulla pagina delle quotazioni di borsa.

[v.g.]

 

 

Verità

(logica e pensiero)

Scorrendo tra i facili argini del buon senso, il natural filosofare riesce tut­t’al più a fornire una retorica di verità banali: se gli si mostra che queste non dicon nulla, esso assicura per contro di averne in cuore il senso e il contenuto, e che altrettanto deve avvenire negli altri, mentre presume di essere giunto, mercé l’innocenza del cuore e la purezza della coscienza e simili, a dire l’ultima parola, su cui non si possa sollevare ec­cezione, e oltre la quale non possa esigersi progresso alcuno. Poiché il senso co­mune fa appello all’oracolo interiore del sentimento, rompe ogni contatto con chi non è del suo parere; esso è costretto a dichiarare di non aver altro da dire a colui che non trovi e non senta in se stesso la medesima verità; in altri termini, esso calpesta la radice dell’umanità. Questa infatti, per natura, tende ad accordarsi con gli altri; e la sua esistenza sta soltanto nell’isti­tuita comunanza delle coscienze. Il non umano, l’animalesco, consiste nel fermarsi nel sentimento, e nel dar contezza di sé solo per mezzo di questo.

Al contrario, pensieri veri e penetrazione scientifica si possono guadagnare solo nel lavoro del concetto. Soltanto esso può produrre l’univer­salità del sapere, la quale è non già la solita indeterminatezza e meschinità del senso comune, ma conoscenza coltivata e compiuta; non già la peregrina generalità delle doti della ragione, corrompentisi con la pigrizia e con la boria del genio, ma la verità prosperata a sua intima forma: verità suscettibile di essere posseduta da ogni ragione autocosciente. Quanto nella filosofia del nostro tempo v’ha di buono, pone il proprio valore nella scientificità. In un sistema di filosofia, il principio contiene tutto come inviluppato, ma appunto solo inviluppato, latente, il vuoto concetto formale, non la cosa stessa. Come un avaro che si tiene nella saccoccia tutti i piaceri e fa a meno della realtà, fa a meno dell’incomodo del godimento stesso.

La proposizione fondamentale di un sistema filosofico è il suo risultato. Come leg­giamo l’ultima scena di una commedia o l’ultima pagina di un romanzo, o come Sancho considerava migliore la soluzione dell’indo­vinello prima che venisse formulato, così l’inizio di una filosofia è in verità anche il suo esito, il che non accade in quei casi. Ma nessuno si accontenterà delle parole finali di quelli, o della soluzione dell’indovinello, considerando invece come essenziale il movimento con cui ciò si svolge. Non si può ottenere in dono la cosa stessa, ottenerla per così dire gratis, per­ché ci si è procurati il principio o il risultato. Per contro, fermarsi al­l’intuizio­ne, come per esempio Jacob Böhme [1575-1624: mistico tedesco], è barbarie, come fermarsi alle proposizioni fondamentali è su­perficialità.

Il vero è l’intiero. Ma l’intero è soltanto l’essenza che si completa mediante il suo sviluppo. L’Intero vero e proprio è il risultato con il suo divenire. Dell’Assoluto devesi dire che esso è essenzialmente Risultato, che solo alla fine è ciò che è in verità. Il cominciamento, il principio o l’Asso­luto, come da prima e immediatamente viene enunciato, è solo l’Uni­versale. Se io dico: “tutti gli animali”, queste parole non potranno mai valere come una zoologia; con altrettanta evidenza balza agli occhi che le parole: “divino”, “assoluto”, “eterno”, ecc. non esprimono ciò che quivi è contenuto; e tali parole in effetto non espri­mono che l’intuizione, intesa co­me l’immediato. Ciò che è più di tali parole, e sia pure il passaggio a una sola proposizione, contiene un divenir-altro che deve venire ripreso, os­sia una mediazione. Della mediazione peraltro si ha un sacro orrore.

Ma, in effetto, quel sacro orrore deriva dall’ignoranza della natura della mediazione e della stessa conoscenza assoluta. Se, indubbiamente, l’em­brione è in sé uomo, non lo è tuttavia per sé; per sé lo è soltanto come ragione spiegata, fattasi ciò che essa è in sé; soltanto questa è la sua effettuale realtà. Ma tale risultato è esso stesso immediatezza semplice; esso è infatti la libertà autocosciente, che ri­posa in se stessa, senza aver messo da parte, per poi lasciarvela abbandonata, l’opposizione; che è, anzi, conciliata con l’opposizione.

In quanto le determinatezze del sentimento, dell’intuizione, dell’appetito, della volontà, ecc. nella misura in cui se ne ha un sapere, vengono chiamate in generale rappresentazioni, si può dire in generale che la filosofia pone al posto delle rappresentazioni pensieri, categorie, ma, più precisamente, concetti. Le rappresentazioni in generale possono esser considerate come metafore dei pensieri e dei concetti. Il fatto poi di avere delle rappresentazioni non vuol dire ancora che se ne conosca il significato per il pensiero, e cioè i pensieri e i concetti loro corrispondenti. Di qui dipende un aspetto di quella che si chiama l’inintelligibilità della filosofia.

La difficoltà consiste da un lato nell’incapacità, che è in sé soltanto una mancanza di abitudine, di pensare in modo astratto, cioè di tener fermi pensieri puri e muoversi in essi. Nella nostra coscienza co­mune i pensieri sono rivestiti di un materiale sensibile e spirituale corrente ed uniti ad esso, e nel ponderare, riflettere e raziocinare mescoliamo i sentimenti, le intuizioni, le rappresentazioni con i pensieri (in ogni proposizione il cui contenuto è interamente sen­sibile co­me “questa foglia è verde” sono già mescolate categorie come essere, sin­gola­rità). Altra cosa è invece prendere come oggetto i pensieri stessi senza alcuna mescolanza.

L’altro aspetto dell’inintelligibilità dipende dall’impazienza di voler avere davanti a sé nella forma della rappresentazione quello che nella coscienza è come pensiero e concetto. Accade di sentir dire: non si sa cosa pensare di un concetto che si è appreso; ora, a pro­posito di un concetto, non si deve pensare nient’altro che il concetto stesso. Quell’espressione ha però il senso di una nostalgia per una rappresentazione già ben nota, usuale; è come se alla coscienza fosse tolto il terreno da sotto i piedi, in quanto le si sot­trae la forma della rappresentazione, un terreno su cui di solito ha la sua salda colloca­zione e la sua dimora. Quando ci si trova trasportati nella regione pura dei concetti non si sa in quale mondo si è. Perciò si trovano soprattutto intelligibili quegli scrittori, predica­tori, oratori, ecc. che dicono ai loro lettori o ascoltatori cose che questi già sanno a me­moria, che sono loro consuete e che sono ovvie.

La logica è la scienza più difficile, nella misura in cui ha a che fare non con intui­zioni e, neppure, come la geometria, con rappresentazioni sensibili astratte, ma con astrazioni pure, e richiede una forza e una perizia tali da sapersi ritrarre nel pensiero puro, tenerlo fermo e muoversi in esso. D’altra parte la logica potrebbe esser considerata la scienza più facile, poiché il suo contenuto non è altro che il proprio pensiero e le sue de­termina­zioni usuali che sono, al tempo stesso, le determinazioni più semplici e ciò che vi è di elementare. Tali determinazioni sono anche quanto vi è di più noto, come l’essere, il nulla ecc., la determinatezza, la grandezza ecc., l’essere in sé, l’essere per sé, l’uno, il molteplice ecc. Il fatto che siano note serve però piuttosto a rendere difficile lo studio della logica; da una parte, infatti, è facile pensare che non valga la pena di occuparsi di cose così note, e, dall’altra, si tratta di prenderne coscienza in modo del tutto diverso, anzi, opposto a quello che se ha già.

L’utilità della logica riguarda il rapporto al soggetto, nella misura in cui il soggetto si procura una certa formazione per altri scopi. La logica for­ma il soggetto, poiché lo esercita a pensare, essendo questa scienza pensiero del pensiero, e poiché porta ad acqui­sire elementi di pensiero ed anche in forma di pensiero. Ma in quanto l’elemento logico è la forma assoluta della verità ed è anche più di questo, e cioè è anche la verità pura, è completamente diverso da quello che è semplicemente utile. Ma siccome ciò che è più ele­vato, più libero e più indipendente è anche ciò che vi è di più utile, anche l’ele­mento lo­gico può essere considerato tale. La sua utilità allora deve esser valutata in termini ben di­versi da quelli di un semplice esercizio formale del pensiero.                     

[g.w.f.h.]

(da G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, vol.1, pp. 57-59; Aforismi jenesi, pp. 64, 67; Fenomenologia dello spirito, pp. 2, 15-16; Enciclopedia delle scienze filosofiche, annotazioni al § 3 e al § 19).